Davvero feconda l’esperienza degli esami di stato di quest’anno, meticcia per spunti di riflessione e complessivamente positiva.
Nell’arco di quindici giorni ho scialato non soltanto correggendo e interrogando, ma anche analizzando alcuni comportamenti, atteggiamenti, espressioni linguistiche e modi di dire comuni a tutti i componenti della commissione, o quasi.
Iniziamo dalla fase liberatoria dell’esame con l’idiotissima domanda rivolta al candidato:
“Cosa vorresti fare dopo la licenza liceale”? o “Cosa farai da grande”?
La risposta più frequente è “medicina”; molto spesso, però, a turno, uno dei commissari aggiunge che è necessario scegliere una facoltà che dia sbocchi professionali e scoraggia, con tono denigratorio, l’eventualità che il ragazzo possa indirizzarsi verso una facoltà destinata all’insegnamento.
Segue, di solito, un’imbecille risatina corale.
Una vera e propria topica della delegittimazione della figura dell’insegnante.
Durante il colloquio sembra assistere, poi, a delle confessioni religiose.![]()
Dove sono finiti i vecchi professori che rintronavano, già soltanto pronunciando la prima sillaba, gli allievi?
Non si ha più coraggio. Il coraggio di interrogare.
L’aula della commissione si trasforma, invece, per incanto in un confessionale, dove il commissario indossa la stola e timorosamente e con voce sommessa rivolge la domanda all’interlocutore, temendo che questi non sappia rispondere.
Non si riesce a discernere chi sia il peccatore e l’assolutore.
La mimica facciale, lo sguardo e i gesti del commissario sono assimilabili a quelli di chi sta per commettere un’infrazione o sta per reclamare qualcosa che non gli spetta per diritto, ma per concessione e grazia.
Immediatamente il candidato, decifrando il senso, nel caso in cui non sappia rispondere, si appropria della sintassi del professore per telegrafargli il disagio del vuoto.
Il candidato non sa nulla della dialettica servo-padrone o della prova di Anselmo contestata da Kant?
Non importa.
Ti siano rimessi i peccati o perdonami per la richiesta!
Glissare e procedere oltre.
Operare in una scuola diversa dalla propria costituisce, infine, una possibilità di confronto e sfata i luoghi comuni su quale sia la peggiore o la migliore.
Gli asini sono ovunque, così come le eccellenze.
E mi riferisco ad alunni e colleghi.
Ho ascoltato sciocche ragliate, così come parole consapevoli e ponderate, rimarcando l’errore, ma senza stigmatizzare la persona-alunno, e lodando i candidati per la correttezza e la precisione delle risposte fornite.
Non sono mancati gli attriti fra commissari esterni ed interni, ma splendidamente oleati dalla presidentessa, una donna sulla soglia della pensione.
Una gran signora, devo ammettere.
(Il fumetto è stato tratto da qui )
C’è un donnone che si aggira nella mia scuola.