La lanterna di Diogene

La cultura del ‘600 è davvero straordinaria; spesso sulla sua valutazione pesa il giudizio di certa critica modernista, miope nel riconoscere le “altezze” e acuta nella pars destruens, prigioniera delle rivoluzioni avanguardistiche del Novecento. Tutti ricordano i giudizi pesanti espressi da Francesco De Sanctis e Benedetto Croce sulla maggior parte della produzione letteraria( e non solo!)del secolo XVII e linguisticamente l’aggettivo “pomposo” è sulla bocca dei più per liquidarla immediatamente. Non meno impietosi i colleghi di lettere, le cui espressioni linguistiche tradiscono la noia, il disgusto, sebbene velato, e il fastidio nel doverla trattare come previsto dai programmi ministeriali (esistono ancora!?).
Il dato più sorprendente del secolo XVII è costituito dal passo nuovo che il pensiero compie con la fine del Rinascimento: non più la celebrazione dell’uomo, ma il suo defilarsi di fronte ad una natura che lo sovrasta, nella quale egli cerca una strada in bilico tra scienza e magia.
Indicative sono le raffigurazioni secentesche di alcuni filosofi greci, fra tutti Diogene il Cinico e Democrito, come emerge da uno studio di Andrea Lavaggi dell’Università di Genova.
Benedetto Castiglione ne offre esempio in Diogene alla ricerca dell’uomo(1645-1655).
Diogene Laerzio racconta che Diogene il Cinico si aggirava in pieno giorno con una lampada accesa dicendo in modo provocatorio di essere alla ricerca di uno che fosse un uomo; egli viveva in una botte, rozzamente vestito, secondo la legge di natura, sfuggendo così alle imposizioni della civiltà e dei suoi effetti. Nel dipinto Diogene si imbatte in un mondo primordiale, abitato da una figura umana col capo chino, da un satiro dallo sguardo astuto e da un folto gruppo di animali; sullo sfondo delle rovine. Della civiltà?
Prevalgono elementi e simboli di animalità, quella stessa ferinitas che il progresso della civiltà ha canalizzato verso forme legittime, socialmente riconosciute, e con cui ogni essere umano combatte sin da bambino. Ma fino a che punto la civiltà possa stemperare la nostra ferinità animalesca non è dato sapere con certezza aritmetica, se si considera che lo stesso consorzio umano è latore di una ben più pericolosa e sotterranea animalità, artificiale e disumana, tronfia dei suoi progressi e destinata comunque a soggiacere al ciclo della vita biologica. Insomma animali naturali e animali prodotti di società.  
Con o senza la lanterna di Diogene!

10 pensieri su “La lanterna di Diogene

  1. Mio caro Mel, dinnanzi ad un post così succoso ho un’unica scelta: evidenziarlo da me.
    1) perchè la tua analisi mi si confà
    2) perchè amo Diogene
    3) perchè quella tela è potente

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  2. Sento in questo pezzo la meravigliosa capacità di una mente libera da legacci e pregiudizi. E condivido con entusiasmo la comprensione e l’interpretazione del pensiero e dell’arte del Seicento, molto vicino a noi proprio per gli aspetti che hai sapientemente evidenziato.
    Con affetto e stima e simpatia. harmonia

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  3. Santo cielo Mel !
    tu dovresti lavorare in tele in trasmissioni come “Passepartout” ..
    .. mi sembrava di ascoltare la voce di Philippe Daverio.
    Anche lui raccontò di Diogene, raccontando si un aneddoto con Alessandro Magno.
    ah ma che bella coppia sarebbe !
    Con stima Mel, infinita 🙂

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  4. Diogene il cinico girerebbe ancor di più oggi con una lanterna accesa… cercherebbe ancora di più quest'”uomo”… l’uomo che è capace di prendere in mano la propria vita senza paura di guardarla in faccia e affrontarla, viverla per quello che è.

    Un abbraccio

    Black

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