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Iniquità.
Altra parola non può chiarire meglio l’accusa che, a cicli, i miei alunni mi rivolgono.
E, ciclicamente, per me è un dolore.
Dalla loro bocca non esce, ma la cogitano. Usano, invece, perifrasi per esprimerla.
Severità. Altra parola cara a colleghi e alunni per definirmi.
Mi si accusa di essere “stitico” di voti. E pensare che, l’anno scorso, il presidente della commissione di maturità, agrigentino “ncarcato”(purosangue) con problemi di dentale, mi definì “generoso”.
Tuttavia del presidente non mi importò nulla. Uno che era venuto a racimolare denaro per pagarsi le vacanze! Quindi ignorato!
Ma gli alunni no! Non mi cala, come si dice a Palermo.
Riconosco di essere estremamente “uterino” e analitico nelle verifiche e nella valutazione, fisso i parametri in relazione alle consegne e, prima di tutto, sulla base delle indicazioni generali votate collegialmente.
Le interrogazioni orali possono anche oscillare tra un’ora e un’ora e dieci(è capitato), intervallate da battute, discussioni, digressioni, insomma senza la cappa punitiva che evoca, di solito, la performance degli alunni. È un momento non di raccolta di dati e nozioni, ma di sperimentazione di processi mentali, quali la sintesi, l’analisi, la comprensione, la capacità di trasferire regole, procedure e principi da un oggetto conoscitivo ad un altro. È momento di chiarimenti, di approfondimenti, di “ravvedimenti”. Insomma non è una noia mortale.
Siffatto procedere fa galleggiare le falle nella e della preparazione degli alunni, la superficialità o la profondità dell’impegno, gli aspetti ancora in ombra del metodo di studio, ancora quasi inconsistente nel biennio.
Siffatto procedere produce “stitichezza” sul piano numerico!
Gli alunni, confrontandosi con i pari(di classe) di altre sezioni si sentono sottovalutati e, solo a volte, riconoscono i propri “difetti”.
 Se a ciò aggiungiamo la complicità dei genitori, per i quali i figli sono geni incompresi, l’indignazione è profonda.
Se a ciò aggiungiamo il pressappochismo di certi colleghi, nelle cui ore o si esce fuori dalla classe, mentre solo tre seguono la lezione, o ci si fa due palle perché si ripetono a memoria dati e nozioni, o non si seguono le procedure sulla valutazione che, collegialmente, si sono concordate, il disgusto mi sommerge.
E non esprimo la parola che vorrei pronunciare per quei colleghi, ammorbiditi dalle lusinghe o dalle minacce, velate, dei genitori!
O complici!
Sono consapevole di svolgere con correttezza e professionalità il mio lavoro, pertanto liquido in tre secondi lamentele e rimbrotti. Da qualsiasi parte provengano.
E con severità. Con amore. E con passione.
Qualche collega me lo ha cantato in faccia: <<Ma tu sei troppo severoooooooooooo!>>.
L’allungamento fonetico della vocale “o” irradia tutti i sentimenti, i pensieri, il non-detto che, shakerati, mi indignano, nonostante il sorrisetto di ipocrisia. Se il collega confonde il dolce tipicamente palermitano “iris” con l’omonimo fiore, e denomina la leccornia “ines”(?),  che puoi fare se non ipocritamente sorridere? E inghiottire? Sguisciare via come un serpente alla vista di un’aquila?