A scuola si è parlato di “dipendenze”.
Ho anche aderito ad un progetto, con scopo puramente informativo e formativo secondario, da realizzare insieme ai miei alunni.
Sono coinvolti il SERT, psichiatri e psicologi.
Sono coinvolto io come docente… ed essere umano.
Magari deciderò di smettere di fumare. Da tempo mi frulla nella testa e non solo per eventuali danni alla salute. Si dipende dal fumo, inutile nascondersi dietro i paraventi argomentativi del suo aspetto epicureo e ludico.
Sempre più mi convinco con le viscere che la sigaretta-dipendenza abbia radici nella nostra psiche, levigata da una dipendenza di fondo.
Essa dovrebbe essere curata.
Si può dipendere dal fumo, da un’idea fissa, da una teoria, da un amore, dall’Amore, dalla politica… dal blog… dal cibo… dal sesso.
L’elenco potrebbe seguire all’infinito.
Il rischio maggiore è di vivere una vita inautentica, come quella di Andromaca, che trae linfa da un falso Simoenta, da una tomba in cui nessun Ettore è sepolto, da un amore materno infranto(mi riferisco alla morte di Astianatte).
Ma, se anche eliminassimo le dipendenze, sarebbe garantito un vivere autentico?
Probabilmente sono solo aggettivi… autentico e inautentico.
Riporto alcuni versi del poemetto “Il cigno” di Baudelaire.
I
Andromaca, è a te che penso! Quel fiume,
misero e triste specchio ove un tempo brillò
l’immensa maestà della tua pena di vedova,
quel falso Simoenta che il tuo pianto ingrossò,
d’un tratto ha fecondato la mia memoria ferace,
mentre attraversavo il nuovo Carrousel.
La vecchia Parigi è scomparsa (ahimè, più veloce
d’un cuore cambia l’aspetto d’una città);
…
vidi un cigno fuggito dalla sua gabbia;
sfregando con i piedi palmati l’arido selciato,
trascinava le bianche piume sul suolo accidentato.
Presso un secco rivolo la bestia, aprendo il becco,
bagnava nervosamente le ali nella polvere,
e diceva, il cuore colmo del suo bel lago natale:
«Acqua, quando scenderai? Quando tuonerai, folgore?»
Rivedo quell’infelice, mito strano e fatale,
tendere la sua testa sul collo agitato,
talvolta verso il cielo, come l’uomo d’Ovidio,
verso il cielo ironico, d’un azzurro spietato,
come a rivolgere il suo rimprovero a Dio!
II
Parigi cambia! Ma niente nella mia malinconia
s’è mosso! blocchi, impalcature, nuovi palazzi,
vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria,
e i miei cari ricordi son più grevi dei macigni.
Così davanti a questo Louvre una visione m’opprime:
penso al mio grande cigno, ai suoi folli gesti,
che, come un esule, lo rendeva ridicolo, sublime,
divorato da un desiderio eterno! e penso a te,
Andromaca, come vile animale strappata
a un grande sposo e piegata al superbo Pirro,
curva nell’estasi sopra una tomba vuota;
vedova d’Ettore, ahimè! e moglie d’Eleno!
…
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