Il fromboliere entusiasta

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Un quinto “fratello”

08 venerdì mar 2013

Pubblicato da melchisedec in libri, miscellanea

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Si era dato quaranta giorni per la consegna, invece ne sono passati appena ventiquattro. L’artigiano-falegname, cui ho commissionato la costruzione di un quinto modulo di libreria, che ora si aggiunge ai quattro già esistenti dal 2000, è stato velocissimo. Non solo per bravura, ma per necessità economiche(dice che il lavoro è diminuito e che la gente tende a dilazionare i pagamenti e che talvolta non paga proprio). Non così è stato circa tredici anni fa, quando attesi ben tre mesi per la consegna, vuoi anche per la mole di lavoro da affrontare. Allora disegnai personalmente lo schema degli scaffali, dei cassetti e delle ante, lui corresse soltanto qualche particolare tecnico; stavolta tutto è stato meno complesso, infatti soltanto scaffali, niente nicchie e cassetti. In tal modo il novello modulo, stesso colore e stessa altezza dei quattro fratelli, rompe un po’ la simmetria  del quattro e ha l’aspetto proprio dell’ultimo nato. Ora però viene il bello: svuotare i nascondigli, ricavati anche all’interno dei mobili d’arredo, e sistemare un bel po’ di libri che, non essendo visibili, rischiavano, ora non più, di cadere nell’inghiottitoio dell’oblio. G_defPer liberare gli anfratti, ancora una volta dovrò sacrificare qualche volume, specialmente libri scolastici, che non ho mai usato, né userò mai; probabilmente li porterò a scuola, dove staranno a raccogliere polvere, infatti, nonostante negli anni io e qualche collega abbiamo organizzato una biblioteca a portata di ragazzi, nel senso che essi, se volessero, potrebbero integrare le lezioni con ulteriori ricerche e approfondimenti da svolgere a scuola o a casa, tuttavia i testi sono rimasti intonsi e nessuno, che io sappia, ne ha mai richiesto in prestito uno. Di quelli che ho a casa, non sarà facile liberarmi di alcuni, se considero che qualche giorno fa, per preparare un compito da far svolgere in classe, ho ripescato un libro del 1981. Con note esplicative meravigliosamente stuzzicanti la sensibilità e l’intelligenza di chi legge ed è in procinto di approntare un commento “aperto” e personale. Dovrò quindi fare molta attenzione nella cernita. Intanto gli scaffali del modulo rimarranno vuoti fino a domenica. Sono belli anche così.

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Mamme

06 mercoledì mar 2013

Pubblicato da melchisedec in letture, libri

≈ 9 commenti

L’apprezzo moltissimo come conduttrice radiofonica e giornalista, ma Loredana Lipperini in qualità di scrittrice mi ha deluso assai. Non mi riferisco al contenuto dello scoppiettante saggio, molto sopra le righe, dal titolo Di mamma ce n’è più d’una, edito da Feltrinelli(2013), ma alla scrittura, che mi è parsa, per dirla con Orazio, lutulenta. Il libro affronta un tema scottante e attuale, quale l’affermazione nell’immaginario collettivo di un monomodello di figura femminile, strutturato esclusivamente sull’identità donna-mamma in tutte le salse possibili e immaginabili che non aiuta di certo il processo di auto-coscientizzazione della donna del XXI secolo. La tesi che percorre il saggio è ben presto detta: il dominio del materno assoluto che permea di sé tutte le rappresentazioni della donna, anche laddove non ce lo aspetteremmo. Infatti l’abilità apprezzabile della Lipperini è la sua capacità di passare al vaglio non solo statistiche ufficiali e fonti autorevoli, ma di esplorare anche le nicchie invisibili dove si annida la donna-mamma, angelo del focolare e della culla, pulitrice indefessa degli schizzi di latte dei bimbi e al contempo lavoratrice solerte e capace, dimidiata tra nido e ufficio, tra fornelli e tornelli.

Se qualche riserva, sul piano del contenuto, la si può nutrire pur nel rispetto che ciascun pensante comunque deve a chi esprime una propria visione del mondo o fornisce una rappresentazione esasperata ed esasperante di una porzione della realtà, molte, per mio gusto personale, se ne profilano all’orizzonte sotto il profilo stilistico. Il discorso della Lipperini è un fiume in piena e, leggendolo, mi sono sentito come quei disgraziati che cercano ogni appiglio per non essere trascinati dalla fiumana e non soccombere ai gorghi della vis polemica e ai risucchi del risentimento di genere.

