Sento una gran voglia di combattere e di impegnarmi sempre di più, di essere sempre più deciso e intransingente, di mantenere un atteggiamento sempre più polemico nei riguardi di qualsiasi potere.
(Leonardo Sciascia)
Sono passati vent’anni dalla morte dello scrittore di Racalmuto; poche le iniziative, a livello accademico italiano, per ricordarlo. Lo hanno trascurato anche le università con cui Sciascia ha intrattenuto una qualche relazione, prima fra tutte Palermo.
Lo chiarisce Vincenzo Consolo nel corso di un’intervista su radiotrerai.
Mentre l’Università di Siviglia organizza delle giornate per ricostruire il ritratto dello scrittore, in Italia pesa ancora il ricordo di uno Sciascia scomodo che, parlando delle mafie, ha rovinato il volto turistico della Sicilia.
Sciascia reagiva con molta severità nel dire la verità sul nostro paese, oggi sarebbe inorridito di fronte alle trame politiche della nostra contemporaneità.
Era un vero scrittore civile, non gradito ai poteri costituiti; oggi viene eluso e gli viene preferito Camilleri, senza che con ciò si voglia sminuire la genialità dello scrittore di Porto Empedocle.
Sciascia comunque aborriva il folclore e detestava il dialettalismo da cazzo che imperversa nei polizieschi e in tv.
Si era misurato con il giallo, rimanendo però fuori da quello di consumo.
Nelle sue prove letterarie non si scopre l’assassino, ci si rompe, invece, la testa; d’altro canto il potere non può condannare se stesso.
Un connubio così molto stretto tra scrittura e impegno da sollevare una controversia ciclica.
L’intellettuale può e deve incidere sul reale o è quello che guarda dalla finestra e posa uno sguardo leggero e distratto sul mondo che c’è intorno?
La letteratura non sempre è impegno, può anche parlare dei sentimenti, della bellezza dell’alba o del profumo dei fiori, ma lo scrittore ha il dovere di intervenire pubblicamente, se non vuole essere complice dei mali della società. Non necessariamente deve scrivere romanzi impegnati.
Anche nell’uso della lingua può emergere lo slancio etico-politico di uno scrittore.
Con una lingua comunicativa, illuministica, chiara e limpida per veicolare il suo messaggio civile, non sperimentalistica.
Poi, dal ’79, l’impegno politico.
Io mi sono sempre occupato di politica e sempre nel senso etico, qualcuno dirà che questa è la mia confusione o il mio errore, voler scambiare la politica con l’etica, ma sarebbe una ben salutare confusione e un bel felice errore se gli Italiani, e specialmente in questo periodo, vi cadessero.
(Leonardo Sciascia)
Per la sua limpida e costante ragione – ragione, diciamo, nel senso di capacità di pensare e nel senso di non avere avuto mai torto – Leonardo Sciascia ebbe incomprensione, avversità, antipatie, aggressioni da parte di persone prive di giudizio o armate di pregiudizio, di malafede, di fanatismo. «In Italia è ben ristretto il cerchio degli uomini che sanno pensare» scriveva nel 1776 Giuseppe Pelli a Cesare Beccaria. Dopo tre secoli, non sappiamo se quel ristretto cerchio si sia allargato…
(Un contributo di Vincenzo Consolo; continua a leggere su L’Unità)
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