Il fromboliere entusiasta

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Luminari e lumicini

04 lunedì feb 2013

Pubblicato da melchisedec in ipocrisia

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Da qualche anno, tra novembre e dicembre, bussa puntuale alla mia casella di posta elettronica un’email di invito a un seminario, che salda insieme ricerca universitaria e percorsi didattici scolastici; si tratta di quelle sporadiche iniziative culturali di rilievo, che non riguardano l’orientamento post liceale, nel senso che le facoltà universitarie non sponsorizzano i loro prodotti alle future matricole, ma diffondono, a livello periferico, i risultati della ricerca scientifica più avanzata nella prospettiva di un mutuo scambio tra i due poli della formazione: il risultato atteso e sperato è che da una parte la scuola non perda di vista il rigore del metodo di ricerca e l’università, a sua volta, non si arrocchi sulla torre eburnea delle squisitezze dell’erudizione fine a se stessa. Per non tacere della linfa conoscitiva che solitamente s’immette a scuola tra le aride radici del già fatto e proposto.scansione0003
Nell’ambito del seminario il mio ruolo è(è stato)di far avvicinare i due mondi, l’università e la scuola, i luminari e i lumicini, in modo tale che le sollecitazioni della ricerca scientifica possano tradursi in attività scolastiche e percorsi accessibili ai liceali.
Quest’anno l’invito non è arrivato, perciò, approssimandosi il mese in cui si svolge il seminario, m’è parso naturale chiedere lumi a due dei referenti-responsabili, non tanto perché per investitura potesse essere reiterato il mio incarico di mediatore(a costo irrisorio), ma perché interessato all’iniziativa in qualità di docente.
Anzi, proprio nell’email inviata ai due responsabili, non ho fatto cenno al mio incarico, limitandomi a domandare se e quando il seminario si sarebbe svolto e quale tema avrebbe affrontato. Il sapere in anticipo cosa e quando mi permette, infatti, di infarinare gli allievi e di organizzare la loro partecipazione alla giornata di seminario.
L’email di risposta non s’è fatta attendere, ma mi hanno infastidito il tono e la brevità.
Il seminario si farà, ma la scuola viene tagliata fuori per enigmatiche ragioni organizzative; non mi viene comunicato il tema del seminario, ma mi si rimanda a un freddo link che sciorina una locandina e, colmo dei colmi, mi chiedono scusa per non avermi contattato.
Excusatio non petita…
Mi sono offeso.
E credo non a torto.

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23 sabato giu 2012

Pubblicato da melchisedec in incontri, ipocrisia, varia

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Ci sono comportamenti che mi fanno imbestialire.
Sono dovuto riandare al supermercato per acquistare una confezione d’acqua, pur avendo poco prima fatto la spesa.
Tipica dimenticanza.
Mi metto in fila, anche se non è chiaro se sia una fila stare a branco di pecore davanti alla cassa.
Un cliente, un uomo di 50 anni circa, permette a due signore che passino prima di lui.
E fin qui posso anche non dire nulla.
Ma quando dichiara ad alta voce di averle fatte passare perché sono donne e hanno da fare a casa, erano circa le 19.30, allora avrei voluto insorgere.
Il verme solitario mi ha poi lanciato uno sguardo, ha osservato attentamente il mio misero carico e con indifferenza ha scaricato sul tapis roulant tutta la sua mercanzia.
Io, dal canto mio, ho assunto un’espressione marmorea e glaciale, ignorando la sua mancanza di urbanità.
Ma, se sa leggere bene in faccia alle persone, ha percepito tutto il mio disprezzo.

Davanti a una cassa, si cede il posto a chi ha un solo prodotto o a chi è donna?
Questo non è rispetto per il gentil sesso, ma cafoneria autentica.

