I tuoi perché

<<Didone, rivolta altrove, teneva gli occhi fissi
al suolo, e il volto immobile all’intrapreso discorso,
più che se fosse dura selce o roccia marpesia>> 
(Virgilio VI, 469 ss)
Così Virgilio scolpisce l’incontro tra Didone ed Enea negli inferi; non una parola, non un cenno, non un sorriso da parte della donna all’eroe che l’ha abbandonata. Non serve neanche la dimensione della morte a cancellare il vissuto.
 
Incontrare la persona con cui hai condiviso parte della tua vita costituisce, quasi sempre, un evento “traumatico”, tale da destabilizzare l’equilibrio delle emozioni, dei sentimenti, della corporalità.
E avviene in tutti i casi, sia che si è superata la fase della rottura (o della scelta di chiudere da entrambe le parti la relazione) sia che qualche filo ancora leghi.
Peggiore è il caso, in cui nessuno dei due ha ufficialmente chiuso; si è lasciata la storia nel regno dell’inespresso e del nebbioso. In questo caso la sofferenza è enorme, perché si vive in una sorta di limbo popolato dal fantasma a cui non puoi o non vuoi parlare. O non devi per l’incolumità di te stesso. La definisco la conclusione del punto interrogativo.
Non c’è momento del giorno che possa sfuggire al ricordo, alla rabbia, all’inconsistente sentimento d’affetto che crediamo, o ci illudiamo, ancora di provare per chi ha fatto vibrare la nostra vita di poesia.
Così, a seconda del modo in cui abbiamo concluso l’esperienza, valenza diversa assume l’incontro. La punteggiatura può aiutare meglio a visualizzare i casi, sebbene il ventaglio possa essere abbastanza ampio. Il punto fermo è il migliore; non c’è più nulla da dire tra i due, tutto è stato agito, esperito, detto, gridato. Il punto e virgola e i due punti sono assimilabili: c’è qualcosa che si sarebbe potuto dire e chiarire. E che non è stato detto e chiarito. E che si potrebbe dire e chiarire. O si sarebbe potuto. In fondo si è consapevoli che non ha più importanza.
Pestifero è il punto interrogativo. I perché rimangono a senso unico. Possiedi solo i tuoi perché. Non i suoi. In tale caso l’incontro presenta la stessa caratteristica del punto di domanda. Solo ipotesi, possibili scenari, scenari desiderati, immaginati, costruiti dalla mente.
 
Sabato notte, anzi domenica mattina, tra i fumi di un negroni, la musica della discoteca, immersa tra il verde di un grande parco e la brezza di mare,(e la mia maglia sexy)  si è verificato il caso del punto fermo.
Sorrisi, discorsi leggeri ma non banali, qualche salamelecco, qualche verità sua che compiace la mia egoità: “Ma lo sai che diventi sempre più carino?”, “Sei una bella persona” et similia.
Ho sorriso, pur schermandomi. E il sorriso ha suggellato, definitivamente, questo punto fermo.
Ecco la maglia “incriminata”… 
Vi segnalo due post che mi hanno particolarmente colpito; uno riguarda il Libano(http://theterminal.splinder.com), l’altro(http://veradafne.splinder.com)  un testo poetico davvero originale.
 
 
 

Di che "umore" sei?

