Macine, cigni & galassie

Non so quale follia, oggi pomeriggio, mi abbia spinto a seguire per circa un’ora il discorso dell’onorevole Letta. Forse senso civico. Forse il tedio barboso che provo leggendo i quotidiani a caccia di notizie sensazionali. Ho preso qualche appunto, per sottolineare scherzosamente qualche sfumatura del suo discorso sotto il profilo linguistico, ponendomi però dalla parte dei miei allievi, come se ne fossero i destinatari. La similitudine contenuta in  “un debito pubblico che grava come una macina” non la capirebbero a primo acchito. La macina appartiene a un mondo, almeno da noi, ormai tramontato. Le macine, quelle belle solide, in pietra, sono forse in mostra presso qualche museo agricolo o al massimo vengono adoperate nei frantoi di qualche sperduto paese di provincia.

Poi c’è il canto del cigno. Anche questo inattuale, a meno che i ragazzi abbiano letto le opere di riferimento o pratichino danza classica. Ma c’è qualcosa che non mi torna. È uno dei cigni del Lago o quello di platonica memoria? O è il cigno di baudeleriana memoria, che s’aggira, alienato, tra i ruderi della vecchia politica?

Poi c’è una bellissima iperbole dal sapore fortemente civile, la galassia del 5 x mille. Questa ce l’hanno familiare i ragazzi, la galassia intendo, anche perché ne adoperano l’aggettivo.

Non so, invece, se i ragazzi possano cogliere la differenza tra “ampiare” e ampliare”, anzi sappiano che il verbo è “ampliare” e che “ampiare” non è registrato sul dizionario. A me pare di avere sentito “ampiare” nel senso di “ampliare”. La Povna mi rassicura però. Quindi prenoterò una visita dall’otorino! :-)

Poi, cari ragazzi miei, non potreste cogliere -sono sicuro-  la parafrasi del Confiteor, che molti abbiamo imparato al catechismo; la nuova versione è “gesti, parole, opere, omissioni per astensionismo”.

Fra qualche anno, invece, il vostro insegnante di storia potrà dirvi qualche parolina sul patriottico “O si vince o si perde”.

Chiacchiere e tazze

Nel tardo pomeriggio è venuta a trovarmi la mia amica MariaNeve; dapprima mi ha chiamato al telefono, per sincerarsi se io fossi a casa, poi si è auto-invitata con la sua solita faccia tosta per un caffé espresso. MariaNeve usa la moka a casa, ma preferisce il mio caffé, forte e cremosissimo, quasi come quello del bar. Dallo sguardo e da quello che mi ha raccontato ho capito che il caffé era soltanto un pretesto per parlare, o meglio per sfogare la sua rabbia. Mi ha anche portato un piccolo dono, una tazza da tisana, pur sapendo che raramente faccio uso di tisane. Un regalo si accetta comunque e si apprezza il gesto. MariaNeve ha trascorso un 25 Aprile non proprio sereno; a parte che ha provveduto a pulire il bucato accumulato in una settimana, con la minaccia incombente, poi diventata realtà, di una pioggerella fangosa, ha anche dovuto sopportare le angherie della madre-padrona, il cui amore per la figlia si sostanzia in frequenti dispetti, piccoli attentati, brutte risposte. La madre-tiranna pretenderebbe di gestire la vita della figlia, 47 suonati, ma fallendo si vendica in ogni modo. Compra il pane soltanto per sé, cucina per sé, la stigmatizza come donnaccia di strada che ha mandato all’aria una serie di proposte di matrimonio, le nasconde vestiti e accessori, sostituisce le scarpe di una scatola con quelle di un’altra scatola, per cui MariaNeve cerca i mocassini, ma le appaiono con presentita sorpresa le ballerine e cose di questo genere. Purtroppo MariaNeve deve sopportare la madre pestifera, non avendo le possibilità economiche per vivere da sola; il suo contratto di lavoro viene rinnovato annualmente e lo stipendio non sarebbe sufficiente per gestire da sé una casa. Ha sorseggiato il caffé con soddisfazione, mentre l’ascoltavo pazientemente. Cosa avrei potuto dire? Mi sono limitato a farle coraggio. Una madre è sempre una madre e il giudizio di un estraneo sulla propria, anche la più disamorata, viene percepito dalla figlia(o) come atto di intrusione nella sacra sfera degli affetti intimi. E poi ci sono casi, in cui il bene migliore che possiamo fare per gli altri è stare zitti. Così il mio 25 è cominciato e si è concluso allo stesso modo: al mattino, correggendo i compiti, ho ascoltato le minchiate degli alunni, nel pomeriggio i drammi dell’amica d’infanzia. 

