FRESCA FRESCA DI GIORNATA… Durante l’intervallo un collega, da me stimato, racconta.

Classe III sezione….

Personaggi: Professore Vigenti(italiano e latino), alunno(interrogato)

Prof. Vigenti: <<Virgilio e il poema epico greco; il Mantovano…quale autore emula  nello spazio assegnato alla storia d’amore(conubium/coniugium) tra Didone ed Enea>>?

Alunno: <<Napoleone di Rodi, che ha scritto le Aronautiche>>.

SENZA PAROLE.TANTE RISATE.QUANTA SUPERFICIALITA’.QUANTO C’E’ da "SBRACCIARSI"!?

Giovanni di ieri, di oggi

 
GIOVANNI                                                                                            giovanni
Giovanni com’era nera la tua armatura
e come erano alti i tuoi cavalli
Giovanni che non avevi mai paura
Giovanni dai lunghi capelli
Giovanni com’era piccola per te la Padana
come per un marinaio è piccolo il mare
Giovanni che pregavi ogni mattina
Giovanni dalle Bande Nere
Giovanni quante notti sveglia ti ho aspettato
e a ogni rumore speravo di vederti arrivare
finchè un giorno a casa per orizzontale
ti hanno riportato
Giovanni dolce amore
Questa è la guerra guerra guerra
e fa solo male male male
Così milioni di persone
muoiono o restano da sole
Caro Giovanni prega e spera
dal posto dove ora sei tu                                                       
che a un’altra donna non succeda                                             
di amare un uomo che un giorno non c’è più
Giovanni come fu atroce il tradimento
di chi in nome di Dio ti nominò scudiero
Giovanni che fosti soldato fino in fondo
grande stratega signore e mercenario
Giovanni con che coraggio sfidasti i falconetti
guidando in campo i tuoi archibugieri
Giovanni feroce preda dei Lanzichenecchi
Giovanni che sei morto mi sembra ieri
Giovanni mio amato capitano di sventura
Chissà dove questo mondo andrà a finire
e quante vite si dovranno spezzare ancora
prima di capire che
ogni guerra guerra guerra
fa solo male male male
Così milioni di persone
Muoiono o restano da sole
Caro Giovanni prega e spera
dal posto dove ora sei tu
che a un figlio non succeda
di avere un babbo che un giorno non c’è più
 
Anch’io ho perso Giovanni in una battaglia
non c’erano archibugi ma tornado
in un paese lontano miglia e miglia
tutte montagne e senza un prato
Giovanni com’era piccolo per te il cielo
come per un marinaio è piccolo il mare
Giovanni io lo sapevo che ti avrei perso in volo
come si perde un aviatore
Giovanni quante notti sveglia ti ho aspettato
e a ogni rumore aspettavo di vederti arrivare
senza sapere che non saresti mai tornato
come Giovanni dalle Bande Nere
Caro Giovanni prega e spera
dal posto dove ora sei tu
che l’amore sia la nostra spada
Così la guerra non ritornerà mai più
Mai
(Oxa-Falagiani)
 
