API, RAMARRI, LATTUGHE E LUMACHE

Solo lo stralcio (dopo il mio sproloquio) di un brevissimo racconto di Calvino, oggetto di un compito d’italiano nella classe degli imberbi, scovati dalle cocche prof. della scuola media. Per i non-addetti ai lavori si sappia che i ragazzi, agli esami di Stato, per la prima prova dovranno barcamenarsi, a loro scelta, tra varie opzioni: analisi del testo letterario(con domande preconfezionate), saggio/articolo, tema(relegato in fondo alla classifica ideale dei compilatori della riforma, credo, del ’98). Così Mel prof. abitua gli sbarbatelli e le veline in erba(ma, per fortuna, ne ho individuato solo una) a misurarsi con varie tipologie di scritture. Mel adora il tema e  il saggio, un po’ l’articolo giornalistico, pochissimo l’analisi del testo preconfezionata da altri; perciò il prof. alterna alle analisi guidate(strutturate di proprio pugno, poichè ha in abominio quelle dei libri di testo) quelle libere, in cui lo studente è di fronte al testo con la propria testa. Così è accaduto in questi giorni col racconto di Calvino, apparentemente "semplice". Uno degli alunni mi ha proprio sorpreso, sebbene avessi già annusato aria d’intelligenza emotiva; il signorino si è beccato un otto e mezzo! Da tempo in una prima non mi scappava dalla penna un voto simile! Tra l’altro ha scritto: << Il tempo, la focalizzazione, la narrazione e la modalità del discorso evidenziano il tema principale del racconto, cioè l’isolamento del protagonista che non si ritrova più nella società e che preferisce restare da solo credendo di avere tutto ciò di cui ha bisogno per vivere; ma in realtà anche lui stesso si accorgerà che gli manca qualcosa di essenziale per vivere: l’affetto e l’amore degli altri esseri umani>>. E conclude paragonando il protagonista al Corrado di Pavese. Mel prof lo ha lodato in classe e non solo. Date a Cesare…  A seguire un flash del racconto. Quanto ti invidio, Italo, per la tua chiarezza! Mi pare di toccare quei ramarri, di sentire quel suono di selvatico della casa, preda godente delle forze naturali.

È difficile vederla da lontano e anche uno che c’è già stato una volta non ricorda la strada per tornarci; un sentiero c’era e l’ho distrutto a vangate, co­prendolo di rovi che attecchissero e cancellassero ogni traccia. Casa mia me la son scelta bene, per­duta su questa riva di ginestre, bassa un piano che non è vista da valle, bianca per un intonaco calci­noso, ròsa dai buchi delle finestre come un osso. Terra avrei potuto lavorarmene intorno e non l’ho fatto, mi basta un quadrato di semenzaio dove le lumache rodano lattuga e un giro di terrazza da rincalzare a colpi di bidente, per farne uscire patate germogliate e viola. Non ho bisogno di lavorare più di quanto mangio, perché non ho nulla da spartire con nessuno. E non scaccio i roveti, quelli che stanno montan­do sul tetto della casa e quelli che già calano sul coltivato come una valanga lenta; mi piacerebbe seppellissero tutto, me compreso. Poi, ramarri han fatto il nido negli interstizi dei muri, sotto i mattoni del pavimento le formiche hanno scavato città po­rose e ora escono a file. lo guardo ogni giorno con­tento se m’accorgo d’una nuova crepa che s’apre; e penso alle città del genere umano quando soffoche­ranno inghiottite dalle piante selvatiche calate a valle. Sopra la mia casa ci sono strisce di prato duro dove lascio girare le mie capre. Sull’alba, alle volte ci passano dei cani battendo uste di lepri; io li cac­cio con pietre. Odio i cani, quella loro servile fedeltà all’uomo, odio tutti gli animali domestici, il loro fingere di capire il genere umano per leccare gli avanzi dei suoi piatti bisunti. Solo le capre sopporto, perché non dànno confidenza e non ne pren­dono. Non ho bisogno di cani incatenati che mi faccia­no la guardia. E nemmeno di siepi e chiavistelli, mostruose macchine umane. Nel mio campo sono alveari posati su un assito tutt’intorno, e un volo d’api come una siepe spinosa che solo io traverso. A notte le api dormono nelle cartilagini dei favi, ma a casa mia non s’avvicina nessun uomo; hanno paura di me e hanno ragione. Hanno ragione, dico, non perché certe storie che raccontano di me siano vere; menzogne, sono, degne di loro, ma ad aver paura di me fanno bene e è ciò che voglio. Al mattino, girato il dorso del crinale, sotto, ve­do la vallata che scende e il mare altissimo, tutt’in­torno a me e al mondo. E ai piedi del mare vedo le case del genere umano pigiate, naufragate nella lo­ro falsa fraternità, la città fulva e calcino sa, vedo, il baluginare dei suoi vetri e il fumo dei suoi fuochi. Un giorno roveti ed erbe ricopriranno le sue piaz­ze, e salirà il mare a modellare in rocce le rovine delle loro case. ( I. Calvino, "La casa degli alveari" da Ultimo viene il corvo, 1949)

7 pensieri su “API, RAMARRI, LATTUGHE E LUMACHE

  1. Ti cito…
    “analisi del testo…strutturate di proprio pugno, poichè ha in abominio quelle dei libri di testo)”
    SAPPIAMO….SAPPIAMO, MEL, DEI TUOI LIBRI STRACCIATI PUBBLICAMENTE!!! Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo e “provarti” come mio prof per un po’!! 😉
    Vera

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  2. tu hai stracciato dei libri pubblicamente? e io che pensavo fossi una personcina posata e a modo..:-))
    cmq vedo che lo stitico ha trovato il migliore dei lassativi: l’empatia.
    forse è un 8 e 1/2 per due persone..
    ciao prof.
    e Bravo!

    Nasrudin

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  3. @Mata… è il lato “buono” che ho mostrato… ah ah ah 🙂 Grazie!

    @Vera, un abbraccio

    @Nasrudin, ho stracciato il volume di un testo di grammatica latina, poichè dava troppi suggerimenti per lo svolgimento degli esercizi e anche per dimostrare che i libri hanno un valore “relativo”. Personcina posata? Una tua proiezione.

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  4. Bella la narrazione ma ancor più meritevole di elogio è la riflessione dello studente, a volte nella vita abbiamo l’ impressione di non aver bisogno degli altri… Dio quanto ci sbagliamo in quei momenti… credo che la via dell’ affetto e dell’ amore sia quella strada che nessuno deve dimenticarsi o smarrire perch’è negli affetti che molto spesso si trova la forza per guardare avanti e di non permettere alla vita di piegarci.
    Ciao

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