…per voi… MELE ALLA MEL!

Buongiorno a tutti gli amici blogger! Vi auguro di trascorrere delle ore liete e serene in questa sorta di “farsa” annuale. Ho già manifestato la mia avversione per botti, “tric trac e bombe a mano”(come si dice da me). Però non lasciamoci scappare la possibilità di ridere e sorridere alla vita. Magari con un bicchiere di vino in più… tale che possa penetrare finanche nelle ossa. Vi lascio la ricetta delle mele al brandy. A quanto pare hanno avuto “successo”. Potrebbero costituire un pasto semplice e digeribile per la cena di giorno 1 gennaio… per chi cenerà. Ci si rileggerà tra 2 giorni. Un abbraccio, MELCHISEDEC. 
MELE AL BRANDY 
Si svuotano al centro con molta attenzione; esiste un apposito strumento, una sorta di cavapolpa. Ma bisogna conservare il “tappo” della mela, la parte superiore. Serve a chiuderle, dopo averle irrorate di vari liquidi. Tolti il torsolo e i semi, la cavità conoidale viene riempita di brandy, zucchero di canna, gocce di limone, gocce di arancia, cannella, margarina. Si mettono al forno a temperatura media. Mentre cuociono, la glasse che fuoriesce va riversata sulle mele, tanto che assumeranno un altro colore. A cottura eseguita, vengono innevate da zucchero a velo. Ma poco! 

IL VECCHIO E IL BIMBO

annoAnno vecchio, anno nuovo. Ad essere sincero non ho mai avvertito una particolare sensazione di gioia per l'incipiente anno a venire, ma ho sempre volto lo sguardo a quello trascorso. E non per un rigurgito di rimpianto per il già trascorso, ma perchè è l'unico su cui, per quanto mi riguarda, è possibile effettuare una sorta di bilancio. Forse qualche emozioncina durante il brindisi del Capodanno, ma credo sia una subspecie di effetto placebo, frutto del condizionamento collettivo. Tutti, bene o male, inneggiano all'anno "bimbo". Non so se sinceramente o meno. E non mi importa. Mi giova, invece, tirare le somme del conto con la vita in termini di "apprendimento". Sarà deformazione professionale, però è così. Ritengo di avere imparato un po' di cosette. A cuocere al forno le mele col brandy e la cannella. A guardare gli esseri umani con più disincanto. A non prendermi troppo sul serio. A giudicarmi di meno. A mettere le briglie alla mia linguaccia(sarà vero?). Ad affinare la mia capacità di analisi della realtà e della "virtualità" bloggara, cui dovrei dedicare un post(ma arriverà prima o poi!). A inserire con più maestria le luci nel presepe.A scrivere in modo più chiaro del passato, senza contorsioni e alambicchi del cervello(e grazie anche alle critiche amiche). Ad usare con parsimonia il cellulare, non sciupando parole scritte e pronunziate. A dare meno acqua alle piante. Quante ne ho fatte soffocare! E l'elenco potrebbe continuare. Insomma mi posso ritenere quasi soddisfatto, se non fosse per la mia volubilità incontentabile. Non credo si possa essere interamente "contenti" di se stessi, sarebbe un'ingiustizia nei confronti della Vita che vivremo. Mi auguro. E di promesse a me stesso? Non è il caso di formularle, considerata l'inestirpabile incoerenza umana.Inoltre esse mi tediano profondamente. Se doveste passare da Melchisedec, potreste lasciare un vostro contributo su ciò che avete imparato? Se vi "angoscia", fa niente.
 

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Dovere. A tutti i costi?

 