Con il testo di questa canzone Anna Oxa, nel 2003, ha vinto il premio Lunezia, istituito per valorizzare il rapporto tra poesia e musica. Lo so. Molti, pur apprezzando le qualità canore di Anna, mal la sopportano. Algida, distaccata, indifferente. A me piace proprio per questo. Per qualcuno è antipatica. Solo apparenze. Nel 2003 Anna si è misurata come autrice; tutto sommato gradevole, ma più gradevole sentire cantare da lei il testo Giovanni. Quanto pathos! Il linguaggio della sua voce supera quello del corpo, ti cattura la musica e sei in grado di sentire lo scalpitio di quei cavalli del Giovanni dalle bande nere, il suo essere riportato in orizzontale. E’ una guerra narrata dall’esterno, lontano dai campi di battaglia, dalle assordanti sonorità delle armi che cancellano gli esseri umani. Cambiano le armi, ma non la sostanza. Ieri, oggi, domani.
Una guerra combattuta coi tornado e programmata da menti avide di potere, che lavano col sangue ogni traccia di storie individuali e collettive.
 Sabato sera, il nostro presidente del Consiglio, a Italia Uno, intervistato da Martelli(?),resuscitato a giornalista, ha dichiarato che noi Italiani siamo andati in Iraq per una missione di pace.
Una missione di pace che è,invece, guerra aperta.
 E per un attimo mi sono tornate in mente le immagini di tanti giovani soldati, morti solo perché questo è il loro lavoro, tanti Giovanni, forse mercenari come quello delle bande nere, ma soldati al soldo di un esercito. Per denaro o per scelta tanti Giovanni non sono più tornati indietro, Giovanni di ieri e di oggi. Mi emoziona così sempre il testo di Anna, forse perché ognuno di noi ha perso un Giovanni.
In quale guerra non importa. Non ci può essere spazio per la tristezza, non è questo ciò che mi evoca la canzone, ma la forza dell’impegno che si alimenta del sogno della pace, una pace coltivata a partire dalle nostre stesse vite, con gli sforzi per essere cittadini degni di questo nome. Alle urne, pur con i limiti dei vari schieramenti, cerchiamo di passarci una mano sulla coscienza e di scegliere il meglio. Vero è che molte fiducie si sono incrinate, ma si impone l’imperativo di scegliere consapevolmente, mettendo da parte gli interessi del nostro piccolo microcosmo di egoismi.
 