LO Zodiaco e le sue influenze(manoscritto del XIV sec.)
Collerico? Flemmatico? Sanguigno? Melanconico?
No, non è un test, ma la trasposizione grafica delle immagini che hanno alimentato gli studi di medicina, astronomia, filosofia, religione, alchimia, e si potrebbe continuare, tra il Medioevo e il secolo XVII, come emerge da uno studio di Donatella Marchi del liceo classico Galilei di Pisa.
Prima di Galilei, e anche un po’ dopo, la medicina occidentale, e in parte l’orientale, si è giovata degli apporti di Ippocrate e Galeno; la salute dell’uomo dipenderebbe dall’equilibrio dei “quattro umori”, sangue, collera, melanconia, flemma, la cosiddetta complexio temperata.
A partire dal mondo antico non c’è stato doctus, che non si sia misurato con i quattro elementi. E il dato più interessante è che ognuno è riuscito a far stratificare sulla crosta della dottrina ippocratiana un ulteriore elemento di novità significativa, fino ad arrivare allo Zodiaco.
Si recuperano i quattro elementi dei filosofi presocratici, si mettono in relazione col corpo umano, e così gli astri, le stagioni, il Tempo, nasce l’almanacco. Un mondo straordinario e affascinante. I Caldei, e poi i Greci, Manilio sotto Tiberio; e non poteva mancare il Medioevo con una semantizzazione degli umori di natura cristologica; perfino Leonardo, in età umanistica, non sfugge al fascino “umorale”, se associa le ossa alla terra(rocce), il mare al sangue, le vene alle sorgenti e così via. Si dà vita ad una inscindibile unità tra micro e macrocosmo tanto cara ai trattatisti del Quattrocento in cui microcosmus id est minor mundus. Pure la cartomanzia risente di tali ascendenze medico-naturalistico-filosofiche; la carta del Matto era concepita come pericolosa possibilità del disordine umorale e spirituale.
Poi la scienza moderna, i “lumi”, il determinismo darwiniano, e tanta “filosofia” che distrugge le “fole” dell’immaginazione e di tanta iconografia.
Eppure sentiamo un profondo legame col mondo; con l’acqua, il fuoco, la terra, l’aria. Riconoscenti all’indagine razionale e sperimentale, altrettanto lo siamo a quella relazione simpatetica con l’altro da noi che ci fa pulsare le vene di piacere erotico, che ci opprime il petto nelle giornate di densa nuvolaglia, che ci strappa un sorriso alla luce del sole, che ci fa infiammare dalle viscere se qualcosa va storto. Personalmente non saprei incasellarmi in modo preciso in uno dei quattro umori; ritengo che nell’arco di una giornata, e della nostra vita, si alternino con maggiore o minore durata. Poi ci sono anche fasi umorali di lunga durata. Tendenzialmente sono un sanguigno-collerico, ma non mancano momenti di flemma e di melanconia. La più distruttiva!

"Come uno spicchio di luna"

 

Le abitudini cambiano anche per loro? Forse si tratta di una strategia adattiva rispetto alle modifiche del micro-ambiente di insediamento? Leopardi, in un altro contesto, precisamente nell’Elogio degli uccelli, sostiene che alcuni volatili migliorino il loro canto a contatto con la civiltà urbana. C’è da ipotizzare che le lucertole, a contatto prolungato con gli umani, potenzino il loro coraggio, se è vero che, nel giardino della casa di mia sorella, in città, capita di subire delle vere e proprie aggressioni. Sì, le lucertole. Quelle descritte a meraviglia da Curzio Malaparte in una sua pagina.
Non crederei a ciò che io stesso racconto se non l’avessi sperimentato personalmente.
Il momento privilegiato è il pranzo; mentre si è placidamente seduti, al fresco(relativo) sotto un gazebo, con le dita dei piedi allo scoperto, una lucertola, a volte anche due, fa il suo mini-show.
Non c’è dubbio che ad attrarle sia il cibo; i rettili, infatti, hanno un sensorio sviluppatissimo e già a distanza avvertono la presenza di manicaretti. Io stesso ho provato a sminuzzare un filo di spaghetti e della pesca; ed eccole a fiondarsi con una celerità davvero sconvolgente.
Spalancate le piccole mascelle, è fatta. Con la stessa repentinità fuggono.
Proprio ieri il pranzo si è concluso con risate e sbalordimento: una splendida lucertola, brillante nel suo dorso cinabro, ha attraversato il piede di mia madre!
Un sussulto, un gridolino, un’imprecazione! E tutti a quattro ganasce per l’accaduto.
Ciò che mi meraviglia del loro comportamento è la quasi assoluta noncuranza della presenza umana; ricordo quando bambino giocavo per i viottoli della campagna siciliana. Mi imbattevo spesso nelle regine del verde cinabro; bastava un mio piccolo movimento per determinare la loro fuga tra i sassi o gli interstizi dei muretti di pietra lungo il cammino. Mio fratello, invece, era più ardito; riusciva a catturarle, dopo avere abilmente intrecciato un lungo filo di sterpaglia, lungo e abbastanza resistente. Era comunque un’impresa. Oggi non lo sarebbe più. Almeno nel giardino di mia sorella!
 
