N D P

Sempre spazzatura? No. E do la risposta
con sicurezza, poiché ci sono pagine televisive degne di essere sfogliate. È successo ieri sera con LA 7, forse tra le poche tv laiche nel circuito televisivo italiano; e forse non è una questione di palinsesto, ma di chi lo connota con la sua professionalità. Ho seguito con molto interesse NDP(Niente di personale), programma condotto dallo speaker/giornalista di tg LA7, Antonello Piroso; garbato, rispettoso, ironico ma non pungente, rende protagonisti gli ospiti e lo spettatore, lasciando lo spazio per il dubbio, la discussione, il dialogo.
Tre, in modo particolare, le tessere di rilievo, la pornostar Federica Zarri, Agnese Moro e un certo Silvano Agosti.
La Zarri, bellissima e affascinante ragazza, lombarda, laureata negli States, indecisa nel suo eloquio tra la dizione italiana e quella americana, ha parlato della sua passione, il piacere dell’eros; candidamente ha dichiarato che fa per piacere quello che tutte le donne fanno. Chi col proprio marito, chi col proprio uomo. Per lei è anche una professione.  Il fidanzato, stando a quanto ha dichiarato, ha accettato che lei possa saltare da un letto ad un altro. Il piacere e la passione per la propria professione diventano indice di dignità e cade ogni falso moralismo.
Agnese Moro, pacata e paciosa, ha tratteggiato l’aspetto umano del padre, l’essere un grande non solo sul piano politico e istituzionale (oggi anche storico), ma anche su quello umano. Agnese non scorderà mai la mano del genitore stretta nella propria prima di addormentarsi, e le raccomandazioni alla famiglia quando Moro, come statista, era impegnato lontano da casa:<<Avete chiuso il gas?>> domandava puntualmente ogni sera.
 Se si è grandi, lo si è soprattutto nel quotidiano.
Infine Silvano Agosti, autore di “Lettere dalla Kirghisia”(mi pare), che ha affascinato e stupito con le sue dichiarazioni :<<Improvvisamente ho assistito al miracolo di una società nascente(quella kirghisa), a misura d’uomo, dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenità permanente non è un’utopia, ma un bene reale e comune>>, o <<al massimo lavoro tre ore al giorno>>, evidenziando che tutti i canali sociali entro cui si muove l’uomo tolgono tempo alla voglia di vivere e all’autenticità dell’esistenza.
Utopia e quotidiano si abbracciano.
Insomma, e non me lo sarei mai aspettato, Piroso mi ha tenuto incollato alla tv per più di un’ora. E ce ne vuole!
Bravo, Antonello!

La lanterna di Diogene

La cultura del ‘600 è davvero straordinaria; spesso sulla sua valutazione pesa il giudizio di certa critica modernista, miope nel riconoscere le “altezze” e acuta nella pars destruens, prigioniera delle rivoluzioni avanguardistiche del Novecento. Tutti ricordano i giudizi pesanti espressi da Francesco De Sanctis e Benedetto Croce sulla maggior parte della produzione letteraria( e non solo!)del secolo XVII e linguisticamente l’aggettivo “pomposo” è sulla bocca dei più per liquidarla immediatamente. Non meno impietosi i colleghi di lettere, le cui espressioni linguistiche tradiscono la noia, il disgusto, sebbene velato, e il fastidio nel doverla trattare come previsto dai programmi ministeriali (esistono ancora!?).
Il dato più sorprendente del secolo XVII è costituito dal passo nuovo che il pensiero compie con la fine del Rinascimento: non più la celebrazione dell’uomo, ma il suo defilarsi di fronte ad una natura che lo sovrasta, nella quale egli cerca una strada in bilico tra scienza e magia.
Indicative sono le raffigurazioni secentesche di alcuni filosofi greci, fra tutti Diogene il Cinico e Democrito, come emerge da uno studio di Andrea Lavaggi dell’Università di Genova.
Benedetto Castiglione ne offre esempio in Diogene alla ricerca dell’uomo(1645-1655).
Diogene Laerzio racconta che Diogene il Cinico si aggirava in pieno giorno con una lampada accesa dicendo in modo provocatorio di essere alla ricerca di uno che fosse un uomo; egli viveva in una botte, rozzamente vestito, secondo la legge di natura, sfuggendo così alle imposizioni della civiltà e dei suoi effetti. Nel dipinto Diogene si imbatte in un mondo primordiale, abitato da una figura umana col capo chino, da un satiro dallo sguardo astuto e da un folto gruppo di animali; sullo sfondo delle rovine. Della civiltà?
Prevalgono elementi e simboli di animalità, quella stessa ferinitas che il progresso della civiltà ha canalizzato verso forme legittime, socialmente riconosciute, e con cui ogni essere umano combatte sin da bambino. Ma fino a che punto la civiltà possa stemperare la nostra ferinità animalesca non è dato sapere con certezza aritmetica, se si considera che lo stesso consorzio umano è latore di una ben più pericolosa e sotterranea animalità, artificiale e disumana, tronfia dei suoi progressi e destinata comunque a soggiacere al ciclo della vita biologica. Insomma animali naturali e animali prodotti di società.  
Con o senza la lanterna di Diogene!