LA RICREAZIONE. SIM-PATICAMENTE PER CICCIOPROF E I COLLEGHI CHE LEGGERANNO

campanelle 2

La campanella stridula alle 11.00 la pausa per alunni e professori.
Stridulamente si intrecciano i rintocchi meccanici di più campanelle, giacché la scuola è distribuita su cinque piani; a gara i docenti corriamo verso l’ascensore per raggiungere la sala “ricreativa”.
 Il furbetto o la furbetta di turno abbandona, due minuti prima del suono, l’aula, sperando di raggiungere il marchingegno.
In sala docenti, ci si spinge a gomitate per trovare un posto al registro personale sul grande tavolo, affollato dal corpulento registro delle circolari(unico residuo della “vecchia scuola”), sul quale tra uno sbadiglio e un’imprecazione si appone la firma per presa visione dei comunicati stampa di varia provenienza.
Ora il progetto “Suono dei soli”(?), ora quello di sceccologia cognitiva , ora di manicure specializzata… insomma la fantasia dei colleghi non ha limiti linguistici, per esperire denominazioni a progetti, il cui prevalente scopo è arrotondare lo stipendio mensile; talora si verificano anche casi di progettualità forte e con risultati degni di lode.
Vero è, però, che tali risultati poco ricadono sull’attività svolta in classe.
Sempre più si arranca nella comprensione degli enunciati e, ormai, il complemento predicativo del soggetto è un surrogato del complemento di modo!
L’enclitica “que”, usata e abusata da autori latini e grammatici, ieri mattina, durante un’interrogazione è diventata ENCICLICA. Evidentemente il pargolo, a cui si può rimproverare soltanto un lapsus(non so di che natura!), vive in un clima da catechismo totalizzante, a tal punto da coinvolgere anche l’analisi delle congiunzioni.
 E poi la ricreazione inscena  lo spettacolo dei colleghi, nel senso che l’osservatore attento ha modo di sistemare, come in un mosaico, la tipologia dei professori/esse italiani.
Una gamma infinita di esseri umani, degni del massimo rispetto, un ventaglio, anche, di macchiette da commedia dell’arte, pochi con cui è piacevole soffermarsi durante tutto l’intervallo.
Se ti va male, gli argomenti dei dialoghi/monologhi si riassumono nei seguenti capisaldi della “problematica” professorale: “Incompetenza del vicario nello strutturare l’orario di servizio”, che si ripercuote, quasi sempre, nella difficoltà di prelevamento dei figli a scuola!, “Stipendio misero”, “INCOMPETENZE degli alunni sotto vari profili”; se ti va bene, si può discutere del prossimo film che vedrai al cine, della vita degli esseri umani come continuo atto ermeneutico, del fascino del pensiero matematico.
 Se ti va malissimo, un collega, la cui mascolinità è violentemente ostentata, può anche esclamare “Ma un tempo provvedevano le colleghe…” se un altro collega, di genere maschile, si azzarda ad offrire alle colleghe, femmmmine, dei biscotti utili ad assorbire il pugno nello stomaco del caffè di mezza mattina!
Se è proprio una giornata nera, ti offendono i padiglioni auricolari le seguenti espressioni:
<<Ma a che serve torturare gli alunni con le particolarità grammaticali>?>
<<Ma la società chiede altro!>>
In cuor mio…<<Ignoranza>> se il collega è coglione.
Verbalmente, se con lui si può dialogare.
Posto il commento di cheekygirl(tra i miei link), corollario spontaneo e verace alle mie divagazioni sulla "ricreazione".
Il lapsus del tuo alunno me ne ha ricordato uno mostruoso mio. Liceo classico di Portici, un’insegnante di italiano e latino che veniva chiamata adolf-Rina per il suo piglio accigliato e la severità che ci riservava. E io venivo soprannominata Gigliottina (il nome della prof in questione è Rina Gigliotti). Divago, ma per farti comprendere le risate che mi sovvengono ora. Di adepta della cara prof io avevo poco e niente, ma le ero riconoscente di una cosa. Di me non aveva assolutamente pietà, e faceva di tutto per stabilire i confini invalicabili tra me e il resto delle mie compagne ( classe femminile!!!). Studiavo. Amabilmente sacrificavo interi mesi alla lettura e allo studio di tutto lo scibile umano riguardo letteratura latina, italiana e straniera. Amavo leggere recensioni. Amavo scriverne. Amavo tradurre. Amavo conoscere e pormi domande.
Lei lo sapeva. Non mi concedeva scampo. Venivo chiamata ogni giorno in tutte le interrogazioni. E se il resto della classe si rifiutava giustificandosi, a me non era concesso. Io prendevo 2, allora mi alzavo, percorrevo l’intera immensa aula e mi sottoponevo al supplizio. Che poi supplizio per me non era. Diventava una sfida. Io la sfidavo a trovare qualcosa su cui essere in disappunto. Ero l’unica credo che veniva interrogata anche sui programmi degli anni trascorsi. Io mi sentivo forte. Consultare più testi mi rendeva davvero forte.
Un giorno mi chiamò. "Spiega!" Mi disse. "Tua madre ha detto che stai leggendo il Satyricon di Petronio, bene parlane alla classe!" Iniziai, tutta impaurita, parlai di Encolpio, Ascilto e via discorrendo. Raccontai di quando si trovavano in una "PANINOTECA". Si hai letto bene, il mio lapsus fu di scambiare pinacoteca con paninoteca. Credo sia stata l’unica volta in cui la vidi ridere di cuore. E sentirmene affettuosamente rincuorata (era umana anche lei). In tutta sincerità, mi mancano quegli anni. Mi manca tutto il tempo che avevo per imparare. Mi manca l’essere l’una per qualcuno. Mi manca l’ansia dell’apprendere. Ora che un po’ comincio a sentirmi satura… di qualcosa di fin troppo settoriale… ma si va avanti… per sogni migliori 🙂
 

caccamo castello2
Dormire                                                    
 
Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve
(G.Ungaretti)
 