Una lettura nevrotizzante.

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Il distico più sacro

23 mercoledì gen 2013

Pubblicato da melchisedec in letture, libri, prosa poetica, simboli

≈ 7 commenti


In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c’erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.
Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c’erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l’essenza della vita o la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costellazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l’iridescenza di un’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine.
Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L’Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua sentì le piume. L’Uomo Bruco senti una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L’Uomo Bandicoot senti piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente» ciascuno nel suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta da un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: « Io sono! ». « Sono il Serpente … il Cacatua … la Formica del Miele … il Caprifoglio … ». E questo primo « Iosono! », questo primordiale « dare nome», fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’ Antenato.
Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose della vita e coi loro nomi intessè dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia.Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro « Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono « dentro».
(Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, 1988 Adelphi)

Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin è romanzo ibrido e si inscrive a pieno titolo nel filone della narrativa che racconta, spiega e descrive un viaggio, nella fattispecie quello compiuto dall’autore in Australia. Il romanzo presenta una struttura bivalve, poiché, mentre la prima parte descrive, raccontando, il percorso di Bruce(autore e narratore) con il più esperto esploratore Arkady alla ricerca investigativa dei miti degli Aborigeni, la seconda rompe bruscamente con la narrazione e, attraverso un procedere frammentario, diventa terreno argomentativo alla tesi sottesa al libro, ossia il nomadismo dell’uomo come condizione storica e metafisica. Chatwin così, saccheggiando qua e là tra i miti più svariati per provenienza culturale e per posizione diacronica, riporta, a mo’ di taccuino, una congerie di citazioni decontestualizzate che nelle sue intenzioni dovrebbero dimostrare la trasversalità dell’istinto umano volto perennemente a vagare da un posto all’altro, sia in senso geografico, sia in senso spirituale. La sezione più interessante è perciò la prima: gli Aborigeni avrebbero creato il loro mondo di miti e perché no di terre, di alberi e d’animali percorrendo, in lungo e in largo, le terre d’Australia accompagnati dai  Canti intonati nel loro girovagare da Nord a Sud e da Est a Ovest. La seconda, proprio per il suo andamento frammentario, risulta ostica per l’impossibilità di connettere alcune citazioni al contesto di riferimento e per le forzature che Chatwin opera pur di dimostrare la sua tesi. La narrazione di Chatwin cattura soltanto se la sua penna si lascia guidare dalla vis poetica(come nel lacerto riportato)o dalla delicatezza con cui descrive costumi e credenze degli Aborigeni. Ma queste isole sono sparpagliate nell’oceano prolisso di dialoghi prosastici tra sé, Arkady e i personaggi incontrati lungo il percorso.

