LA TRAPPOLA DELL'ADEGUAMENTO

Per niente rassicuranti, almeno per me, le “promesse” fornite da Romano Prodi circa la priorità da dare alla scuola . Su “la Repubblica” di oggi, in un servizio dedicato all’universo-scuola, il leader dell’Unione si replica in “Scuola, scuola, scuola” come a sottolineare la necessità del fondamento dell’educazione come preludio fondamentale per il programma di governo da realizzare. E non mi soddisfa neanche l’attuale politica della Ministra, impegnata a destrutturare il vecchio impianto del sistema di istruzione. Il vizio di fondo che accomuna Destra e Sinistra è l’espressione “adeguamento agli standard europei”, come se l’unica cancrena della scuola italiana si potesse sintetizzare nello slogan “siamo indietro rispetto all’Europa!”. Sono profondamente rammaricato come cittadino e docente. Né la Moratti né il leader, verso cui vanno le mie simpatie politiche, parlano di un progetto pedagogico di fondo, di una visione filosofica sottesa al fare scuola, all’educazione dell’essere umano nella totalità della sua essenza di persona. E nella stessa trappola cade il giornalista che, nel riportare la posizione prodiana, dà addosso alla demotivazione degli insegnanti e alla fuga dalle aule in vista del miraggio della pensione, come unico scampo alla delegittimazione del ruolo docente, incalzato pure dal timore del “forse” che aleggia su tanti anni di lavoro.
Esprimo il mio sconcerto per una politica scolastica italiana, che mira, ora in modo aperto, ora allusivamente, ad una concezione della scuola che ha come unico interlocutore la società, l’adeguamento ai ritmi frenetici del consumo, del guadagno, dell’arrivismo, della mercificazione di ogni aspetto della vita umana. Una politica che ha abdicato al senso puro dell’educere, inteso come possibilità di essere persona, come alternativa all’omologazione imposta da un modo di produzione che è marcatamente e aggressivamente liberista. E vittima ne è pure la Sinistra, pur promettendo mari e monti in relazione alla redistribuzione equa degli oneri, di vario tipo, dell’essere cittadini italiani.
La scuola non può e non deve adeguarsi alla società. Chiarisco. Legittimo l’adeguamento sul piano delle strutture e delle infrastrutture, legittima la richiesta da parte delle istituzioni di un più proficuo aggancio tra mondo del lavoro e scuola, ma ridurre i problemi della scuola alle strette e miopi parentesi di uno scollamento tra giovani ed economia mi pare una bestemmia. Lavoro a contatto con i giovani, quest’anno con un’età tra i 14 e 15 anni. Essi invocano, dai loro occhi, dalle loro espressioni, dai loro malesseri, ricerca di significati; sono intrappolati nella morsa della ricerca di senso. Si vedono in continuo mutamento, pendono dalle labbra di chi sa parlare al loro cuore, lanciano segnali di fumo. Ricordo ai signori politici che quei giovani sono in piena età evolutiva e che ciò cui rinunceranno ora, in termini di apprendimento e di sviluppo delle capacità umane, raramente potrà essere recuperato. E nessuno standard europeo sarà in grado di fornire loro l’opportunità di avere strumenti per la loro ricerca personale, intima, familiare. A volte mi sembrano buttati lì in attesa non so di che, ma non sicuramente dei placebo offerti dal Ministero attuale e, forse, neanche dal prossimo governo che si appresta ad occupare le poltrone delle due camere. Mi consola, nel frattempo, un’idea: di là da ogni riforma, le porte dell’aula rimangono chiuse al “fuori”, ma aperte alla mia libertà di insegnamento e alla libertà dei miei allievi di apprendere.