Il fromboliere entusiasta

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Bingo!

05 domenica mag 2013

Pubblicato da melchisedec in simboli, varia

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Ieri sera, per la seconda volta nella mia vita, sono entrato in una sala Bingo. La prima volta fu dodici anni fa nientemeno che a Caltanissetta, in occasione di una festa di compleanno, che si concluse con un passaggio al Bingo. Cosa strana fu che proprio il festeggiato di quella sera vinse una ridicola sommetta. La prima volta non colsi il senso di alienazione che si prova stando lì, seduto ad un tavolo con la tua cartella davanti, mentre mani rapaci ritirano soldi, ignari delle più elementari regole di buona educazione. Ieri sera, le amiche-taralle hanno fatto guerra e tutti ci siamo lasciati convincere. “Dai, una sola cartella-ha proposto una-e poi si va via!“. Da una a tre. Pochi minuti sono stati sufficienti per rendermi conto dell’alienazione da sé e dagli altri che si prova. Domina sovrana la velocità. Occhio e orecchio devono essere coordinati, altrimenti si rischia di non segnare uno dei numeri sorteggiati.  Infatti, preso inizialmente dalla mia attitudine a osservare gli altri, m’è sfuggito un 54, che tanto nulla avrebbe eventualmente aggiunto alle mie tasche. Al tavolo non si può comunicare, né parlare, perché il vortice del gioco non lascia spazio. Tutti i tavoli erano impegnati. Tutti. Ci siamo sistemati in uno occupato da una sola persona, una donna di circa sessant’anni, visibilmente ludopatica, che ha posizionato la somma(penso circa sessanta euro e qualche spicciolo) da giocare proprio sul tavolo, davanti a tutti. Sebbene si sia ritrovata con un pugno di estranei, ha accolto la compagnia serenamente, anzi ci ha raccomandato di stare vigili e di gridare immediatamente “cinquina” o “bingo”, altrimenti non vale la vincita. Concluso il nostro gioco, siamo usciti. Io frastornatissimo. Le luci del teatro, i gabbiani volteggianti su una fetta di cielo e dei ragazzi che ballavano sincroni in piazza mi hanno ridato il gusto della serata. E una sensazione anche: aver visitato un tempio del terzo millennio, dove gli dei danno i numeri e spacciano estasi momentanee.

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Scatti pasqualini

31 domenica mar 2013

Pubblicato da melchisedec in ars imagines luce exprimendi, fotografia, silvae, simboli, simbolo, stagioni

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Angolo di monastero
Ricamo su tulle

Fiori

L’angelo e l’orchidea maculata

Rudere in fiore

Incontri

Scenografico

A testa in su

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Il distico più sacro

23 mercoledì gen 2013

Pubblicato da melchisedec in letture, libri, prosa poetica, simboli

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In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c’erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.
Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c’erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l’essenza della vita o la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costellazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l’iridescenza di un’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine.
Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L’Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua sentì le piume. L’Uomo Bruco senti una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L’Uomo Bandicoot senti piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente» ciascuno nel suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta da un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: « Io sono! ». « Sono il Serpente … il Cacatua … la Formica del Miele … il Caprifoglio … ». E questo primo « Iosono! », questo primordiale « dare nome», fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’ Antenato.
Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose della vita e coi loro nomi intessè dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia.Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro « Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono « dentro».
(Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, 1988 Adelphi)

Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin è romanzo ibrido e si inscrive a pieno titolo nel filone della narrativa che racconta, spiega e descrive un viaggio, nella fattispecie quello compiuto dall’autore in Australia. Il romanzo presenta una struttura bivalve, poiché, mentre la prima parte descrive, raccontando, il percorso di Bruce(autore e narratore) con il più esperto esploratore Arkady alla ricerca investigativa dei miti degli Aborigeni, la seconda rompe bruscamente con la narrazione e, attraverso un procedere frammentario, diventa terreno argomentativo alla tesi sottesa al libro, ossia il nomadismo dell’uomo come condizione storica e metafisica. Chatwin così, saccheggiando qua e là tra i miti più svariati per provenienza culturale e per posizione diacronica, riporta, a mo’ di taccuino, una congerie di citazioni decontestualizzate che nelle sue intenzioni dovrebbero dimostrare la trasversalità dell’istinto umano volto perennemente a vagare da un posto all’altro, sia in senso geografico, sia in senso spirituale. La sezione più interessante è perciò la prima: gli Aborigeni avrebbero creato il loro mondo di miti e perché no di terre, di alberi e d’animali percorrendo, in lungo e in largo, le terre d’Australia accompagnati dai  Canti intonati nel loro girovagare da Nord a Sud e da Est a Ovest. La seconda, proprio per il suo andamento frammentario, risulta ostica per l’impossibilità di connettere alcune citazioni al contesto di riferimento e per le forzature che Chatwin opera pur di dimostrare la sua tesi. La narrazione di Chatwin cattura soltanto se la sua penna si lascia guidare dalla vis poetica(come nel lacerto riportato)o dalla delicatezza con cui descrive costumi e credenze degli Aborigeni. Ma queste isole sono sparpagliate nell’oceano prolisso di dialoghi prosastici tra sé, Arkady e i personaggi incontrati lungo il percorso.

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La Melato

11 venerdì gen 2013

Pubblicato da melchisedec in attualità, pellicole cult, simboli, simbolo

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mariangela-melato-01Sono contento di averla vista recitare in Filumena Marturano proprio qualche settimana fa in tv; già da ragazzino ho capito che la Melato aveva qualcosa di speciale. Allora mi colpiva il suo aspetto tendenzialmente androgino, potenziato dalla voce ruvida. Per non parlare delle parti sui generis assegnatele tra gli anni ’70 e ’80. Di lei ho sempre apprezzato l’intelligenza e la versatilità, mai prostituita al suo essere donna di grande fascino. Il primo film che ho visto con lei attrice è La poliziotta, che alla fine degli anni ’70 le emittenti locali proponevano quasi a intermittenza regolare. Poi i cult. Da adulto ho compreso che quella voce inconfondibile e la mascolinità erano(e sono)il segno di un’attrice unica nel panorama italiano, paragonabile per bravura ad Anna Magnani, a Silvana Mangano e a Monica Vitti.

Ha scritto un bel tributo Concita De Gregorio.

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“Abbatiando”

30 domenica dic 2012

Pubblicato da melchisedec in ars imagines luce exprimendi, fotografia, religio, simboli

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Campanile di San Martino con echi classici

Un dio “fuori posto” versa acque lustrali

Pesci con riflesso di cielo

Il chiostro 

San Benedetto indica la regola; ho notato che i santi benedettini non stanno mai con le mani ferme, infatti un dito indica sempre qualcosa o addita qualcuno.

Il bimbo sul tronco di Iesse

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