Venerdì sera, complice un amico, ho partecipato ad una cena con un gruppo di meteorofili. Proprio scatenati! Di quelli che adorano alluvioni, grandinate, gragnolate, bufere di neve, fuoco di scirocco. Effettivamente essi si dividono in “freddofili” e “caldofili”; a denti stretti ho confessato di appartenere ai “primaverofili”. Mi stavano sbranando! Ma sono agguerriti, la maggior parte, anche sul piano politico. Alcuni sono attivisti di estrema sinistra, altri sfiorano l’anarchismo, agiscono in prima persona nelle riunioni politiche, nell’attività di volantinaggio, nelle manifestazioni colorate ideologicamente e non. Addirittura in pizzeria hanno distribuito un volantino sulla manifestazione che si svolgerà a Portella della Ginestra(Pa) in occasione della festa del Lavoro e hanno animato un dibattito, garbato e civile, con un’attivista di Totò Cuffaro. Proprio all’uscita dalla pizzeria! Lei, l’attivista, difende a spada tratta Cuffaro; lavorando presso uno degli assessorati alla regione siciliana, testimonia che con lui tutto è cambiato in positivo. Insomma lo adora! E lo voterà. A nulla sono valse le accuse da parte dei meteorofili sulla presunta collusione del governatore con gli ambienti dei colletti bianchi. <Fin quando la magistratura non avrà dimostrato la sua colpevolezza, per me Totò è innocente>> ha dichiarato sorridendo e con determinazione. Dal canto mio l’ho apprezzata, poiché ha ribadito uno dei principi basilari della democrazia, la presunzione di innocenza. Troppo spesso, infatti, siamo pronti a imbrattare col fango della parola contumeliosa chicchessia. Certo dentro di me continuo ad alimentare le mie riserve, avendo io, come ogni cittadino, il diritto di dubitare. Ma dal dubbio all’accusa ne passa acqua! La serata, tuttavia, mi è servita, ha fatto germogliare in me l’idea di un post dedicato alla bandiera, come simbolo della identità di una nazione, troppo spesso vilipesa non solo dai roghi di piazza(deplorevoli!), ma soprattutto da scelte politiche che vorrebbero cancellare il sentimento della unità nazionale per la quale hanno combattuto i nostri padri durante il Risorgimento(ignorato dai più giovani) e durante la Resistenza. Professionalmente mi muovo un rimprovero: troppo poco tempo ho dedicato alla valenza simbolica ed educativa dei colori della nostra bandiera. Ma c’è tempo per recuperare! Non si può permettere ai facinorosi dell’ultima ora di pestare sotto i piedi una bandiera, a qualunque nazione essa appartenga! La scuola può avere in ciò un ruolo non secondario.

<<Sii benedetta! Benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella via di prove e dì sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormon­tare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispi­razioni e gli effetti delle virtù, onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della spe­ranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la pas­sione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ella era la più bella di tutte, e che sempre voleva lei, e con lei la libertà>> (Giosuè Carducci)
 
 
 
 
 

Caterina Benincasa

 

Oggi è la festa di Santa Caterina, patrona d’Italia(1939) e dottore della chiesa(1970); la conobbi già da fanciullo grazie alla mia maestra ed è stata oggetto di studio anche all’università. Con lei ho un legame affettivo profondo, che nasce dal fervore della sua prosa, combattiva e accanita contro ogni forma di “eresia”, soprattutto quella interna alla chiesa cattolica. Una donna straordinaria, vissuta al tramonto del Medioevo, determinata non solo nell’attività caritatevole e assistenziale, ma anche nell’affrontare problemi teologici ed ecclesiastici, tradizionalmente patrimonio esclusivo del pensiero maschile. Una donna che dà luce al Medioevo, spesso ingiustamente accusato di oscurantismo secondo un pregiudizio tipicamente illuministico, frutto di miopia storica e di falso emancipazionismo contemporaneo. Appartenente ad una famiglia di artigiani(ben 25 figli!), nata a Siena nel 1347,a quindici anni diventò terziaria domenicana per sfuggire al matrimonio; la leggenda racconta che la santa fu impressionata dalla vita di Santa Eufrosina e perciò decise di tagliarsi i capelli e di rivestire un abito particolare che poi sarà quello delle Mantellate: veste bianca, velo bianco, mantello nero e cintura di cuoio. Caterina radunò una piccola famiglia spirituale di amici, cominciando ad esercitare un’attività politico-religiosa ispirata ad un programma ardito: riformare la Chiesa, correggere i ministri dal lusso, dalla simonia, dalla corruzione, ristabilire la sede papale a Roma, città semispenta poiché dal 1309 la corte si era trasferita ad Avignone. Morì a Roma il 29 aprile 1380 e fu canonizzata nel 1461. Posto parte di una lettera indirizzata a papa Gregorio XI; si parla di fiori odoriferi e puzzolenti in riferimento alla capacità/incapacità di certi ministri della chiesa di profumare di carità. D’altro canto… segui la legge e non i maestri!
 
