“Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finché non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità.
È per questo che la gente vuole sempre gli si dica “Ti amo, ti voglio bene”.
Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell’hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perché l’aria e la luce possono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente”
(Peter Cameron, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, Adelphi, 2007)

Il 2011 non è stato un anno fortunato sotto il profilo delle letture, non perché abbia letto meno rispetto agli altri anni, ma perché nessun libro mi ha davvero appassionato. Che vuol dire “appassionato”? Essere metaforicamente trascinato dal fluire della prosa, mentre tu lettore diventi, in qualche modo, protagonista della narrazione. Vuoi per una porzione della storia, vuoi per le affinità con un personaggio o anche per le suggestioni, che alimentano il tuo immaginario. Il prodigio di un libro bello bello s’è manifestato in questo gennaio così acre e lungo, che sembra non finire mai.
Si tratta di Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron, Adelphi 2007. Fino a qualche giorno fa ignoravo l’esistenza del libro e dell’autore, la cui ancora breve carriera letteraria merita di essere esplorata, pertanto ho già deciso di leggere una raccolta di racconti, Paura della matematica.
Per correttezza nei confronti di chi leggerà il post devo immediatamente esplicitare la causa prima che m’ha infiammato d’entusiasmo: da tempo non succedeva di leggere qualcosa di profondamente mio. Cameron l’ha saputo dire con parole semplicissime che io non ho mai trovato: “Io mi sento me stesso solamente quando sono solo”.
E ora parliamo del libro.
La trama del romanzo è semplice: in pochissimi mesi viene concentrata, sotto forma di narrazione autodiegetica, la vicenda del giovane James, appartenente alla media borghesia newyorkese alle prese con una madre pluridivorziata, proprietaria di una galleria d’arte, un padre rampante che si concede al figlio una tantum per una pausa-pranzo, una sorella, Gillian, dalla personalità esuberante e dalle abitudini strampalate, e Nanette, la nonna materna con cui James intrattiene un rapporto umano autentico, forse l’unico. Tutti i personaggi ricoprono un ruolo fondamentale nella storia e il pregio di Peter Cameron è di non trascurare alcuno di essi; ruolo non accessorio ricoprono poi altri due personaggi, John, direttore della galleria d’arte, e la psicoterapeuta Adler, cui controvoglia viene affidato James perché questa lo aiuti a superare il suo presunto disadattamento socio-relazionale. James, infatti, è un diciottenne atipico rispetto ai comuni modelli convenzionali: legge moltissimo, parla pochissimo o meglio ritiene che si debba parlare quando veramente si abbia qualcosa da dire, non s’è mai presentato con una ragazza al suo fianco, fatto che desta nei genitori il timore che il figlio sia gay, e, cosa gravissima, non ha alcuna intenzione di frequentare l’università perché mal tollera la compagnia dei suoi coetanei(non ha nulla da dire a loro, né loro hanno nulla da dirgli) e inoltre ritiene che si possa apprendere e conoscere dedicandosi autonomamente alla lettura. Il rifiuto del giovane di frequentare l’università è il motore che mette in funzione l’azione investigativa nei confronti di James, infatti quasi tutti i personaggi, con modalità affettive differenti, cercano di interpretare il suo disagio umano-relazionale, ma con scarsissimo successo. L’amara verità che Cameron fa emergere dalle pagine è l’interesse egoistico, anche inconsapevole, che muove tutti i personaggi interessati: per i genitori la frequenza dell’università è un modo per obbedire alle convenzioni sociali, per Gillian, la sorella, l’occasione per avere in regalo un’automobile nel caso in cui riesca nell’intento di convincere il fratello, per la Adler, la psicoterapeuta, un’ulteriore occasione per confermare le sue tesi e corroborare la sua fama. Su tali personaggi passa la lama dell’ironia dell’autore, alla quale dà voce simpaticamente James e in qualche modo Nanette, la nonna materna. La critica di Cameron alla società americana(solo quella?), alla sua capacità di stritolare l’essere umano nella gabbia di un’interpretazione, che possa essere utilitaristica, economica, antropologica, psicologica, non assume mai i toni dell’invettiva moralistica, né dello sdegno, è invece affidata alle pagine del diario di James, alla sua spietata ricerca di capirci qualcosa del mondo in cui vive.
Con tutte le difficoltà e gli errori del caso.
James, infatti, non è eroe eccezionale, infallibile nelle sue analisi e sicuro delle scelte da compiere, infatti, proprio a causa della sua inesperienza, che dagli altri viene letta come disadattamento, rovina forse l’unica relazione umana “positiva”, quella con il direttore John, di cui pare innamorato, soprattutto perché con lui è in grado di parlare autenticamente e di “cose” interessanti.
Lascio ai lettori eventuali la gioia di apprendere il finale della storia, per nulla banale; un timore che m’è stato compagno durante la lettura era quello di trovarsi sull’ultima pagina davanti a qualche scena finale scontata e banale, invece Cameron è profondamente rispettoso dell’intelligenza del lettore.
Solitamente non è mio costume consigliare a chicchessia la lettura di un libro, ma per “Un giorno questo dolore ti sarà utile” ho l’ardire di farlo. Anzi i colleghi-lettori non solo dovrebbero leggerlo(ma sono sicuro che l’hanno già fatto), ma proporlo ai loro allievi. E anche le mamme e i papà, soprattutto quelli che ritengono di conoscere profondamente i loro figlioli, mentre in realtà ne ignorano quasi tutto.