Il fromboliere entusiasta

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Stavan taciti, attenti e disïosi d’udir già tutti

16 martedì apr 2013

Pubblicato da melchisedec in affetti, ars docendi, cronache extra-scolastiche

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…tirate le somme, la scuola e tutto quello che vi ruota attorno riserva quasi sempre delle belle sorprese. Sabato ho ricevuto una visita graditissima: una mia ex alunna, Emerenziana, in procinto di laurearsi in lettere moderne, ha allietato il mio pomeriggio, riassumendo in poco più di un’ora quattro anni di lontananza e di latitanza. Credevo di avere perso le sue tracce, ma ha funto da galeotta dell’incontro un’altra allieva, più costante nell’aggiornarmi sulla sua vicenda universitaria e che ha cucito l’incontro. Non è mia abitudine, dato il mio eccessivo essere schivo, intrecciare rapporti di amicizia con gli allievi, neanche dopo la maturità; voglio che sia la vita a farci re-incontrare, a far sì che s’incrocino le nostre strade. Sono convinto che il nostro compito di docenti si arresti alla maturità; presumere di trattenere affettivamente e culturalmente i nostri ex alunni è come voler fermare l’acqua corrente di un fiume. Tratterremmo acqua sì, ma diventerebbe stagnante. E morta. Puntualmente, però, gli studenti riappaiono nella nostra vita e narrano di sé, dei loro progressi, dei loro nuovi incontri culturali. E insieme ricordano il bel tempo che fu dei cinque anni trascorsi. I “bei tempi” sono una costante del ricordare insieme e mi è capitato proprio qualche giorno fa, quando nel corridoio ho scambiato quattro chiacchiere con tre miei ex allievi, che ho curato per due anni. Anche loro hanno esclamato “bei tempi, professore!”. Bei tempi anche stamattina, quando due classi hanno seguito la lezione magistrale di un mio ex prof. universitario. Bei tempi, ma stavolta sussurrato dentro di me, quando al termine, il prof, guardandomi fissamente, si è ricordato di me. Eppure con lui non ho sostenuto neanche mezzo esame, pur avendo seguito qualche sua lezione. Ascoltarlo è stato come rituffarmi nell’ideale mondo di vent’anni fa, ma oggi è stato ancora più piacevole di allora. Meno accademico, più umano. Ha parlato di letteratura, ma anche di vita, spogliandosi di quella tipica cortina degli accademici impolverata e ingessata. I ragazzi lo hanno ascoltato per due ore, prendendo appunti e tempestandolo poi di domande. Io mi sono rincantucciato in un angolo, ascoltando lui e loro. E beandomi di lui e di loro.

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Della trans-pagella o dell’ineffabile pagellino

25 lunedì mar 2013

Pubblicato da melchisedec in ars docendi, cronache extra-scolastiche

≈ 17 commenti

Con il passare degli anni sono diventato più mansueto nei confronti dei ragazzi; detto in soldoni mi incazzo sempre più raramente, ma un dato rimane granitico: se confronto i miei voti con quelli dei colleghi, risulta che lo stitico di voti oltre il 6 sono sempre io. Per non parlare di una vera e propria diarrea di voti fra il 3½ e il 4. I gentilissimi colleghi distribuiscono, invece, voti sostanziosi a pioggia. Me ne cruccio e vado in crisi. Con una collega, invece, si è in sintonia di voti. Che pensare? O sono eccessivamente analitico io, o sono eccessivamente munifici e superficiali loro. Ai miei tempi, circa trent’anni fa, riuscire a strappare un sette, o un otto, a un professore equivaleva al conseguimento di un titolo, non dico onorifico, ma certamente di buona fama di studente nell’immaginario di un intero liceo. Con ciò non voglio affermare che la scuola di trent’anni fa fosse migliore di quella di oggi, perché storture allora ce n’erano tante, ma non ricordo una mano così prodiga di sette e otto. E non mi si dica che i tempi sono cambiati! Se non sono più quelli di una volta, si deve ipotizzare che anche il buon senso si sia evoluto. O, più probabilmente, involuto. Ne risente pure il linguaggio usato dai professori durante i colloqui con i genitori: è raro sentir parlare di maturazione, crescita, consapevolezza, responsabilità, mentre verdeggia all’inverosimile una chioma di parole, che afferiscono al campo semantico della gara e del talent scout: corsa ad ostacoli, battaglia, meta, bersaglio, step, prestazione(meglio se con ansia), gratificazione, premio, vittoria, successo/insuccesso. E la cosa grave è che i genitori amano sentirsele dire.

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Non siam mica qui…

05 martedì mar 2013

Pubblicato da melchisedec in ars docendi, cronache extra-scolastiche, lingua, modi di dire, parole come gioielli