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Il sacrestano di cera

03 sabato nov 2012

Pubblicato da melchisedec in letture, libri, penne obliate, simboli

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C’era una volta un sacrestano che credeva di andare in paradiso mangiando i moccoli di cera. Ogni moccolo che mangiava, cresceva di cinquanta centimetri.
In poco tempo diventò un sacrestano di cera e crebbe tanto che un giorno sbucò fuori dalla punta del campanile.
Il paradiso doveva trovarsi dritto sopra il campanile e il cielo gli sembrava una salita facile facile.
- È un giochetto da bambini andare in paradiso – disse il sacrestano di cera, e mandò giù un moccolo dopo l’altro.
Si allungava sopra il tetto del campanile, e più si allungava più dimagriva.
Com’ era bello salire con la testa e lasciarsi ai piedi il piccolo, basso mondo! Si alzò di qualche miliardo di chilometri, finché un giorno dette una zuccata contro qualcosa di duro: era il tetto del cielo. Finalmente!
- Dov’ è la porta del paradiso? – chiese a una stella cometa che era appiccicata al tetto del cielo.
Più giù.
- Come più giù?
È stata trasferita più in basso. Perchè la porta del paradiso era così stretta che ci passavano solo i santi … quelli magri, naturalmente.
La stella mosse la coda che mandò milioni di scintille. E una piccola scintilla andò a cadere sullo stoppino che il sacrestano aveva tra i capelli di cera.
Lo stoppino prese fuoco e il sacrestano cominciò a sciogliersi come una candela. La faccia sudava cera liquida che colava giù lungo tutto il lunghissimo sacrestano, e allagava la terra.
Crescere era stato un divertimento, una passeggiata. Ma ora ritornare piccolo, che faticaccia!
Ma se il sacrestano si abbassava continuamente, in compenso si allargava in tutte le direzioni.
- Dov’ è la porta del paradiso? – chiese il sacrestano a un disco volante.
- Più giù.
II sacrestano di cera continuò a sciogliersi, fino a diventare alto non più di venti centimetri. Ma era così largo, così grasso, così sparso dappertutto che toccava con una mano la città di Parigi e con 
l’ altra la città di Nuova York.
E aveva il piede destro in mezzo alla neve della Russia e il piede sinistro nel deserto africano. Riusciva a stringere il mondo tra le braccia.
E il suo cuore si era allargato tanto che lo sentivano battere da un capo all’altro della Terra: batteva di gioia per la gente che rideva e di tristezza per la gente che piangeva.
- Dov’ è la porta del paradiso? – domandò il sacrestano di cera a una stella cadente.
- La porta del paradiso – rispose la stella cadente – è la larghezza delle tue braccia e la grandezza del tuo cuore.
E allora il sacrestano di cera entrò in paradiso, tenendo il mondo tra le braccia.

Un grazie all’amica MariaNeve, che mi ha donato uno dei libri di lettura della scuola elementare. Che bei ricordi! Il sacrestano di cera era tra le mie letture preferite.

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Mo Yan, la rana e i girasoli

11 giovedì ott 2012

Pubblicato da melchisedec in attualità, libri, radio

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Riporto qui, dopo l’ascolto di Fahreneit, le notizie fresche che sono riuscito a raccogliere su Mo Yan, Nobel per la Letteratura 2012.
Le altre chiaramente sono reperibili su Wikipedia.
Iniziamo dalle curiosità biografiche.
Mo Yan, figlio di contadini, militante da giovane nell’esercito, cosa che gli ha permesso di frequentare le scuole e le università, è uno pseudonimo che lo scrittore ha scelto e vuol dire “Non chiacchierare troppo!” in riferimento al rimprovero che spesso gli muoveva la madre, perché da piccolo, come tutti i bambini, raccontava candidamente ai conoscenti e ai parenti i fatti di casa. In compenso Mo Yan, dopo l’infanzia, ha coltivato il dono della scrittura.
Lo scrittore cinese, uno dei favoriti più quotati alla vigilia e con alle spalle una carriera di premi prestigiosi, non è il più amato in Cina, né ha venduto milioni di copie nonostante i miliardi di abitanti del suo paese; è la prima volta che il Nobel viene assegnato a un cinese non dissidente e questo fatto, a detta dei sinologi, potrebbe allentare la tensione ideologica della Cina con l’Europa del Nord, avvicinando il paese asiatico alle politiche culturali europee.
La scelta di quest’anno ha puntato non sulla possibilità delle vendite, ma sulla qualità dei romanzi, quasi a contrastare la titanica avanzata di tanta letteratura erotica femminile dalle numerose sfumature. Mo Yan è uno scrittore già conosciuto in Italia ed è sfegatato cultore de “Il visconte dimezzato”; dopo aver letto il capolavoro di Calvino, pare che abbia detto “Perché non l’ho scritto io?”. Gran parte della sua produzione è stata etichettata con la categoria di realismo magico e, secondo altri studiosi, di realismo allucinatorio. I sinologi consigliano di iniziare a leggere Mo Yan a partire dal romanzo “Sorgo rosso”(1994), che lo ha reso famoso nel consesso letterario mondiale, ma mi sembra allettante la raccolta “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”( 1997). Lo stile di MoYan è vario: prosa torrenziale in alcune opere, secca in altre; estremamente versatile nell’uso di differenti registri linguistici e nella pratica variegata del genere-romanzo. Nel racconto La rana ha preso posizione contro la politica cinese del figlio unico; in un altro racconto narra di una bimba abbandonata dal padre, perché femmina, in un campo dei girasoli, ritrovata poi da un uomo che la porta con sé, ma, quando egli scopre che è femmina, vorrebbe anche lui disfarsene come già il padre. L’amore per quell’innocente lo fa però desistere. 

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