Osceno

Le cronache palermitane di questi giorni hanno sbandierato ai quattro venti la storia di un frate cappuccino e di una parrocchiana devota: sarebbero stati colti in flagrante reato di atti osceni in luogo pubblico da una guardia forestale in un boschetto, mentre erano goduriosamente affaccendati. In più il seguace di Francesco d’Assisi si è beccato un’altra denuncia: dapprima avrebbe dichiarato d’essere docente universitario, poi avrebbe svelato l’arcano della sua identità.
 
Sorvolo sugli scontati giudizi e pregiudizi dei timorati dell’ecclesia romana. Non mi sfiora neanche l’idea di sputare sentenze sull’atto sessuale di uno che si è votato alla castità.
Per una ragione prima di tutto: un uomo come tutti. Lascio il giudizio a chi c’ingrassa nelle condanne moralistiche per una castità venuta meno. Certamente, riguardo alla coerenza della vita religiosa scelta e abbracciata, è un problema di non poco conto per le gerarchie ecclesiastiche. Ma anche questo non mi compete, né m’ interessa.
 
Mi ha colpito, invece, la prima accusa: atti osceni in luogo pubblico.
Rispetto a cosa un atto può definirsi osceno?
La Cassazione così si pronuncia in linea di massima:
LA DISTINZIONE TRA GLI ATTI OSCENI E GLI ATTI CONTRARI ALLA PUBBLICA DECENZA VA INDIVIDUATA NEL FATTO CHE I PRIMI OFFENDONO, IN MODO INTENSO E GRAVE, IL PUDORE SESSUALE, SUSCITANDO NELL’ OSSERVATORE SENSAZIONI DI DISGUSTO OPPURE RAPPRESENTAZIONI O DESIDERI EROTICI, MENTRE I SECONDI LEDONO IL NORMALE SENTIMENTO DI COSTUMATEZZA, GENERANDO FASTIDIO E RIPROVAZIONE.
Personalmente le motivazioni suddette mi appaiono anacronistiche, così come inaccettabile la pena: reclusione da tre mesi a tre anni! Non sono un fautore della depenalizzazione del reato di atti osceni, ma sicuramente andrebbero riviste motivazioni e pena da infliggere.
È cambiato, mi pare, il concetto di pudore sessuale e così pure il concetto di costumatezza; mi chiedo, scherzosamente, se la guardia forestale abbia provato disgusto o desiderio erotico alla vista delle tortorelle francescane in posa!
Infine un’ultima considerazione: il boschetto del peccato è sì luogo pubblico, ma credo che il religioso abbia scelto una zona appartata, a meno che la foga non gli abbia obnubilato completamente il cervello. Non ha scelto una piazza o una strada, né l’ascensore di un ipermercato, né una sala cinematografica!
 
 
 
 
 

Passeggiata… a mare

Da un lato il mare, i moli, le imbarcazioni ancorate al vecchio porto, dall’altro le mura delle cattive, un’antica gelateria, la chiesa della Kalsa. Su di essi allunga il suo sguardo la passeggiata a mare del Foro Italico di Palermo, restituito ai Palermitani a partire dal 2005, uno spazio adibito a prato, percorso per i bipedi amanti del footing, sosta con soffio di brezza per i pigri sulle panchine in ceramica lucidissima. C’è anche un recinto per i cani, dipinto a macchia, stile carica dei 101, dove padrone e animale possono tranquillamente godersi la passeggiata.
 
Da tempo anch’io allungavo lo sguardo, curioso di quel via-vai di persone.
E così, per quasi due pomeriggi consecutivi, ho varcato l’ingresso in compagnia.
Davvero rilassante sostarvi, soprattutto prima del tramonto.
Con le spalle volte al prato, l’occhio rimane incantato dal cane che dorme, ossia monte Pellegrino, che si staglia a sinistra dell’osservatore, mentre le ombre del vespero lo cullano; l’occhio è catturato pure dal mare, la cui superficie, acquietata dalla stagione estiva, viene turbata dalla scia delle navi che passano e rintrona, insieme all’osservatore, per il suono della sirena navale.
Poco prima del crepuscolo, i colori del cielo tolgono il fiato e può anche succedere di frenare la foga eloquiosa dell’amica che ti sta accanto, impegnata a raccontarti le sue avventure.
Lei, acuta di sensibilità, comprende il mio rapimento e tace.
 
Stanchi della sosta, anche per la scomodità delle panchine, si riprende la passeggiata ed è possibile giungere ad un terrazzamento, parte a prato con palme, parte sul mare.
Sulla punta di una piccola lingua di terra si staglia un vecchio brefotrofio, spalmato di salsedine e di ammonimenti evangelici. Una monaca col breviario a leggere sulla panchina.
Gli odori putrescenti delle alghe, qualche pescatore con la canna, una coppia di sposi per le foto, delle donne indiane avvolte nel loro abito dai colori sgargianti, passeggini con bimbi trascinati da stanchi papà o da mamme segnate dalla noia.
Uno stand mobile animato da una setta cristiana a mietere proseliti, una venditrice di bibite dalla voce gracchiante, macchiette di corridori, maschi e femmine, ridicolamente agghindati per la corsa pomeridiana, superaccessoriati di tutine iridescenti (che evidenziano culi, pacchi e tette), cuffiette e tennis griffati.
Insomma, c’è spazio per tutti.
Ad ognuno la poesia dai propri occhi.
 
