"Le britanne vergini"

                   …Ma cipressi e cedritrafalgar
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l’urne
per memoria perenne, e prezîosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane, versando acque lustrali,
amaranti educavano e vîole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe’ la trîonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
(U. Foscolo, Dei Sepolcri,  vv.114-136)
 Gipsy(http://boatsagainstthecurrent.splinder.com) in un commento al post Cinere muto, mi ha evocato il carme Dei Sepolcri dell’amato Foscolo; questi assume un atteggiamento aspramente polemico nei confronti delle pratiche cristiane verso i morti; infatti, nei versi precedenti, il poeta offre un quadro sepolcrale caratterizzato da figure orrorose e sepolcrali della peggiore specie: l’upupa(a torto demonizzata) svolazza su per le croci di un cimitero(cristiano) e la luce degli astri quasi commisera pietosamente i sepolcri abbandonati, preda del processo di disfacimento della materia.
In tal modo viene compianto il genio di Parini. Successivamente le madri sobbalzano dal sonno a consolare i loro piccoli, terrorizzati dalle immagini degli scheletri effigiati nelle chiese.
Ora, nei versi che ripropongo, Foscolo oppone a quella visione tipica del gusto pre-romantico italico(un po’ distante dall’atmosfera culturale europea, inglese e svizzera) l’ affresco di un cimitero classico e poi di uno inglese; nel primo il verde degli alberi e le lacrime dei parenti(raccolte in vasi) testimoniano la continuità di affetti tra vivi e morti; nell’altro le vergini britanne traggono i migliori auspici dalle tombe per il futuro della regina dei mari, personificata dall’ammiraglio Nelson. Una concezione, quest’ultima, che rende omaggio alla memoria storica, morale e spirituale di tutto un popolo, lontano dalle macchinazioni del peggiore ritualismo cattolico e che funge da puntello polemico per la riflessione successiva.
 
Qui mi fermo. Lo so, accusatemi pure di monotonia! Me lo merito.
 
 

Vroooom zooom

Edward Burne Jones, La ruota della fortuna, 1875-83 Parigi Museo dProbabilmente ce ne libereremo per un po’.Non so fino a che punto le agenzie pubblicitarie possano sponsorizzare uno sportivo che, fortunosamente, scivola e perde il mondiale. Nulla da ridire sulla bravura, ma come personaggio, pompato dai media, rappresenta per il mio immaginario l’antimodello per eccellenza di ciò che si può definire simpatia. E ha pure una laurea honoris causa. L’ignoranza eletta a paradigma.
Il suo motto è < Vroooom zooom aléeee w la gnocca!>>.
Caro Valentino, nel caso l’avessi scordato, ammesso che tu lo abbia studiato, la fortuna è donna e, perciò, volubile.
 
 

"Muto cinere"

La mercanzia è appena all’inizio. dalie e crisantemi
Ovunque sorgono baracche di giardini artificiali, dove stipati all’inverosimile si trovano fiori di tutti i tipi; pochissima la quantità d’acqua a disposizione di quelle misere fibre vegetali, nauseabonde le fragranze, cui si aggiunge la violenza del sole di questi giorni ottobrini a corroborare il senso di putrescenza.
La parte da leone è affidata ai solari crisantemi e alle dalie, padroneggiano pure garofani e garofanini, colori chimici infangano petali di rosa e gladioli che, per l’occasione, sfoderano innaturalezza e artificialità. Cartelli pubblicitari espongono prezzi e sconti, promozioni sui fiori e sulle piante, falsamente perenni, da ornare, per tempi più lunghi, i marmi delle lapidi. Occhieggiano dalle bancarelle ceri e ceroni, sui quali si è sbizzarrita la fantasia dei fabbricanti.
Ominidi si affannano pensosi e indecisi all’acquisto tra le furberie dei fiorai, tra novelli e professionisti. Stesse scene si profilano agli occhi di chi lancia uno sguardo all’ingresso dei cimiteri.
 
Dall’altra parte chi, come me, osserva infastidito e inacidito, quasi interiormente colpevole per non partecipare a quel mercato, incapace di acquistare un mazzo di fiori da sparpagliare tra le tombe dei cari defunti, impossibilitato nelle viscere a condividere con gli altri esseri umani il culto della pietà per i poveri morti.
 
