SE SBOTTO…

Ne sono già pentito. Avrei dovuto seguire il mio istinto.
Sono nato per insegnare. E lo affermo non senza un pizzico di boria e presunzione.
Non perché sia il non plus ultra della cultura, ma poiché le esperienze collaterali all’insegnamento(altri incarichi “istituzionali”) mi dimostrano che sto bene in classe con i giovani; inoltre chi svolge il lavoro di docente sa, dentro di sé, se opera in positivo oppure sfoglia il quotidiano o porta a passeggio, metaforicamente, la scimmietta dell’insulsaggine tra i banchi.
Trascinato ho accettato di far parte di una “commissione”, che tale non è, nel senso che si tratta di un gruppo di docenti, supervisionati da una psicologa, che si occupa, sulla base delle indicazioni ministeriali, di prevenire il disagio giovanile scaturito e dalle esperienze adolescenziali e da quelle scolastiche ed extra. Fin qui tutto liscio.
In questi giorni, sulla base delle richieste di “aiuto”, diretto e indiretto, è emerso che:
1)      Tra i quindici e i sedici anni le “fanciulle” hanno rapporti sessuali non protetti.
2)      Cambiano partner, fino a quattro la settimana.
3)      Poco o nulla conoscono del funzionamento del loro corpo e di quello del partner.
4)      Si verificano casi di gravidanza.
5)      E di aborto.
Il gruppo, supportato dalla ASLL di appartenenza e sostenuto dai docenti di scienze, mette in moto la macchina di una campagna informativa sulla fenomenologia della sessualità per aiutare i giovani a capire come funziona l’apparato genitale e annessi. Non per fare catechismo moralizzatore.
Bene. Dov’è il problema?
Sono scattate le “paturnie” ipocrite tipiche dell’Italietta di Don Camillo e Peppone(personaggi che adoro comunque!).
L’ASL, nella fattispecie la psicopedagogista, mette i paletti: “Ma i genitori acconsentono alla campagna?”. Abbiamo dei vincoli istituzionali.
Quali sono gli obiettivi? E le finalità?
Qual è il nostro ruolo? E il vostro?
La ginecologa, a quanto pare, è una sorta di donna in carriera assatanata di sesso e pronta alle dimostrazioni. Da tenere a freno. Ci aspetteremmo un linguaggio medico.
Le colleghe, anche ahimè quelle di scienze, non tutte, con un’arietta da sacrestia, calano le brache all’ASL.
La psicologa, donna e professionista intelligente, riconvoca una riunione, perché nel frattempo si faccia chiarezza… in attesa di una riunione decisiva.
Mi chiedo. È mai possibile che quando si parla di sessualità, in un contesto istituzionale, diventiamo tutti chierichetti e monacande? E non ci sono colori politici. Né nero, né rosso, né verde, né azzurro.
Io ho solo detto: “I soliti tabù”.
E ora devo tenere a freno la mia linguaccia in vista di quella riunione.
Se sbotto, divento offensivo. E ne va della mia dignità di uomo.