“Mobile ordigno di dentate rote”

Sarà per l’incipiente 2006, per insofferenza verso la banalità sbattuta in faccia quasi in ogni dove e, per maturazione o per un processo inverso, ma è l’anno dei propositi e dei resoconti. Il tempo è il mio cruccio. E temo che non sia l’unico a grattarmi la testa in tal senso. C’è un tempo del dovere, quasi collimante con quello del piacere(ma ciò dipende dalle giornate, dalla posizione della luna!); ad esso si obbedisce come soldati, forse meglio, con un’abnegazione che sfiora il patologico e che si materializza nei principi della puntualità, correttezza, precisione, perfettibilità. C’è anche il piacere del tempo, che impieghi come credi. È un tempo che non tollera sottrazione, addizione, moltiplicazione o divisione. Si decide spontaneamente di lasciarlo nel limbo dell’incompiuto, del vago, del nebuloso. Un tempo che non accetta orari, arrivi, partenze. Un tempo che frantuma il “mobile ordigno di dentate rote” di barocca memoria. Al piacere del tempo non si intende rinunciare e, man mano che si dilata la distanza tra sé e il “mondaccio” gridato che c’è fuori, ne diventi custode gelosissimo. Insomma diventi avaro del tempo. Non si tratta di avidità, del desiderio di avere più tempo. Impossibile dilatare le meccaniche ventiquattro ore, la distesa dei giorni, dei mesi o degli anni. E non si tratta di esseri alunni della precarietà assoluta della nostra esistenza, che spinge l’essere umano ad accumulare tempo, ammesso che lo si possa fare. Non è possibilità di ritagliarsi uno spazio di tempo interiore per meditare su se stessi e sul nostro fiume che, perenne, scorre. C’è solo il piacere del tempo, che appartiene all’essere. Speso anche in un nonnulla. Tempo utile a stupirsi delle nugae del momento presente; tempo che non è produttività o produzione sempre e a tutti i costi. È una dimensione che conquisti a fatica comunque. Una sensazione che nasce dall’assoluta insignificanza di tutto ciò che agiamo, pensiamo, diciamo. Del sentirsi attraversamento di oggetti, eventi, situazioni, che si impossessano della profondità dell’essere. Un tempo senza tempo. Che gli altri vorrebbero sottrarti. Un tempo che, probabilmente, non esiste, ma proprio per questo più urgente per la vita di ognuno di noi.

Mobile ordigno di dentate rote,
lacera il giorno e lo divide in ore
ed ha scritto di fuor, con fosche note,
a chi legger le sa: sempre si more.

Mentre il metallo concavo percote,
voce funesta mi risuona al core,
né del Fato spiegare meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi spinge ognor contro all’età vorace,

E con quei colpi, onde il metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace
e, perché s’apra, ognor picchia a la tomba. (CIRO DI PERS 1599-1663)