Per chi ha voglia di gustarselo, ecco cosa scrive Curzio Malaparte: <<Le lucertole spuntavano di dietro il ciglio dei sassi, si fermavano a guardarsi intorno, più curiose che sospettose. Prima si vedeva spuntare il capino triangolare, luccicar gli occhietti di vetro, neri e rotondi. Movevano il capo qua e là, a scatti; poi, a un tratto, spuntava una zampina di coccodrillo, delicata e mostruosa. Per fortuna lo sguardo era subito distratto dall’apparizione di un che di bianco e molle, ed era il ventre, che sorgeva come uno spicchio di luna di dietro l’orlo del macigno di marmo verde, e palpitava nel respiro, pulsando come una grossa vena gonfia di latte. La lucertolina fingeva di prendere a poco a poco confidenza col cacciatore, gli si avvicinava adagio adagio, poi a un tratto scattava fulminea, fuggendogli incontro, ma la mano in agguato la ghermiva, la bestiola si dibatteva fra le dita, apriva la bocca, si guardava intorno spaurita>>.
caravaggio, ragazzo morso da una lucertola/ramarro
 
 

IL LARARIO

Di cosa non era capace la nonna materna! le rose della nonna
Di lei sono rimaste poche cose. Qualche bicchiere di cristallo ornato da motivi floreali, tre piccoli calici che adoperava per il rosolio di fichidindia e le sue tovaglie. Quelle ricamate negli spazi di tempo libero. Aveva il suo larario in casa, che non poca paura mi suscitava di notte quelle volte in cui dormivo nel bugigattolo senza porta, ricavato all’interno della stanza da letto. Il larario, in verità, era una sorta d’altare, la cui base era costituita dalla parte superiore del comò; le anime dei Decollati, avvolti dalle fiamme purificatrici del purgatorio, santa Rita, Sant’Antonio, il Sacramento, San Giovanni Battista , l’Immacolata erano le sue icone preferite, alle quali era dedicato un giorno della settimana. Immancabile qualche foto di defunto dallo sguardo arcigno. Ma la nota horror era il lumino acceso davanti al santo del giorno. I guizzi repentini di luce si materializzavano nella mia mente, e non solo, in forma di spiritelli provenienti dall’aldilà. Dal bordo dell’altare pendeva la tovaglia, imbastita dalle mani della nonna in pendant col periodo liturgico e con le feste dei santi. Lì si fissavano i miei occhi, avidi di colori e arzigogoli floreali. Oggi so perché ciò sia avvenuto; non era soltanto la bellezza del manufatto a colpirmi, ma l’originalità nel confezionarlo, nel ricamarlo, nel riporlo con cura e perfezione geometrica sul comò. Una donna originale, che ha costruito la sua vita come donna, madre, nonna, con un’identità forte, determinata e ben riconoscibile. A volte mi chiedo quanto delle nostre energie spendiamo per essere veramente noi stessi, per edificare, con e senza coscienza, il larario della nostra originalità di persona. Si è più impegnati a gareggiare con gli altri nell’imitazione di un’originalità che è massa, volgarità, adeguamento passivo, che a tirare fuori i nostri genuini talenti. Spesso proprio la ricerca di vie inedite risulta ridicola e straniante. Forse il segreto è nella semplicità non ricercata e tuttavia profondamente agognata.
È la sfida a se stessi più ardua.
(Nella foto un manufatto dell’ava materna)

Paesaggi

Tra le colate laviche del Mongibello e l’acqua tersa di Scilla… l’imbarazzo della scelta. Paesaggi geografici e "geofisico-spirituali". L’estate è proprio puttana!  

E MariaPrivi(http://mariaprivi.splinder.com ) incalza con mia somma goduria:<<Fuoco ed acqua, luce e buio, lava e ceneri, trasparenza ed opacità di roccia lavica, marmo e pietra, ferite di siccità e humus di suolo fertile, spine di fichi d’india e morbidezza di zagara.
La nostra terra è puttana, la nostra terra è dea, c’intriga e ci tiene lontani, stimola sensi e rimane mistero.
Eppure parti di lei sono parti di noi, particelle di sangue e di memoria>>.