Il fromboliere entusiasta

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Non siam mica qui…

05 martedì mar 2013

Pubblicato da melchisedec in ars docendi, cronache extra-scolastiche, lingua, modi di dire, parole come gioielli

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hover_thumb_john-torrioIl mio mese di febbraio, soprattutto l’ultima parte, ha schiacciato e mortificato il desiderio di scrivere qui sul blog. E marzo non è poi così diverso dal precedente. Gli impegni scolastici di natura organizzativa mi hanno del tutto fagocitato e ho dovuto affrontare, da solo, il carico di 33 classi da gestire; adesso i capitani siamo nuovamente due, perciò tiro un respiro di sollievo. Sono però subentrati i compiti da svolgere in classe, pertanto da preparare e poi correggere. Molto saggiamente la maggior parte dei colleghi fa uso delle guide dei libri di testo o di altri che hanno accumulato nel tempo mercè la prodigalità delle case editrici, perciò, quando si tratta di assegnare un compito in classe, è sufficiente scegliere le tracce o le versioni e provvedere in tempo utile alla fotocopiatura dei testi. A me le guide con le tracce confezionate non piacciono. E non per snobismo o per elevato tasso di egocentrismo professionale. In esse c’è sempre un di più o un di meno che m’impedisce di correggere serenamente e onestamente i compiti; poi si verifica pure che le consegne siano opinabili e ambigue, com’è il caso dei quesiti a risposta multipla che, per i testi letterari, costituiscono la morte dell’interpretazione e della libertà creativa e immaginifica dei ragazzi. Talvolta cado nella trappola, come sto sperimentando nella correzione di un’analisi del testo strutturata da altri e che mi sta facendo letteralmente impazzire(dove ogni cosa può essere tutto e il contrario di tutto). Quindi procedo come una lumaca. Intanto la pila dei fogli cresce di giorno in giorno.

C’è però un altro motivo che mi ha congelato la lingua. Io mi sono in qualche modo tradito. O meglio ho tradito lo scopo principale per cui nel 2005 avevo deciso di scrivere qui sul blog: scrivere per diletto, per il piacere della parola a prescindere dalla serietà e leggerezza dei contenuti. Scrivere per sperimentare le mie capacità. Scrivere per esercitarmi. Ed esercitandomi, migliorarmi(o tentare di farlo)per fornire un aiuto ai miei allievi. Invece mi sono lasciato prendere la mano dalla mania della pubblicazione del post a scapito, talvolta, del valore della scrittura. Insomma mi sento colpevole nei confronti della scrittura, quando è stata calpestata dalla realtà vissuta e pensata o quando m’è sfuggita di mano come il mercurio dai vecchi termometri.

A proposito di lingua e scrittura, da un mese e più Radiotre ha inaugurato una nuova e interessante trasmissione, “La lingua batte“, condotta dal professore Giuseppe Antonelli. Si discute, il sabato pomeriggio, di lingua e fenomeni linguistici. Prendo spunto da una simpaticissima discussione FB intorno alla lingua usata da Bersani, che ha stupito molti per l’uso del verbo “strologare“, per lanciare qui metafore strutturate sulla famigerata “NON SIAM MICA QUI[inserire azione assurda a piacere]…

La mia, dal sapore locale, è : NON SIAM MICA QUI A LUCIDARE L’ARGENTERIA E GLI ORI DI SANTA ROSALIA.

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Saper attendere, prepararsi, impegnarsi

31 lunedì dic 2012

Pubblicato da melchisedec in attualità, letture, parole come gioielli, religione civile

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Ora che aveva superato la sorpresa si sentiva improvvisamente stanco. Si trascorre una vita intera preparan­dosi a qualcosa. Prima ci si sente offesi e si vuole ven­detta. Poi si attende. Da molto tempo, ormai, attende­va. Non sapeva più a che punto il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa. Nel corso del tempo tutto si conserva, però si scolorisce come quelle fotografie di un passato ormai lontano che veni­vano fissate su una lastra di metallo. La luce e il tempo sfumano i tratti più nitidi e spiccati, che a poco a poco scompaiono dalla lastra. Bisogna rigirare l’immagine perché la luce cada da una certa angolazione, per poter individuare, su quella superficie confusa, la persona, i cui lineamenti erano riflessi un tempo dal suo specchio. Così sbiadiscono nel corso degli anni tutti i ricordi umani. Poi un bel giorno un raggio di luce piove da qualche parte e allora ritroviamo d’improvviso un volto.