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Za-Cle-Clo

04 lunedì giu 2012

Pubblicato da melchisedec in incontri, ipocrisia, modi di dire, silvae, varia

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Zaira, Clemente e Clotilde sono tre amici.
Zaira ha cambiato casa; nella nuova non c’è spazio per un pouf, che all’occasione diventa letto, quindi lo promette verbalmente in regalo a Clemente che sa già dove sistemarlo.
L’amico Clemente si pregusta, in cuor suo, il pouf in nabuk giallo-limone piazzato nel soggiorno.
Dopo pochi giorni, Clemente viene a sapere che del pouf-letto è diventata proprietaria Clotilde.
Non c’è nulla di male in tutto questo.
Il problema è nelle modalità del comportamento di Zaira e Clotilde.
Zaira avrebbe potuto dire a Clemente di essersi sbagliata, perché non si era resa conto che Clotilde aveva bisogno del pouf-letto per eventuali ospiti.
Non che Clemente non ospiti a casa, ma è già ben fornito di due posti-letto per ospiti; certo un terzo posto gli avrebbe fatto comodo.
Tra un terremoto e un’alluvione dei letti per ospitare fanno sempre comodo.
La questione, chiaramente, non è costituita dal valore economico del pouf-letto, che Clemente può serenamente acquistare dal primo Ikea che gli capiti sotto mano.
L’amarezza di Clemente è nel constatare che il passaggio dell’oggetto da Zaira a Clotilde sia avvenuto senza che a Clemente siano state fornite delle argomentazioni.
Minime argomentazioni.
Di urbanità, di civile convivenza tra amici.
Anche un mi dispiace, non avevo tenuto in conto il bisogno di Clotilde” o “mi sono sbagliata, l’avevo già promesso a Clotilde e me ne sono dimenticata.
A Clemente, che nei suoi pensieri segreti è patologico, viene in mente una famosa perla di saggezza evangelica: Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.

Ma Clemente, si rende conto, non è normale di testa, quindi ancora una volta è in errore.
E tace.
Amaramente, ma tace.

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La "praivasi"

28 giovedì ott 2010

Pubblicato da melchisedec in incontri, ipocrisia, miscellanea

≈ 24 commenti

La tutela della privacy continua a generare i suoi mostri.belauschte_leute
 
Alcune librerie, si sa, hanno trasferito on line i cataloghi con cui pubblicizzano le novità editoriali e le promozioni; sarà anche per via della crisi che è possibile fruire di considerevoli sconti su libri appena pubblicati fino al 15%, soltanto se l’acquisto avviene tramite internet.
Perciò ho colto al volo l’occasione e ho ordinato due libri, fra  cui un saggio di Pietro Citati su Leopardi, che ho già iniziato a leggere.
Il vantaggio è andato oltre il 15%, infatti non avrei pagato le spese di spedizione, a patto però che mi fossi recato in libreria, la stessa dei saldi, a ritirare il pacco.
Così è stato e ieri, mentre la pioggia e il vento giocavano con l’ombrello, mi sono presentato alla cassa per ritirare i libri.
L’impiegata è stata molto gentile; si è recata velocemente al deposito e stava per porgermi il plico di cartone, lungo almeno 75 cm,  con dentro i due libri, quando, bloccandola, le ho chiesto la cortesia di sconfezionarlo e di riporre i libri in una busta di plastica, in considerazione del fatto che fuori la pioggia battente avrebbe inzuppato il cartone.
Ancora una volta con gentilezza l’impiegata ha accolto la mia richiesta, ma improvvisamente si è materializzato davanti a noi un altro impiegato, un giovane flessuoso e scuro come uno scimpanzè, che ha redarguito con sprezzante ironia la collega, ricordandole che, in base alla legge sulla privacy, non avrebbe dovuto sconfezionare il pacco, ma consegnarmelo così com’era.
Al che sono intervenuto, chiarendo all’essere scimmiesco che ero stato io il colpevole dell’infrazione della legge e che, per una volta, io avevo autorizzato qualcuno a ledere il mio diritto alla mia privacy.
Non c’è stato verso: pur col sorrisino, lo scimpanzè ha continuato a infierire sulla collega.
A questo punto non mi è rimasto che sferzarlo:«È apprezzabile lo zelo con cui svolge il suo lavoro, tuttavia dovrebbe anche imparare ad avere considerazione degli esseri umani. Le consiglio, la prossima volta, di mortificare la collega in un luogo più appartato. Credo sia una sfumatura del diritto alla privacy essere rimproverati e mortificati fuori da occhi indiscreti».
 