Solo da ieri sono in vacanza. In effetti ho concluso a scuola il 22 con un giorno di anticipo sugli altri miei colleghi. Mi sono speso un giorno di ferie, di quelli che ti concedono su richiesta. Per la prima volta! Da ieri mi sento in vacanza, perché ho cancellato dalla mia testa il verbo “dovere”. Lo ammetto, mi sta stretto questo servile, soprattutto quando si tratta di giostrarsi a piacimento il proprio tempo libero. Mi chiedo fino a che punto ci si possa liberare dall’assillo del “devo fare…”, “devo organizzare le ferie”, devo fare la spesa”, “devo acquistare Quel pantalone”, “devo ritrarre quel paesaggio con gli acquerelli”. E così via. Il “dovere”, spesso, è nemico del piacere, del gusto delle “cose”, del fare, del godere senza paturnie per la testa. Il 26, pertanto, è stato un giorno pieno, dedicato interamente a me stesso, al mio poltrire tra letture e divano, in compagnia degli affetti più cari, di qualche amico, del piumoncino del mio letto con in testa l’idea ferma del “voglio”.
Voglio niente. Ma solo vivere in auscultazione delle mie sensazioni, dei miei pensieri, in balia delle luci del mio presepe e dei personaggi muti e immobili che lo animano. Il trillo del mio cellulare ha interrotto la pax pomeridiana; una voce, amica, sbraita: << Ho prenotato dal 31 al 2, in montagna. Non ti devi tirare indietro, poiché hai dato la tua disponibilità>>. Laconico il mio sì, in fiamme il mio volto, con un desiderio furioso di tagliare la mia lingua. Forse è proprio vero: “La rovina viene dalla lingua, la salvezza dal cuore”. E, forse, è anche peregrina la possibilità di liberarsi del tutto dall’idea del dovere.

(La foto ritrae Ponte dei Saraceni sul Simeto. Non è mia.)

Le ciaramelle

s-l1600 (1) 
Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
 
Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.
 
Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.
 
Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.
 
Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
 
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.
 
O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;
 
che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.
 (G.Pascoli, Le ciaramelle)
 
Un concerto di luci. Lumi, stelle, lucerne. Concerto di suoni, antichi come la voce universale dell’uomo, che non ode il proprio pianto, sospeso com’è nella magia delle ciaramelle, venute dai monti oscuri… senza dir niente. E forse è  niente il pianger nostro, incapace di scorgere le pene vere. Spesso si ha il pianto facile a causa delle cipolle della nostra vita. Magari non siamo stati cauti nello sfogliarle. Il “nostro breve mistero” è pure questo: “lagrime buone”, la cui sorgente non è il dolore, ma l’esserci. Presenti a noi stessi, capaci di fissare nel silenzio ciò che di quel mistero è trapelato.  Dura un attimo, perchè le campane sono pronte a gridare la loro gioia, dura un attimo la sensazione di essere figli di quel mistero. <Quel> non può dimostrare nulla, per la disperazione di grammatici e filosofi. In questo momento quel ruba una scintilla a tutto ciò che è indefinito e indefinibile. Ci si augura la serenità per sentire ogni attimo la magia antica delle ciaramelleOgnuno ne riconosce il suono. A proprio modo. 
Auguri. Melchisedec

semaforo

Giorni invivibili nelle città. Irritabile, irritabile più che mai guidare nel traffico, non perché devi riconsegnare la tredicesima a Berlusca per gli acquisti, ma per tornare dal lavoro a casa! Alla guida nevrastenici più che mai per conquistare pochissimi metri di spazio e, a complicare la situazione del traffico, si aggiungono i vigili urbani. Sempre meglio che ci siano.
Domano, infatti, quella ferinitas animalesca che di natalizio non ha nulla. Un continuo correre tra una fiera e un’altra in cerca di inutili chincaglierie, orribili a vedersi e a regalarsi. Quando li ricevi, per chi ha questa sfortuna, stampi sul volto un sorriso di circostanza tanto finto quanto la dabbenaggine di chi te l’ha rifilato. Orrore, solo orrore.
 E le oscenità si riverberano pure sui balconi delle case, soprattutto delle zone popolari. Serpentoni di luci multicolori feriscono gli occhi e il senso della bellezza di chi guarda, se va bene, invece, le luci sono monocolore e perciò il pugno nell’occhio è meno indolore. Sarei curioso di entrare in una di queste case e sbirciare tra le stanze per respirare questa finta aria di festa che spadroneggia da ogni angolo della città. O la mia analisi è troppo impietosa, o sospetto che, in mancanza di un punto di riferimento interiore(non mi riferisco alla fede, ma alla serenità festosa, genuina, verace), si finisce col mostrare quello che , in effetti, non c’è.
A completare il quadretto urbano gli extracomunitari che, in cerca di qualche spicciolo, si incuneano tra le fessure più impensabili delle automobili per venderti il cappuccio di Babbo Natale psichedelico, mentre i clacson impazzano ai semafori. Io volgo lo sguardo. Per rispetto nei loro confronti. Non voglio che percepiscano il mio disgusto dipinto sugli occhi!
Insomma l’atmosfera natalizia, quella mostrata, sbattuta in faccia, venduta, mi irrita e, dentro, amoreggio con le capriole di ungarettiana memoria. Anche se i contesti sono diversi!