  
 
 

POT

POT 2

Con una punta di orgoglio autocelebrativo e narcisistico… ecco la copertina e il retro del periodico POT, anno I numero 0, che ha pubblicato due miei articoli. POT è un contenitore d’idee dal sapore e dai colori della mia terra, la Sicilia, di quella che ride, si appassiona, cambia. Protagonista l’associazione culturale Arténia di Terrasini. Il mio grazie a Mimmo, che mi ha fatto condividere questa esperienza nata per caso, una sera, tra un boccone e quattro risate.
 
 

NICCHIE

I giorni estivi possono diventare occasione per investire le ore cronologiche in attività improponibili d’inverno per gli impegni di lavoro.
Se si aggiunge la mitezza dei valori termici, è fatta!
Da qualche giorno, infatti, il termometro segna temperature accettabili e, nell’insopportabile afa siciliana, è prodigioso potere registrare una minima di diciannove e una massima di ventotto.Così, complici i tempi, ho riordinato la biblioteca del mio studio.
 
Armonica era la sistemazione a livello visivo, ma caotica mentalmente.
Le nicchie ordinate erano riservate solamente alla letteratura antica e straniera.
L’italiana… degna di un Babele.
In quattro ore, cadenzate dalla pausa-sigaretta in terrazza, ho tolto polvere e caos.
Cronologia e suddivisione in prosa e poesia i due parametri di riferimento; qualche difficoltà con quegli autori, la cui produzione merita attenzione nei due versanti.
E poi l’altro dilemma. Il teatro. Dove rannicchiarlo?
Ho optato per una sorta di compromesso, scalzando l’iniziale rigidità nei propositi.
Ho pensato che essa, in fondo, non è una biblioteca pubblica e che, perciò, non occorrono catalogazione e schedatura da consultazione, né numeri o lettere.
Solo la serenità dei miei occhi nel sollevare le braccia, azionare le mani e carpire il volume con sicurezza.
 
Provo un sottile godimento a sapere che nello stesso loculo riposano Dante e i rimatori dello Stil Novo, Petrarca “volgare” e Boccaccio poeta, Buonarroti e Lorenzo il Magnifico; con Leopardi non ce l’ho fatta. La sua ricca produzione possiede una nicchia gentilizia ad hoc.
E così Pascoli e Calvino.
Sul ripiano di un altro mobile, adibito a biblioteca, la saggistica e gli strumenti linguistici.
Su un altro ancora, i libri di testo per l’incipiente anno scolastico.
Nel bel mezzo degli scaffali, nella parte più alta, e meno accessibile, tre vasi di potos a distendere la loro feracità di verde sui volumi.
 
 
 

Volgarità… al maschile

So che ogni tentativo di definizione di un concetto è impresa ardua.
Scuole di pensiero, punti di vista, contesto, co-testo.
È l’assillo dell’atteggiamento scientifico.                                                     
Più semplice l’approccio all’opinione, spesso confinante con il luogo comune.
E qui valgono pure i paletti di cui sopra, soltanto che non c’è alcun assillo, anzi è frequente diatribare su mille questioni senza ingenerare prologhi e capitoli introduttivi.
 
Eppure ci sono cose, per cui concetti e luoghi comuni vanno a farsi benedire, soprattutto quando le occasioni della vita te le sbattono in faccia senza chiedere il permesso e la tua visione è comunque riguardosa degli altri.
 
Di prima mattina mi sono alzato col piglio della pulizia.
Dal barbiere a radermi barba. E capelli alla Montalbano versione televisiva.
Poi il turno della mia auto.
Nuova fiammante, volevo esaltarne il grigio titanio.
Nel bel mezzo del lavaggio… l’apparizione.                          
Si presenta un tipo, capelli lunghi brizzolati, unti e bisunti, calzoncini e maglia del peggiore azzurro, mocassini da cui si intravedono i calzini dal colore indefinibile.
Fin qui nulla. Trattengo, dentro di me, un pensiero che si rafforzerà dopo la… visione.
Sui diti mignolo e anulare due anelli d’oro.
Uno sormontato da un rubino, tondeggiante.
L’altro a forma di testa di leone.
Li ho potuto osservare di sottecchi, pena l’irrigidimento del brizzolato ed eventuale “Che cazzo guardi?”.
 
A definire la volgarità maschile non occorrono scuole di pensiero, punti di vista, contesto
e co-testo. O no? È vero che la volgarità non ha sesso, ma quella maschile è stomachevole!