(Sándor Márai, Le braci, 1942)

Con questo stralcio, tratto da uno dei miei classici preferiti, auguro a tutti gli amici blogger un anno sereno e costruttivo, fatto di impegno nel campo in cui  brillano di più i talenti di ciascuno. Come, in qualche modo, ci ha insegnato Rita Levi Montalcini.

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Twutti insieme twittativamente

12 mercoledì dic 2012

Pubblicato da melchisedec in attualità, parole come gioielli

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La lingua italiana si arricchisce, in queste ore, di nuove parole composte, formate per derivazione dal sostantivo d’oltralpe tweet e da twitter: twittomelia, che designa le brevissime omelie del papa Benedetto XVI lanciate tramite i 140 caratteri di twitter, e twittatore(magari anche buono in ossequio al seminatore evangelico), ossia chi scrive messaggi diffondendoli nella rete del microblogging. Ne saranno coniate altre? Twittoscomunicare, twittanatema, twittobenedire, twittangelus, twittudienza? La Crusca finora si è limitata a registrare twitter, ma, in attesa di nuove parole filotwittopapali, possiamo scatenare la nostra immaginazione. Comunque sia, molto abile la strategia vaticana soprattutto per la scelta di una data facile da memorizzare, appunto il 12/12/12. 

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17 maggio contro l’omofobia: Venerino Mentuccia

17 giovedì mag 2012

Pubblicato da melchisedec in i racconti di mel, modi di dire, parole come gioielli, silvae

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Con il breve racconto Venerino Mentuccia partecipo all’iniziativa “Giornata contro l’omofobia”; il testimone che mi ha raccontato questa storia è morto da qualche anno. Perciò le domande che avrei voluto rivolgergli(mi mancò allora la sfrontatezza)rimangono senza risposta.
Affido, perciò, ogni cosa alla scrittura.
Lei suggerisce, sana, risarcisce una memoria e restituisce un minimo di senso anche a quello che senso non ha.


Chi volgeva lo sguardo sulla terrazza che Venerino si era ricavato su una delle baracche del terremoto del ’68 abboccava come il pesce all’amo.
I vermi da pesca erano i vasi con le troffie di prezzemolo e menta, e di basilico nei mesi estivi, e i fili su cui il cuoco, terminate le faccende, stendeva i canovacci della cucina, la biancheria personale e i quatrati ricavati da lenzuola ormai logore, che la madre gli aveva lasciato in dote.
Agli operai, esperti di cemento, non sfuggivano però le macchie di sangue sbiadite che chiazzavano di tutto punto i quatrati.
Perché Venerino ci aveva le sue “cose”.
Mese per mese.

Le madri di famiglia di Montevago raccontavano che Venerino mensilmente si scugnava il naso, perché dal naso il sangue fuorisciva più fino e si stampava sulla stoffa bianca assumendo forme irregolari e perciò più naturali.
Ne riempiva la cesta della biancheria, attendeva qualche giorno che le fibre si imbevessero di rosso, li lavava e poi, spettacolo per paesani, li stendeva in bella mostra sul filo del balcone della casa buttata giù dal terremoto del ’68.
Perché Venerino ci aveva le “cose” e, pur non avendole, se le creava e le mostrava.
Venerino era rimasto solo già qualche anno prima delle crisi epilettiche della terra e si industriava come poteva accontentandosi del poco a tavola e del molto in igiene.
Lisciva e azzolato non mancavano mai nella dispensa.
Settimanalmente dedicava il venerdì alle pulizie di casa e porte, balconi e finestre venivano spalancati per fare entrare aria, scacciare la muffa e asciugare il pavimento.
Dopo l’attacco epilettico più violento Venerino non fece più ritorno a casa, perché il balcone se lo mangiò il salone crollando su se stesso e il cucinino, un parallelepipedo di pietre sul retro della casa, si macinò sotto il peso delle scosse insieme alla lisciva e all’azzolato.