Chi lo sospetterebbe? La foto ritrae il castello di Caccamo(PA)ed è stata scattata pochi giorni fa da Salvatore, i cui occhi possono perdersi nell’illimitato bianco(http://www.castellana.it/caccamo/caccamo_neve.htm) di questi giorni di neve. No, non è il Trentino o affini, è la Sicilia ad offrire lo spettacolo della falda bianca, dove si crogiolano storia e natura, potenza dell’ historiae monumentum e Madre terra. Ho associato con immediatezza il gioiello fotografico alla poesia di Ungaretti e così l’ho postata.
Quel doppio verbo, ad apertura di poesia, e il camice di neve, che protegge il cocuzzolo, cantano la compassione del Tutto, nel quale siamo e ci muoviamo. Ci spinge, forse, ad abbracciare col cuore quell’umanitas che ci connota come esseri umani. Tanti volti , stamani, hanno incrociato i miei occhi; anche a me familiari. Ho letto sofferenza, noia, abitudine, rassegnazione, ma è raro leggere “compassione”. Lungi dall’essere associata a sentimenti negativi, “soffrire insieme a…” spoglia, per un brevissimo lasso di tempo, l’attaccamento ombelicale al nostro ego, che niente vede se non il Trono da cui impera, legandoci in una sorta di schiavitù penosa a noi stessi, prima che agli altri. Bene, compassione non è “avere pena” dell’altro, “pietà”, “commiserazione”(ancora peggio!); è il sentimento per cui la sofferenza di chi entra nel mio campo relazionale appartiene a me, fa parte del mio corredo spirituale. Sporadici, però, i casi in cui Lo riconosciamo e, ancora più prodigiosi, i momenti in cui agiamo da Bodisattwa(come sostengono i buddisti). Non c’è un modo universale per esserLo, perché ognuno agisce secondo la propria autenticità di essere unico e irripetibile. Il Bodisattwa agisce perché vuole che l’altro si illumini, che giunga da sé a capire le ragioni della sofferenza e del dolore. Il suo abbraccio è come quella neve che, sembrerebbe un paradosso affermarlo, scalda col suo gelo la Terra.
 
 

ANTONIA POZZI, IL PROF E GLI ALUNNI

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.
Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.
 
Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.
Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna 
verso l’eterna luce.
(Antonia Pozzi)
 
In questi giorni ci siamo misurati con la profondità di Antonia Pozzi. Io e i miei alunni di secondo anno.
Per la verità dapprima essi nelle ore del compito in classe, poi insieme durante le interrogazioni.
Una goduria, stamani, le due ore trascorse con loro. Ho sempre messo da parte “l’alterigia narcisistica” tipica del professore di lettere, che tutto sa e tutto contesta(tranne che per i voti!). Poi con la poetessa Pozzi sarebbe impossibile! Si svela tutta la mia “minuscolinità” di fronte all’immenso poetico, all’intreccio di immagini e parole, al gioco di sinestesie che addolciscono il senso della “lingua” e le niviere del cuore e della vita. Attoniti abbiamo contemplato la Poesia.  Ci siamo persi nel bianco della neve paghi del nostro peso umano, ritrovandoci zolla dura che conserva il seme di azzurrità floreali e fragranze terrestri.
Abbiamo disquisito sulla liquidità del verbo “immollare”, peraltro ignorato dal pc, mentre lo digito. Osmoticamente siamo stati parte delle fronde aghiformi del pino, interrati dalla potenza della falda nivea,
mentre baluginava nei nostri occhi la lacrima del verde che, nascendo, soffre, per poi morire e rinascere nuovamente. I nostri occhi si sono persi nella valle violacea, nella cui immensità lacustre si è intorpidito il nostro dolore; ma è stato solo un attimo, poiché il suono delle campane ha spezzato quel luttuoso colore in forma di leggerezza floreale. Abbiamo toccato le cime di quella montagna, invidiandole il “muto colloquio” con il sole. E, narcisisticamente da me condotti, han frettolosamente fotografato le immagini di tante voci poetiche, amiche ad Antonia, che hanno giocato con i termini “muto”, “colloquio”, “mutam cinerem”, “muto cenere”. Di tanti padri che han fatto dialogare se stessi o i propri “alter ego” con il sole, ora energia della materia, ora primo amore, ora “oriente” portatore di santità. E per pochi istanti abbiamo percepito la leggerezza di quei pensieri senza il nostro corpo e la presenza del nostro corpo senza i nostri pensieri.
Il mio ringraziamento a BLUE(tra i miei link TIMELINE), cui dedico il post; Antonia Pozzi, ormai, Ã¨ tra i link dei miei poeti preferiti.