Io penso che la legge sulla privacy vada rivista.
Perché, ad esempio, non imporre agli esercizi commerciali che alle casse venga allestito un piccolo box, all’interno del quale il cliente, allungando la mano, possa digitare serenamente il pin del bancomat lontano da occhi indiscreti?
Cosa è più privato?
Ciò che uno legge o il pin del bancomat?

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16 martedì set 2008

Pubblicato da melchisedec in cronache extra-scolastiche, ipocrisia, miscellanea

≈ 20 commenti

Nella scuola italiana, soprattutto alle elementari, diventa sempre più massiccia la frequenza di alunni immigrati.
La maggior parte di essi è destinata ad un percorso scolastico regolare, che in prospettiva dovrebbe garantire uno scenario di radicamento nella società italiana sotto quasi tutti i profili.
Almeno si spera.
Destinato, invece, al fallimento è il percorso di quegli allievi immigrati che, senza conoscere i rudimenti della lingua italiana, fanno ingrassare le fila delle prime classi alle superiori per l’orgoglio dei dirigenti, per i quali l’aumento elefantiaco degli iscritti equivale a ostensione di prestigio.
La stoltezza è sia dei genitori, sia della scuola accogliente.
I genitori non sono minimamente sfiorati dall’idea di cosa possa comportare la frequenza di un corso liceale; d’altra parte la legge e una buona dose di ipocrisia farisaica, che fa dell’accoglienza un fiore all’occhiello della politica scolastica, ignorano un dato reale: un ragazzo quindicenne che a malapena conosce qualche termine della lingua italiana è candidato a non fruire in classe delle medesime opportunità formative dei compagni.
I dirigenti, pur di non esporsi al linciaggio che deriverebbe dal rifiuto di un’iscrizione e di salvaguardarsi per giunta dall’accusa di razzismo, aprono festanti le braccia.
Riduttivo e semplicistico mi pare tirare fuori dal cappello il coniglietto della socializzazione come trampolino di lancio o l’apprendimento individualizzato. I ragazzi siciliani sono calorosi e accolgono cinesi, indiani e africani a braccia aperte. Con 28 diavoli provenienti dalla media mi chiedo poi come si possa individualizzare!
Il silenzio, l’incomprensione, il vittimismo, il senso d’esclusione, infranti, a volte, da un sorriso, le note dominanti di una partitura senza segni.
 ScannedImage-3
Mi è capitato in una prima, nella quale insegnavo storia.
(Fu l’anno in cui la Moratti costrinse i docenti di lettere a completare, a rischio della vita, la cattedra a 18 ore di fatto).
Usutu, un sedicenne inserito dopo una settimana di scuola, trascorse soltanto i primi cinque giorni muto.
Superato l’impatto, Usutu fu il più furbo di tutti.
Su sei frequentava due giorni, alla storia e alle altre materie preferiva il pallone, faceva il filo a quasi tutte le ragazzine appiccicando gli occhi sui lati A e B, ammiccava a destra e a manca, masticava chewing-gum, fingeva di seguire e, rimproverato, ti ammansiva l’ira con un sorriso meraviglioso.
Socializzò alla grande, rischiando di ingravidare mezza classe.
Con me non hai mai spiccicato una parola di storia.
Interrogato, si alzava dal banco e sfilava come un modello lungo l’aula con jeans e maglia aderenti, farfugliava di non comprendere e tornava a sedere.
Risultato?
Bocciato a giugno per due volte consecutive.
Diverso è il caso di Amina, alunna di una collega.
Corso di studio regolare dalle elementari.
A luglio ha conseguito agli esami di stato un risultato eccellente.
L’ho conosciuta durante una supplenza.
Ricordo che mi lasciò senza fiato per la proprietà linguistica.
 
 
 

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