Non so chi, tra me e loro, sia da commiserare di più.
 
 

"Tragico" gelo

Mi fecero gelare il sangue quelle parole in un mattino di quindici anni fa: <<Lei – disse impettito e perentorio il docente di lingua e letteratura latina- deve presentare la tesi di laurea non sull’argomento che le sta a cuore, ma su quello che non le piace>>. Crollò miseramente tutto il mio entusiasmo, io che mi ero innamorato del quarto libro dell’Eneide, del caeco carpitur igni della regina di Cartagine! Invece il professore, anche per i suoi interessi scientifici, mi appioppò Seneca tragico; lavorai due anni su Seneca, dovendo spulciare pure Seneca filosofo. Poi compresi il valore di quel monito. E anche di Seneca mi innamorai.
Perché quest’episodio?pelle di serpente
 
È sempre legittimo proporre agli alunni ciò che potrebbe attrarli, solleticando l’argomento piacevole il loro interesse e attivando perciò lo stesso un processo d’apprendimento più rapido?
Non ne sono del tutto convinto; è lapalissiano che in un contesto di scuola materna ed elementare la manipolazione della conoscenza passa attraverso il canale del piacere, ma in un liceo è possibile continuare su questa linea edonistica? È assodato che l’adolescente, proprio perché tale, vive una fase di crisi, di trasformazione da fanciullo ad adulto e perciò necessita talvolta di una pacca cognitiva che ne stimoli la sensibilità, particolarmente accesa in questa fase. Tuttavia ritengo che, di pari passo alla carezza edonistica, debba essere coltivato l’adulto che c’è in essi per abituarli, e lo affermo con una punta di utopismo, a comprendere che il processo di conoscenza è impegno, sforzo, abnegazione, rinuncia temporanea al piacere.
Per farla breve e per semplificare,un docente deve saper proporre e gli amatissimi poeti maudits e il pesante Carducci, capace di impegnarti un pomeriggio nella parafrasi di un solo testo con dizionario e apparato retorico alla mano.
 
(La foto è di Chiara, un’alunna di cui ho scoperto l’amore per la fotografia)

Un pungiglione, un palpito

Inedito pascoliano dimenticato: rimando ad uno dei tanti link.
 saluto al babbo
Non ho mai creduto fino in fondo alla valenza politica e ideologica dell’anarchismo di Giovanni Pascoli; di solito tengo lontani i miei allievi dall’attribuire tout court alla vicenda del padre assassinato l’origine prima dell’afflato anarchico-socialista, poi umanitario, che percorre la parabola dell’opera pascoliana. Evito, in tal modo, le operazioni di riduzione semplicistica, che tolgono valore alla bellezza dei testi del poeta di San Mauro. Tuttavia, sempre più, nel segreto delle mie riflessioni, mi convinco che il suo percorso politico abbia radici saldamente ancorate all’esperienza biografica, segnata in modo speciale dall’assassinio insoluto del padre. L’aggressività, di natura prettamente psicologica, scaturita dallo strappo paterno, mai ricucito, dapprima trova ancoraggio nel filone anarchico-socialista dell’Italia umbertina, poi, dopo l’arresto, si coagula attorno ai temi dell’umanitarismo in una direzione omnicomprensiva, che spazia dal mondo vegetale a quello animale, attraversato quasi sempre dalla presenza umana.
L’aggressività e la violenza, che impregnano l’inedito dimenticato, attraversano tutto il corpus pascoliano, ora con riferimenti espliciti, ora con cenni non facilmente decodificabili.
In tal senso docet La grande proletaria si è mossa.
Aggressività e violenza appartengono alla sfera emotiva pascoliana e coinvolgono finanche l’eros represso e perciò tanto più “violento”, concepito come effrazione della sicurezza familiare. Non sempre la rabbia repressa ha risultati poetici così candidi e nobili.
 
Nel cuore umano
Non ammirare, se in un cuor non basso,
cui tu rivolga a prova, un pungiglione
senti improvviso: c’è sott’ogni sasso
                                       lo scorpïone.
 
Non ammirare, se in un cuor concesso
al male, senti a quando a quando un grido
buono, un palpito santo: ogni cipresso
                                    porta il suo nido.
(G.Pascoli, Myricae)