L’amica Gipsy nel suo ultimo post, a proposito di esami, parla di sorriso… dei commissari.
Mi ha fornito lo spunto per altre amene considerazioni.
Una nota ricorrente è l’interrogazione-confessione.
I banchi, di solito, separano i nemici.
Ma la/il fatebenefratelli di turno aggira l’ostacolo e si accomoda accanto all’allievo.
Si avvia una sorta di confessione privata tra i due, mentre inutilmente io allungo i padiglioni auricolari per carpire qualche parola.
Tutti, comunque, interrogano sommessamente, quasi si vergognassero di parlare pubblicamente.
Io mi diverto, invece.
Appurato che il cattivo della situazione sono io, ho deciso di rendere infernali le interrogazioni.
Ho posto una bella patacca davanti ai miei occhi; per ogni candidato calcolo in tutto un’ora tra tesine e mappine, visione degli scritti e domande.
Dell’ora mi ritaglio venti-venticinque minuti e sotto con domande di vario tipo, da quella nozionistica a quella che prevede una certa capacità di inferenza e di collegamento.
Riempio gli inevitabili silenzi degli asini, pontificando su questo o quell’aspetto letterario, su questo o su quel termine adoperato.
Se è il caso mostro un volto di scandalo per l’ignoranza o compiaciuto per la preparazione e l’acume dei candidati.
Per farla breve, interrogo, correggo gli errori, spiego.
Ad alta voce.
Nessuno fiata.
Ammonisco il presidente o chicchessia, se durante il colloquio si cicaleggia.
A porte chiuse segue la valutazione e la decisione del voto degli orali.
Mi sono accorto che il presidente, uomo miserabile, dietro le mie spalle, dà ai commissari interni un’indicazione di voto con le dita della mano, per far collimare il voto da essi ipotizzato con quello reale.
Poi, ipocritamente, si rivolge a me e chiede il mio parere.
Gli ho cantato in faccia che è meglio che non mi chieda nulla, perché trattasi solo di presa per il culo.
Infine si passa alla votazione.
Io, quasi sempre, sono in minoranza.
Però in quell’ora mi diverto assai.
Di necessità virtù, no?
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