≈ 12 commenti

hover_thumb_john-torrioIl mio mese di febbraio, soprattutto l’ultima parte, ha schiacciato e mortificato il desiderio di scrivere qui sul blog. E marzo non è poi così diverso dal precedente. Gli impegni scolastici di natura organizzativa mi hanno del tutto fagocitato e ho dovuto affrontare, da solo, il carico di 33 classi da gestire; adesso i capitani siamo nuovamente due, perciò tiro un respiro di sollievo. Sono però subentrati i compiti da svolgere in classe, pertanto da preparare e poi correggere. Molto saggiamente la maggior parte dei colleghi fa uso delle guide dei libri di testo o di altri che hanno accumulato nel tempo mercè la prodigalità delle case editrici, perciò, quando si tratta di assegnare un compito in classe, è sufficiente scegliere le tracce o le versioni e provvedere in tempo utile alla fotocopiatura dei testi. A me le guide con le tracce confezionate non piacciono. E non per snobismo o per elevato tasso di egocentrismo professionale. In esse c’è sempre un di più o un di meno che m’impedisce di correggere serenamente e onestamente i compiti; poi si verifica pure che le consegne siano opinabili e ambigue, com’è il caso dei quesiti a risposta multipla che, per i testi letterari, costituiscono la morte dell’interpretazione e della libertà creativa e immaginifica dei ragazzi. Talvolta cado nella trappola, come sto sperimentando nella correzione di un’analisi del testo strutturata da altri e che mi sta facendo letteralmente impazzire(dove ogni cosa può essere tutto e il contrario di tutto). Quindi procedo come una lumaca. Intanto la pila dei fogli cresce di giorno in giorno.

C’è però un altro motivo che mi ha congelato la lingua. Io mi sono in qualche modo tradito. O meglio ho tradito lo scopo principale per cui nel 2005 avevo deciso di scrivere qui sul blog: scrivere per diletto, per il piacere della parola a prescindere dalla serietà e leggerezza dei contenuti. Scrivere per sperimentare le mie capacità. Scrivere per esercitarmi. Ed esercitandomi, migliorarmi(o tentare di farlo)per fornire un aiuto ai miei allievi. Invece mi sono lasciato prendere la mano dalla mania della pubblicazione del post a scapito, talvolta, del valore della scrittura. Insomma mi sento colpevole nei confronti della scrittura, quando è stata calpestata dalla realtà vissuta e pensata o quando m’è sfuggita di mano come il mercurio dai vecchi termometri.

A proposito di lingua e scrittura, da un mese e più Radiotre ha inaugurato una nuova e interessante trasmissione, “La lingua batte“, condotta dal professore Giuseppe Antonelli. Si discute, il sabato pomeriggio, di lingua e fenomeni linguistici. Prendo spunto da una simpaticissima discussione FB intorno alla lingua usata da Bersani, che ha stupito molti per l’uso del verbo “strologare“, per lanciare qui metafore strutturate sulla famigerata “NON SIAM MICA QUI[inserire azione assurda a piacere]…

La mia, dal sapore locale, è : NON SIAM MICA QUI A LUCIDARE L’ARGENTERIA E GLI ORI DI SANTA ROSALIA.

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Mi fa schifo appartenere alla categoria-docenti

18 venerdì gen 2013

Pubblicato da melchisedec in ars docendi, cronache extra-scolastiche

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…quando, dopo 5 minuti che l’Enel ha interrotto la corrente elettrica, mi precipito dal responsabile di plesso e, simulando di tremare, amplifico l’impossibilità di resistere a causa del freddo.

…quando, dopo 5 minuti che l’Enel ha interrotto la corrente elettrica, esacerbando l’igienismo patologico che il destino mi ha riservato, lamento la difficoltà di adagiare le chiappe sulla tazza del water.

…quando, dopo cinque minuti che l’Enel ha interrotto la corrente elettrica, sperando di scappare da scuola, fomento gli alunni e li sobillo, perché escano dalle aule a chiedere conto e ragione delle tenebre e dei cessi gialli d’urina.

Ecco in questi casi mi fa schifo appartenere alla categoria-docenti. Qualcuno potrebbe obiettare che tutto ciò non sia una questione di categoria. Passi pure! Ma un educatore non può comportarsi come descritto nei quadretti di cui sopra.

 

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Autocritica

15 martedì gen 2013

Pubblicato da melchisedec in ars docendi, cronache extra-scolastiche

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Tranne qualche caso, in genere, i blogger/docenti, quando parlano di sé nella veste numero due, si autoincensano, narrando mirabilia sulla propria abilità didattica e sulla preparazione nelle discipline che insegnano. Cosa di cui devono andare, in qualche modo, orgogliosi. Tutti credono di essere l’ombelico del mondo dell’insegnamento. Ma il migliore di noi non è esente da almeno un difetto, che, mutatis mutandis, può essere anche un pregio. Io ne ho uno, che con molta fatica riesco a frenare. Avendo, ahimè, una spiccatissima e naturale tendenza a percepire il fluttuare nel vuoto delle palle degli occhi degli alunni appena pronuncio parole, di cui ignorano il significato, che faccio? Digredisco dall’argomento ed esplico, disotterrando radici e ricorrendo ad esempi illustri e non, il significato della parola-suono, perché questa per i ragazzi divenga parola-significato. Il ricorso ad esempi e citazioni mi fa perdere la bussola e raddrizzare l’albero maestro mi costa tanta fatica, perché nel frattempo ho perso il filo del discorso sull’argomento-guida. A questo punto mi vengono in ausilio proprio i ragazzi che solitamente ricordano esattamente da quale punto la traiettoria da lineare è diventata curva e talvolta serpentina. In qualche caso la campana dell’ora, avvoltoio funesto sempre in agguato, segna la fine dell’ora e la conclusione dell’argomento è rimandata all’ora successiva o al giorno dopo, quello scolastico. Quest’anno perciò mi sono proposto di mettere un freno alle digressioni linguistiche(e storiche e culturali), ma sarà molto arduo resistere e desistere.

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