Qualche anno fa, in coincidenza con una nuova dirigenza insediatasi nel liceo in cui insegno, sembrò spirare un vento di cambiamento tale che molti dei docenti vollero impegnarsi, fattivamente e in prima persona, per dare un proprio contributo a una gestione didattica meno personalistica, fondata sul favoritismo, lo spreco di denaro pubblico e le caste di appartenenza, e più orientata verso valori quali l’onestà, la trasparenza, la democrazia. Uno dei banchi di prova, tra settembre e ottobre, riguardò la spinosa questione dei progetti a carico del fondo della scuola; nella precedente gestione l’approvazione di essi era demandata, come d’altro canto prevede la normativa, al collegio. E i progetti passavano tutti. Indistintamente. A volte ce ne siamo ritrovati alcuni, senza che se ne fosse fatta almeno superficiale menzione in seduta collegiale. L’arrivo di un nuovo dirigente, e per giunta donna, fu salutato dai più, spesso esclusi dai banchetti didattici a suon di moneta, come l’inizio di una svolta, che si riverberò immediatamente, in quel fatidico autunno, sulla decisione, condivisa da tutti, almeno in apparenza, di affidare a un gruppo di docenti-saggi(uno per dipartimento)il compito di stabilire i parametri sulla base dei quali filtrare, con un parere didattico motivato, le proposte di progetto, che avrebbe dovuto approvare il Collegio. In termini concreti la Commissione dei Proff. Saggi avrebbe dovuto analizzare, segmento per segmento, tutti i progetti e formulare un parere positivo o negativo da esprimere in assetto collegiale. E bocciare, se era il caso. Condizione necessaria per far parte di cotanto senno era che nessuno dei saggi avesse presentato un proprio progetto. E così fu. Animato da verdi speranze, libero da catene, accolsi con molta incoscienza la nomina a saggio super partes. La Commissione lavorò alacremente, ma il risultato fu quasi perfettamente vano: soltanto due progetti furono bocciati, gli altri passarono tutti. I saggi furono insultati pubblicamente, vilipesi elegantemente, criticati dalla dirigenza perché troppo teneri e poco severi. Personalmente fare il saggio mi costò un saluto tolto(e un’offesa perenne) e una velata accusa di stupidità, lanciata da un’isterica, che ho cancellato dalla lista dei colleghi da degnare di uno sguardo. Le motivazioni della bocciatura si fondavano sull’aggravio economico che i progetti avrebbero avuto sul bilancio delle famiglie e sul valore della scuola pubblica e gratuita. Tutto questo per dire che la realizzazione di certi valori non passa necessariamente né da figure implete del sacro fuoco della saggezza, né dalla gestione di un centro di potere da parte di una donna. I valori non hanno sesso. Come la democrazia, se in atto è al potere, non necessita di saggi super partes. Semplicemente usa gli strumenti che le sono propri.
Di saggi e di donne
03 mercoledì apr 2013
Pubblicato in attualità, eresie interpretative, italia de profundis
Stamani, come succede quasi giornalmente, mentre mi recavo al lavoro(sotto una sferzante e pericolosa grandinata), ho ascoltato la rassegna stampa di radiotre; tra gli articoli proposti mi è parso degno di considerazione quello di Massimo Gramellini, 