Pino beato

pietre_vive_300Gli insegnanti di religione del mio liceo si stanno mobilitando in vista della beatificazione di don Pino Puglisi, infatti hanno chiesto al DS l’autorizzazione a condurre almeno due classi allo stadio di Palermo, perché possano partecipare il 25 maggio alla cerimonia religiosa. Me ne parlava stamattina il collega-organizzatore e mi ha stupito assai che il secondo docente accompagnatore non sia tra quelli impegnati 365/365 nella lotta antimafia; anzi tali colleghi sembrano ignorare appositamente l’evento. Per questi ultimi Pino Puglisi rimane sempre e soltanto “un prete”. Che sia stato assassinato dalla mafia per loro conta assai poco. Perciò andranno allo stadio l’organizzatore(insegnante di religione) e una collega pensionanda, che ha conosciuto padre Puglisi personalmente.

L’ennesima riprova dell’Italietta miope che siamo.

Stavan taciti, attenti e disïosi d’udir già tutti

…tirate le somme, la scuola e tutto quello che vi ruota attorno riserva quasi sempre delle belle sorprese. Sabato ho ricevuto una visita graditissima: una mia ex alunna, Emerenziana, in procinto di laurearsi in lettere moderne, ha allietato il mio pomeriggio, riassumendo in poco più di un’ora quattro anni di lontananza e di latitanza. Credevo di avere perso le sue tracce, ma ha funto da galeotta dell’incontro un’altra allieva, più costante nell’aggiornarmi sulla sua vicenda universitaria e che ha cucito l’incontro. Non è mia abitudine, dato il mio eccessivo essere schivo, intrecciare rapporti di amicizia con gli allievi, neanche dopo la maturità; voglio che sia la vita a farci re-incontrare, a far sì che s’incrocino le nostre strade. Sono convinto che il nostro compito di docenti si arresti alla maturità; presumere di trattenere affettivamente e culturalmente i nostri ex alunni è come voler fermare l’acqua corrente di un fiume. Tratterremmo acqua sì, ma diventerebbe stagnante. E morta. Puntualmente, però, gli studenti riappaiono nella nostra vita e narrano di sé, dei loro progressi, dei loro nuovi incontri culturali. E insieme ricordano il bel tempo che fu dei cinque anni trascorsi. I “bei tempi” sono una costante del ricordare insieme e mi è capitato proprio qualche giorno fa, quando nel corridoio ho scambiato quattro chiacchiere con tre miei ex allievi, che ho curato per due anni. Anche loro hanno esclamato “bei tempi, professore!”. Bei tempi anche stamattina, quando due classi hanno seguito la lezione magistrale di un mio ex prof. universitario. Bei tempi, ma stavolta sussurrato dentro di me, quando al termine, il prof, guardandomi fissamente, si è ricordato di me. Eppure con lui non ho sostenuto neanche mezzo esame, pur avendo seguito qualche sua lezione. Ascoltarlo è stato come rituffarmi nell’ideale mondo di vent’anni fa, ma oggi è stato ancora più piacevole di allora. Meno accademico, più umano. Ha parlato di letteratura, ma anche di vita, spogliandosi di quella tipica cortina degli accademici impolverata e ingessata. I ragazzi lo hanno ascoltato per due ore, prendendo appunti e tempestandolo poi di domande. Io mi sono rincantucciato in un angolo, ascoltando lui e loro. E beandomi di lui e di loro.