COME LE VISCERE

Domenica ho trascorso del piacevolissimo tempo con amici in campagna; con uno di essi c’è stato uno scambio intenso di emozioni, pensieri, teorie, elucubrazioni, battute, risate. Tante devo ammettere. La nostra amicizia è cresciuta col tempo; quando lo conobbi, instaurai con lui una relazione parassitaria; succhiavo da lui energia e saggezza. Oggi la relazione è migliorata, ci troviamo su un piano pressoché paritario di scambio. Cosa è successo di straordinario? Ci siamo compresi, i nostri sguardi hanno annullato il cicalio degli altri, l’afa, gli egoismi, i narcisismi. Ci siamo raccontati. Tessere della vita, del nostro modo di essere, di relazionarci con gli altri esseri umani. Argomento? Scialacquare l’esistenza, disperdendo energie e consumando risorse per obiettivi insignificanti per la parte più profonda di noi stessi; e il danno più irreparabile è che rendiamo quelle risorse e quelle energie indisponibili per il perseguimento di altri fini. I poli, entro cui l’essere umano corre il rischio di muoversi, si giocano, infatti, tra il lasciarsi vivere e lo sciupare la propria esistenza; in entrambi i casi senza fede. Non di questa o quella confessione religiosa. Fede come possibilità di dare una risposta adeguata e spontanea, soprattutto spontanea, alla dimensione della verità nella nostra vita e della nostra vita. Non importa che le risposte siano definitive; però necessitano certezze del momento presente che siano rispondenti agli urli di noi stessi. In tal senso avere fede non è credere in senso debole, opinare, sostenere, ipotizzare, teorizzare. Né cristallizzarsi nell’adesione ad un assoluto intransigente e intollerante. Avere fede è ricerca di risposte, qui e subito. Palpitanti, calde, pulsanti come le viscere. Avere fede è ricerca della saggezza, intesa non come risultato, ma come soluzione provvisoria al problema di fondo: ciò per cui vale la pena vivere. Ciò che più mi terrorizza è arrivare alla morte senza in tasca un briciolo di soluzioni. Ciò che più mi alletta, paradossalmente, è non avere soluzioni definitive. In caso contrario mi annoierei con tutto me stesso.