A Montevago Venerino tornò qualche anno dopo.
Con i risparmi della madre aveva frequentato al Nord un corso per cucinieri e s’era preso il titolo.
E popolò e abbellì con il suo gusto la baracca che l’ingegnere della ricostruzione gli affidò durante i lavori del ’76.
La baracca di Venerino era il ricovero di tutti gli operai, il surrogato delle mogli che essi abbandonavano a casa per cinque giorni per buscarsi il pane; Venerino infatti aveva rubato alla madre l’arte del ricamo, il ferro dell’uncinetto e la tecnica del rammendo di calzini, pantaloni e quant’altro.
Anche il paffuto ingegnere ricorse un giorno alle mani veloci del cuoco-tuttofare, ché uno strappo improvviso gli aveva sfigurato la giacca.
Ago, filo, cotone e via, nuova come prima la giacca.
Il regno di Venerino era però la baracca-mensa per gli operai del cantiere.
La manteneva linda e ordinata meglio di una femmina e se un operaio si fosse azzardato ad entrare prima dell’ora della pancia, il cuoco non indugiava a cacciarlo minacciandolo con la scopa e con le mani sui fianchi.
Poi però si faceva perdonare con le pietanze della cena.
Gli operai raramente rimpiangevano i piatti di casa.
Venerino eccelleva nelle polpette con le sarde e la mentuccia.
L’economo del cantiere, infatti, gli consentiva, quelle rare volte in cui il pescivendolo saliva dalla costa, di acquistare le sarde ancora vive con l’argento addosso, che il cuoco svuotava delle argie e delle interiora, diliscava chirurgicamente e, fattele dissanguare, impastava con formaggio pecorino, mollica di pane, pinoli, uva passa e mentuccia. Dopo averle fritte, le immergeva nel sugo di pomodoro e ci faceva il primo e il secondo piatto, che gli operai si leccavano i baffi.
L’altra pietanza di Venerino era la canazza di peperoni, patate e melanzane, stufate, talvolta fino a sfarinarsi, con cipolla e basilico.
Il dopocena era tutto uno sdilinquirsi di complimenti e risate tra l’ammirazione e lo sfottò degli operai e le occhiatacce dell’ingegnere, che poco tollerava le arguzie e le battute piccanti a danno di Venerino, che si vendicava minacciando per il giorno dopo spaghetti in bianco con l’olio e il formaggio.
Qualche bicchiere di vino in più era il carburante dei doppi sensi che mastri e operai costruivano su ogni parola pronunciata da Venerino, che a sera diventava intrattenimento per le fatiche di un giorno.
I piatti della cena successiva distendevano però il muso di Venerino, le cui mani, ai fianchi per l’arrabbiatura, si industriavano in cucina più amorevolmente del solito.
Talvolta, dopo cena, il cuoco, mentre riassettava la baracca-mensa, raccontava di sé e delle sue qualità di cuciniere sopraffino e pulito, invitando nella sua baracca-alcova, profumata di mentuccia e lisciva, questo o quell’operaio per un bicchierino o una briscola.
Vi tornò sempre solo in baracca.
Tra i suoi quatrati e la mentuccia.
Il basilico e il prezzemolo.
L’odore di lisciva e l’azzolato per sbiancare.

Il testimone di questa storia giura che nessuno abbia mai accettato i bicchierini di Venerino, né si sia mai seduto con lui per una briscola.
Ma su ciò, se il testimone me lo consente, è lecito a tutti noi dubitare.

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Versioni

01 domenica apr 2012

Pubblicato da melchisedec in parole come gioielli

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Ho avuto modo di ascoltare qualche brano della nuova traduzione della Bibbia effettuata nel 2008.
Non sono un filologo biblista e non ho le competenze dottrinali per esprimere un giudizio onesto sulla traduzione, ma da lettore non posso che esprimere un sentimento di estraneità alla nuova versione.
So che ciò dipende dal fatto che molti brani li conosco a memoria, pertanto, ascoltando certi passi, rimango alienato.
Di seguito la nuova versione, fredda e impoetica; in ultimo la vecchia, musicale e poetica.

La nuova versione(CEI 2008)
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

(Filippesi 2, 6-11)

La splendida vecchia versione:
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

(Filippesi 2, 6-11)

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