dill-picklesUn tavolino di bambù, un’arancia da sbucciare, un vasetto con narcisi di carta, sguardi che s’incontrano in una storia di presente e passato, di sussulti e di ricordi.
Un uomo e una donna si rivedono dopo sei anni.
Lei, Vera, ancorata al passato, vittima ancora del suo immaginario romantico.
Lui ha conservato quell’aria trasognata di sempre, la stessa che lo fece adagiare sul grembo di lei, desiderando quasi di bere del veleno per morirvi… su quel corpo.
Un incontro che afferra il lettore e lo trascina ad osservare i due, a impregnarsi dell’aroma d’arancia, della fragranza dei fiori che lei conosce a menadito e che furono, un tempo, per la tempra maschile oggetto di fastidio, e ora, invece, nel presente, di dolce ricordo misto ad ammirazione per così grande erudizione, doviziosa di particolari.
Domande e ricordi che pennellano in un breve incontro una verità inossidabile: rivedersi dopo anni dal distacco potrebbe far scaturire l’illusione che tutto sia rimasto come prima, che si è dentro come sei anni fa. In realtà il pianoforte che si è adorato è ormai muto da tempo, la bimba col giglio gocciolante che osserva da un cespuglio è diventata una donna e il dill pickle russo non si avrà mai la possibilità di assaggiarlo.
La sorpresa più stupefacente è che, con il passare del tempo, si è diventati peggiori, ancora più egoisti di prima, anche nelle banalità: nel soffrire tremendamente il freddo o nella taccagneria davanti al tavolino di un bar. 
Il bene, allora, può risiedere soltanto nella dolcezza del ricordo.

O anche questa è un’illusione?
 
Sono questi gli ingredienti di Dill pickle, uno degli straordinari racconti di Katherine Mansfield ; la traduzione da me ascoltata è di Emilio Ceretti per la Mondadori, la lettura di Iaia Forte.
Qui il podcast.