LA "GATTARA"

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I suoi boccoli biondi sembrano usciti dalla mano di un pittore dell’Ottocento; non sono naturali, considerata l’età. Le accolgono il volto rugoso, sulle cui gote spiccano la cipria, rigorosamente rossa, e un filo di rossetto sangue di bue; col rimmel pesante è ancora più pittoresca. Talvolta è l’ombretto color pastello(verde e azzurro, quelli che ho avuto modo di notare) a renderla appariscente. E attrae. Scheletrica, alta, con la pelle delle mani raggrinzita dalle fatiche della vita. Deve aver sgobbato tanto e dalla luce dei suoi occhi abbacinano il dolore della fatica e la fatica del dolore. Non meno originale è l’abbigliamento; alle 7.15 del mattino(l’ora dei nostri incontri) può indossare un abito fasciato e calzare un paio di ciabatte, degli stivali verniciati di fresco con una vestaglia da camera. Ma i capelli sempre a posto. Nelle mani un sacco di plastica da supermercato stivato di pasta cotta. Esce guardinga e altezzosa dal parallelepipedo in cui vive; grande per lei, a due piani. Una palazzina degli anni 40-50 non distante dal fiume Oreto, dopo il ponte di ferro, costruito dai militari non so quando. Nel suo beige consumato dal tempo le ante sono consunte dalla polvere, un’antenna sgangherata penzola da un balcone, tre o più(non ricordo) arbusti smagriti con fronde dantesche animano l’inferriata del balcone sopraelevato, posto a pianterreno del parallelepipedo. È la gattara dell’Oreto. Ma è una mia denominazione. La pasta nel sacco è per i gatti che popolano le stradine a budella che circondano una delle due sponde del fiume; con occhio attento, mentre attendi in fila con la macchina o passi lentamente, si possono notare scodelle qua e là, dove i gatti fanno colazione. Li cura personalmente e sono la sua vita. Energicamente e con orgoglio conduce la sportula per i felini, che spesso le saltellano addosso o languidamente le accarezzano le gambe con le code sinuose, prima che lei abbia avuto il tempo di ministrare la pasta. Con gli occhi fissi la osservi, senza che se ne accorga, e la miri dentro, immaginando chissà quale corso di vita, di pensieri, di emozioni. Singolare e marginale si impone nell’immaginazione, che avida elabora l’interiorità della gattara dell’Oreto. Impossibile stabilire se i prodotti della vis immaginifica siano veri o no, se verità o menzogna, ma una storia contiene le une e le altre e acquista la sua forza per le verità di chi immagina.
(Lo sguardo della Gattara è simile a quello della giornalista di Otto Dix, che adoro)

Odisseo, Dante e De Chirico

«La partenza [per De Chirico] è un distacco traumatico, con riferimenti biografici (da Volos, cioè dalla sua città natale, partirono gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro), ma anche con un destino di viaggi e delusioni, avventure e depressioni, fino ad una probabile
conquista…Un nuovo arrivo e subito dopo una nuova partenza: resta quello di Odisseo il mito centrale per De Chirico, l’uomo che ricerca se stesso attraverso la peregrinazione e la perdita di tutto, tranne che della memoria»
M. FAGIOLO DELL’ARCO, Pensare per immagini, in “I classici dell’arte – il
Novecento – De Chirico”, Rizzoli 2004
G. DE CHIRICO, L’angoscia della partenza, 1913

Ma i ragazzi sanno che l’interpretazione di Odisseo, non solo da parte di De Chirico ma di tutti noi, passa attraverso la lettura di Dante Alighieri nel canto XXVI?
Nel testo omerico lo scopo di Odisseo è tornare in patria!
Altro che viaggi e avventure! Solo una necessità.
Si continua a scimmiottare Odisseo/Ulisse come mito dell’instancabile, curioso e ardito viaggiatore. E Dante, il grande Dante, ne è “colpevole”.
Molte trasmissioni televisive e ampi settori del marketing usano questa copia sbiadita di Ulisse.

“…nè dolcezza di figlio, nè la pietà
del vecchio padre, nè ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’ ‘i ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore…”(Inf. XXVI 94-99)

“…Ma ei(Odisseo) non brama che veder dai tetti
sbalzar della sua dolce Itaca il fumo
e poi chiuder per sempre al giorno i lumi”(Odissea I 85-87 ,trad. di I. Pindemonte)
Solo un esempio.