Il fromboliere entusiasta

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Note su e giù

30 martedì apr 2013

Pubblicato da melchisedec in incontri

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Appena il coro impenna, strillando i suoi acuti, Graziella gli fa eco, strascicando le ultime sillabe della parola cantata. Che alle orecchie suonano come una cacofonia sperimentale della peggiore orchestra. Se il verso si interrompe a “cieli”, ecco che Graziella triplica la durata del suono della “e”, bloccandosi in una pronuncia tronca della “i”. La frenesia, destatale dal suono,  si ramifica elettrico negli arti superiori e inferiori,  scoppia in un battito di mani e si fissa in uno strabuzzamento di occhi, che fissano estatici il soffitto della volta monastica. Talvolta Graziella prolunga il suo assolo, emettendo uno stridulo verso, che annulla le parole pronunciate dal celebrante nella minuscola cappella delle monache. E allora è un ruotare di teste a 45°, ora a destra, ora a sinistra, o anche di più da parte di chi occupa i banchi davanti; sono muti rimproveri lanciati con lo sguardo o con un mugugno o una piega degli occhi o delle labbra. Paziente, la madre, che le siede accanto, custode di sinfonie misteriche, rabbonisce la figlia, accarezzandole le gote e frenando le mani nello slancio verso il cielo. Come un lontano tuono dopo un temporale, Graziella suona un indecifrabile monosillabo, tace e, appena il coro vola, ripete di nuovo come un automa versi, movimenti, sillabe rotte. Eppure, qualche giorno fa, Graziella, vagante tra le nuvole canore del suo cielo, ha messo a tacere, senza saperlo, senza volerlo, un birbantello di circa quattro anni, che in chiesa s’era messo a fare il diavolo, disturbando le pie pratiche della sua cara nonnina. Questa, del tutto incapace di gestire le acrobazie del bimbo, d’un tratto lo ha letteralmente fatto pietrificare sul banco, dopo avergli bisbigliato con sguardo terrorizzato qualche possibile oscura minaccia proveniente da Graziella. Il piccolo, che fino a pochi momenti prima non l’aveva notata, si è ricomposto e si è messo a sedere tranquillo, abbozzando timoroso, di tanto in tanto, uno spicchio di sguardo verso la giovane che, senza volerlo e senza saperlo, ha perseverato tetragona nel suo concerto di note spezzate.

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Elsa

29 sabato set 2012

Pubblicato da melchisedec in affetti, i racconti di mel, incontri

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Elsa è stata mia compagna di liceo.
Un’amicizia di grandi affinità elettive, o per lo meno questo ho creduto per molto tempo.
Anni di studio e di divertimento, di gioie e di dolori.
Elsa era molto complessata, non so se oggi abbia superato il complesso del sentirsi addosso qualche chilo di più.
Ciò aveva un riverbero sulle sue relazioni amorose: lei non si piaceva, ma i ragazzi, i porci per dirla come lei, impazzivano di lussuria per le sue forme, le facevano credere di essere innamorati, ma lo scopo era ben presto rivelato, cioè portarsela a letto.

Già però, l’anno della nostra maturità, Elsa era fidanzata in modo serio con Sebastiano e, qualche anno dopo, sono finiti davanti all’altare.
Con Sebastiano Elsa conobbe il grande amore, sebbene il giovane appartenesse a una classe sociale inferiore a quella di Elsa e avesse una tara patologica, che avrebbe potuto compromettere anche gli eventuali figli.
Cosa che non è avvenuta, infatti dalla coppia, grazie anche alla scienza medica, sono sbocciate due bellissime ragazzine, oggi tredicenni.
Ma Sebastiano è morto.
La tara ha minato lentamente la salute del giovane sposo e padre e lo ha cancellato dalla faccia della terra.
Su Elsa s’è così abbattuta una tragedia immane, ma lei s’è fatta coraggio, per le bambine-diceva-, e un anno dopo ha sposato un altro uomo, ricchissimo.

Da allora di Elsa si sono perse le tracce, anzi proprio dal momento in cui ha incontrato un altro uomo, o meglio un altro padre per le bambine, ha interrotto le relazioni con i vecchi amici.
Quindi non ho mai conosciuto il nuovo marito della mia cara compagna, né ho più rivisto le bambine.
Né so se lei lo ami veramente.
Resta un mistero.
Voglio illudermi che Elsa sia rimasta la donna coraggiosa, che ha sfidato convenzioni sociali e pregiudizi.

Molto sporadicamente l’ho incrociata in città in qualche negozio, ma o io o lei andavamo di fretta e non ci siamo mai soffermati a chiederci di noi, della nostra amicizia.
E poi covavo dentro un forte senso di delusione per essere stato escluso tutto d’un colpo dalla sua vita, quindi perché intrattenermi con lei? Sarebbe stato oltremodo finto.
Dopo il nuovo matrimonio ho provato dapprima comprensione per il dramma e per la scelta, poi il suo silenzio, consolidatosi nel tempo, si è cambiato in delusione cocente e oblio.

A dieci anni circa dall’ultima volta in cui ci siamo intravisti, oggi pomeriggio, nel bel mezzo della digestione, mi ha telefonato Elsa.
Inizialmente ho provato una certa emozione nel risentire la sua voce.
Sempre la stessa.
E ho creduto che la chiamata scaturisse dalla necessità di rivederci e, raccontandoci, colmare i vuoti di tanti anni.
Mi sono sbagliato.
Lo scopo è stato rivelato a fine telefonata.
Reperirle un docente di matematica, che dia lezioni private a domicilio a una delle sue figlie.

Elsa non si smentisce mai.