<<Tre cose principali vi conviene adoperare con la potenzia vostra, cioè che nel giardino della santa Chiesa voi ne traggiate li fiori puzzolenti, cioè li mali pastori e rettori, che attossicano e imputridiscono questo giardino. Oimè, governatore nostro, usate la vostra potenzia a divellere questi fiori! Gittateli di fuori, che non abbino a governare… Piantate in questo giardino fiori odoriferi, pastori e governatori che siano veri servi di Gesù Cristo, che non attendano ad altro che all’onore di Dio e alla salute dell’anime e sieno padre dei poveri. Oimè, che grande confusione è questa, di vedere coloro che debbono essere specchio in povertà volontaria, umili agnelli, distribuire della sustanzia della santa Chiesa a’ poveri; ed egli si veggono in tante delizie e stati e pompe e vanità del mondo, più che se fussero mille volte nel secolo. Anzi molti secolari fanno vergogna a loro, vivendo in buona e santa vita>>.
 (Caterina Benincasa, da Lettera a papa Gregorio XI)
 
 

 

Dedico questo post a me stesso, a tutte le volte in cui non ho fatto buon uso delle parole. Parole che hanno affilato, ferito, fatto lacrimare gli altri. E me. Perché, quando uno ferisce, è come se desse un colpo anche a se stesso, alla ricchezza delle parole che giacciono dentro, nel mondo dell’ineffabile, sacro quanto un tempio. E lo dedico senza tristezza, senza rimpianti. Con la stessa forza rifarei quello che ho fatto, forse userei meno parole. Di quelle che fanno male. Posto il testo di Cesare Cremonini tratto dal cd “Maggese”; ma quant’è bravo Cremonini! Ha voce, canta bene e compone bei pezzi. Per me una scoperta di questi giorni. Ve ne consiglio l’ascolto.
 
Le tue parole fanno male,
sono pungenti come spine,
sono taglienti come lame affilate
e messe in bocca alle bambine.
Possono far male, possono ferire, farmi ragionare sì,
ma non capire, non capire.
Le tue ragioni fanno male,
come sei brava tu a colpire!
Quante parole sai trovare, mentre io non so che dire…
Le tue parole sono mine,
le sento esplodere in cortile.
Al posto delle margherite, ora
ci sono cariche esplosive!
Due lunghe e romantiche vite divise…
… da queste rime.
Le tue labbra stanno male, lo so,
non hanno labbra da mangiare,
oh, ma la fame d’amore la si può
curare, dannazione! Con le parole,
sì, che fanno male, fanno sanguinare,
ma non morire.
(“Le tue parole fanno male”,testo e musica di Cesare Cremonini 2005)

Il giardino malato

<<Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi: le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale(luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliam dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere>>.
 (Leopardi, Zibaldone, 22 aprile 1826)                                                              
 