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Mani d’oro

16 domenica set 2012

Pubblicato da melchisedec in affetti, incontri

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S’è fatta annunciare, due giorni prima che ci rivedessimo, tramite un sms, in cui mi chiedeva come me la passassi e scherzosamente, ma non troppo, mi annunciava che durante il week-end l’avrei potuta incontrare, sul corso principale del mio paesello, piazzata dietro una bancarella a vendere collane, orecchini e bracciali, ma anche tanti altri “oggetti”.
Di misterioso il messaggino portava il mittente, non più in rubrica, e l’indeterminatezza del genere.
Amico? Amica? Ex in novelle fiamme?
Per quasi due giorni ho ignorato il messaggio, né mi è passato per la mente di rispondere con un sms o di chiamare il mittente.
Certamente un po’ mi sono scervellato, temendo si trattasse di persona sgradita, timore confermato dall’assenza del numero sulla rubrica.
Al mio silenzio è seguita, invece, la sua chiamata.
Errore mio clamoroso.
Si tratta di Mani d’oro, una collega di matematica, con la quale abbiamo condiviso, nel lontano ’99, due classi per due anni e una felicissima armonia di cuore e d’intelletto.
A scuola stringemmo, dopo un mese di annusamento, un’ amicizia complice e autentica, quando ero meno riccio di adesso e solevo mescolare, nei discorsi, dire e parlare, spontaneità e tanta fanciullezza di spirito.
Lei mi raccontò tutto del marito, delle figlie, della madre e del suo hobby, che oggi è anche lavoro.
Dal canto mio, le permisi di entrare nel mio mondo, fresco ancora di studi e scuola e palpitante di sogni e speranze.
Mani d’oro non è andata in pensione, ma poco ci manca.
Fa ancora bene il mestiere di insegnante, ma s’è creata un altro hobby-lavoro.
Ricicla tutto, il possibile e l’impossibile.
Dalla madre e da una nonna ha imparato l’uncinetto e l’ago.
Poi li ha mescolati con la creatività e le curiosità dei viaggi in giro per il mondo ed ecco uno dei risultati, che ho acquistato per un regalino imminente.
Un paio di orecchini realizzati all’uncinetto.

Dapprima il marito rampognava e scalciava, ora s’è rassegnato e talvolta l’accompagna per le fiere e le mostre in splendidi palazzi siciliani.
L’hobby le fa dimenticare per un po’ le carte della scuola, la rilassa e la fa tornare in classe viva ed entusiasta.

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File

23 sabato giu 2012

Pubblicato da melchisedec in incontri, ipocrisia, varia

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Ci sono comportamenti che mi fanno imbestialire.
Sono dovuto riandare al supermercato per acquistare una confezione d’acqua, pur avendo poco prima fatto la spesa.
Tipica dimenticanza.
Mi metto in fila, anche se non è chiaro se sia una fila stare a branco di pecore davanti alla cassa.
Un cliente, un uomo di 50 anni circa, permette a due signore che passino prima di lui.
E fin qui posso anche non dire nulla.
Ma quando dichiara ad alta voce di averle fatte passare perché sono donne e hanno da fare a casa, erano circa le 19.30, allora avrei voluto insorgere.
Il verme solitario mi ha poi lanciato uno sguardo, ha osservato attentamente il mio misero carico e con indifferenza ha scaricato sul tapis roulant tutta la sua mercanzia.
Io, dal canto mio, ho assunto un’espressione marmorea e glaciale, ignorando la sua mancanza di urbanità.
Ma, se sa leggere bene in faccia alle persone, ha percepito tutto il mio disprezzo.

Davanti a una cassa, si cede il posto a chi ha un solo prodotto o a chi è donna?
Questo non è rispetto per il gentil sesso, ma cafoneria autentica.

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Za-Cle-Clo

04 lunedì giu 2012

Pubblicato da melchisedec in incontri, ipocrisia, modi di dire, silvae, varia

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Zaira, Clemente e Clotilde sono tre amici.
Zaira ha cambiato casa; nella nuova non c’è spazio per un pouf, che all’occasione diventa letto, quindi lo promette verbalmente in regalo a Clemente che sa già dove sistemarlo.
L’amico Clemente si pregusta, in cuor suo, il pouf in nabuk giallo-limone piazzato nel soggiorno.
Dopo pochi giorni, Clemente viene a sapere che del pouf-letto è diventata proprietaria Clotilde.
Non c’è nulla di male in tutto questo.
Il problema è nelle modalità del comportamento di Zaira e Clotilde.
Zaira avrebbe potuto dire a Clemente di essersi sbagliata, perché non si era resa conto che Clotilde aveva bisogno del pouf-letto per eventuali ospiti.
Non che Clemente non ospiti a casa, ma è già ben fornito di due posti-letto per ospiti; certo un terzo posto gli avrebbe fatto comodo.
Tra un terremoto e un’alluvione dei letti per ospitare fanno sempre comodo.
La questione, chiaramente, non è costituita dal valore economico del pouf-letto, che Clemente può serenamente acquistare dal primo Ikea che gli capiti sotto mano.
L’amarezza di Clemente è nel constatare che il passaggio dell’oggetto da Zaira a Clotilde sia avvenuto senza che a Clemente siano state fornite delle argomentazioni.
Minime argomentazioni.
Di urbanità, di civile convivenza tra amici.
Anche un mi dispiace, non avevo tenuto in conto il bisogno di Clotilde” o “mi sono sbagliata, l’avevo già promesso a Clotilde e me ne sono dimenticata.
A Clemente, che nei suoi pensieri segreti è patologico, viene in mente una famosa perla di saggezza evangelica: Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.

Ma Clemente, si rende conto, non è normale di testa, quindi ancora una volta è in errore.
E tace.
Amaramente, ma tace.

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