Vi confesso che, se dovessi essere sottoposto al giochetto banale “preferisci Leopardi prosatore o poeta”, preferirei stare a contemplare, forse per l’intera mia esistenza, piuttosto che pronunciarmi. Con il Recanatese si rimane in uno stato di sospensione meditativa, timorosi di profanarne la scrittura e le scritture, le emozioni e i significati. Anche senza strumenti critici è possibile arguire dal testo l’ineluttabilità della sofferenza per ogni parte che compone l’Universo tutto. Ma Leopardi avrà voluto sferzare con la lama delle verità filosofico-scientifiche, derivanti dal materialismo settecentesco e lucreziano, quegli ominidi che si dimenano in gesti apotropaici per centuplicare gli edonismi allettanti della vita e che, come dice il buon Sallustio nell’incipit de “La congiura di Catilina”, vivono obbedienti al ventre, proni come qualsivoglia bestia? Sarà stata la sua presunta percezione di minorità rispetto agli altri esseri? Inorridisco a quest’ultima ipotesi. Né voglio in questa sede adoperare il termine pessimismo( e lo vieto anche ai miei alunni!) costruito dalla tradizione per liquidare la corposità e la “pericolosità” di vasta portata delle idee del poeta della “donzelletta”.
 Avvio il mio discorso deviando dalla strada maestra. E cioè il pessimismo leopardiano.
“Il giardino malato” è una presa d’atto della realtà dell’esistenza, di ogni forma che essa assume: la vita di ogni essere è scandita, inevitabilmente, da nascita, crescita, decadenza, morte in vista di un Tutto comprensivo, cui ogni uomo può dare il nome più fantasioso. Il giardino leopardiano è un minuscolo spaccato di ciò che è l’Universo nella sua meravigliosa, a volte sconcertante, composizione; è un primo piano speculare a tutti.Basterebbero pochi esempi: il giglio, che si staglia alto nel suo candore, diventa energia per la villosa ape, determinata nel suo compito “istituzionale” in relazione all’alveare; la celebrata arte delle api comunitarie è un tormento per la delicatezza del singolo, la cui nota dominante, il profumo, diventa anticamera dell’appassimento. È come se non vi fosse spazio per la singolarità del singolo( cacofonia voluta!) sacrificata in nome di una comunità più forte, organizzata, “civile”. Il medesimo exemplum riguarda “quell’albero”: ora infestato dalle parsimoniose formiche, ora dalle mosche, dalle lumache, dalle zanzare. E anche il sole, che gli dà vita, gliene succhia altrettanta in diverse e sotterranee forme. Insomma il testo si presta ad una interpretazione che supera i limiti dei manuali di letteratura, spesso impegnati a scandire con il cronometro il passaggio da una fase ad un’altra del famigerato pessimismo; in quel giardino malato si consumerebbe la lotta di ogni individuo tra individuazione e adattamento, tra la possibilità autentica dell’essere e la necessità dolorosa del dovere essere, tra l’originalità della propria fragranza e l’anonimato di un Tutto che miete energia a larghe mani.
Integro il post con il commento di Harmonia(tra i miei link) che, più di me, ha reso quello che volevo dimostrare:
“La presa d’atto della realtà dell’esistenza”, così com’è, intrisa di sofferenza in ogni sua manifestazione, non è pessimismo. Sono d’accordo con te. Amo la lucidità dello sguardo di Leopardi, amo la compassione che attraversa le sue idee e abbraccia tutto ciò che esiste. Non c’è una sola religione al mondo, o anche una elaborazione filosofica, che abbia potuto rispondere alla domanda cruciale sul perché della sofferenza.
Riconoscerla, guardarla in faccia, sentirsela addosso e vivere nella pienezza del pensiero e del sentimento, come fece Leopardi, è coraggio, è forza, e, in fondo, è anche “ottimismo”. Da questo punto di vista ritengo che nemmeno Lucrezio sia stato compreso, lui, l’amato poeta che “vegliava le notti serene”. Harmonia

Da martedì scorso una bianca e grossa placca alla tonsilla superstite mi tiene incollato a letto con febbre oscillante fra 37 al mattino e 39 il pomeriggio; bevo solo liquidi, il resto è nauseabondo, ho la barba da deportato e ho appena iniziato una cura di antibiotici via intramuscolare(che palle!). L’ago mi ha sempre terrorizzato e non scappo … per dignità! Approfitto di un momento di forza fisica per ringraziarvi degli splendidi commenti. Ave!