Miele, fiele

Fra i tanti fastidi del cellulare uno risalta prepotente:   400px-SMS_message_on_a_Nokia_phone
i messaggi sono in grado di rovinare le relazioni tra gli esseri umani.
Immediatezza, velocità, impeto, pulsioni sono veicolati in quei caratteri che viaggiano invisibilmente, ma i messaggi non sfuggono alla legge della scrittura: la fissità.
Si imprimono nella mente di chi li riceve, vengono immagazzinati in una memoria insieme reale e virtuale, mentre chi li ha spediti, spesso,  corre veloce verso altre mete.
Nessuna demonizzazione del mezzo, anzi può essere ancora di salvezza!
È che fra le istruzioni d’uso le case produttrici dovrebbero inserire uno striminzito manuale sugli effetti collaterali da sms, soprattutto quelli grondanti di miele o avvelenati dal fiele dell’amarezza e della rabbia.
Per i cultori della viltà, poi, lo short message è una panacea.
Gr gr grrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!

"Un porco maschio sciovinista"

Non è stato semplice, in questi giorni, misurarci              
con la lirica amorosa del Duecento.La maggior parte degli alunni si è schierata con Guido Cavalcanti. Lo sentono più prossimo alle loro esperienze, anche perché Cavalcanti, sulla base delle visione averroistica di Aristotele, oltre che rappresentare l’oggetto d’amore, indugia sugli effetti di quest’ultimo sulla psiche dell’innamorato. Relegando l’amore alla sfera dell’anima sensitiva, il poeta dei Cerchi insiste sullo sconvolgimento degli stati vitali dell’io.
Angoscia e sospiri sono i termini chiave della teoria cavalcantiana e le metafore dominanti riguardano il campo bellico; si veda il sonetto XII, in cui vertù d’amor che m’ha disfatto / da’ vostr’occhi gentil presta si mosse; / un dardo mi gettò dentro al fianco./ Sì giunse ritto ‘l colpo, al primo tratto,/ che l’anima tremando si riscosse,/ veggendo morto ‘l cor nel lato manco.
I deboletti spiriti, ossia le funzioni vitali fondamentali, abbandonano il corpo e Amore stabilisce la sua signoria. A ciò si aggiunge la difficoltà di ricondurre a ragione il processo amoroso proprio per la sua natura sensitiva.
Sull’altro versante Guido Guinizzelli e poi il Dante de “La vita nova” e del Paradiso.
L’amore è vissuto come esperienza totalizzante per l’animo gentile.
Foco d’amore in gentil cor s’apprende
come vertute in petra prezïosa
Amor per tal ragion sta in cor gentile
per qual lo foco in cima del doppiero(torcia)
Però prava natura
rincontra Amor como fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura…
(G. Guinizzelli)
 
Per i ragazzi l’amore, concepito come processo di miglioramento di se stessi, come elevazione verso le più nobili virtù morali, risulta un po’ un osso duro da masticare. (Ma solo per i giovani?) Normale sia così in questa fase dello sviluppo; forse fra qualche anno, anche in base alla maturazione e alle esperienze di vita, potrebbero meglio fruire di tale concezione, magari potrebbero rispecchiarvisi.
Si può dire che Guinizzelli e Dante, a differenza di Cavalcanti, riconnettano i fili razionali dell’amore, lo sublimino in un’aurea di santità e purezza che è lontanissima dalla reale esperienza vissuta.
Eppure ci sono poesie in cui l’uno e l’altro poeta optano per una visione sensitiva dell’eros.
Lo stesso Dante adopera termini afferenti all’area cavalcantiana, quali sospiri e sospira.
Bisogna chiedersi fino a che punto, nello stabilire il canone letterario, abbiano influito le istituzioni culturali, quanto la tradizione critica abbia costruito  un Guinizzelli e un Dante come teorici della donna-angelo portatrice di salus, spirituale e fisica.
Intanto Dante dichiara… <<E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestade giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi, né di rispondere a lo suo saluto… ella coronata e vestita d’umilitade s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia.
(Vita nova, XXVI)
 
A quanto pare, a detta di Umberto Eco, ne “Le interviste impossibili”, Beatrice non poco dovette soffrire per vedersi appioppate virtù che lei stessa non si riconosceva!
BEATRICE: <<E questo lei non lo chiama usare, possedere, gestire la mia femminilità! Strumentalizzarmi, proletarizzarmi! E con che diritto? Chi lo aveva autorizzato? A chi ha chiesto il permesso! Mi ha messo in piazza, ha distrutto la mia vita privata. Mio marito arrivava a casa con gli occhi fuori dalla testa perché le male lingue, e si sa… «Cosa c’ è stato tra te e quello speziale?», «Ma caro ti giuro che…», «Eppure lui va in giro a dire…». Capito che inferno? Perché gli uomini son fatti così. Passa una che non c’ hanno mai parlato insieme e loro lì al bar con gli amici: «Io quella… che donna, ragazzi! Mi ha fatto vedere le stelle… mi sembrava di toccare il cielo con un dito… sentivo cantare gli angeli…». Cacciaballe! Porci! Frustrati! Mammoni! Bambini! Fallocrati!>>

 

L’intervista completa si può trovare su http://www.tizioandcaio.com/public/forum/viewtopic.php?t=34465

 

 

Curvi nell'estasi

A scuola si è parlato di “dipendenze”.
Ho anche aderito ad un progetto, con scopo puramente informativo e formativo secondario, da realizzare insieme ai miei alunni.
Sono coinvolti il SERT, psichiatri e psicologi.
Sono coinvolto io come docente… ed essere umano.
Magari deciderò di smettere di fumare. Da tempo mi frulla nella testa e non solo per eventuali danni alla salute. Si dipende dal fumo, inutile nascondersi dietro i paraventi argomentativi del suo aspetto epicureo e ludico.
Sempre più mi convinco con le viscere che la sigaretta-dipendenza abbia radici nella nostra psiche, levigata da una dipendenza di fondo.
Essa dovrebbe essere curata.
Si può dipendere dal fumo, da un’idea fissa, da una teoria, da un amore, dall’Amore, dalla politica… dal blog… dal cibo… dal sesso.
L’elenco potrebbe seguire all’infinito.
Il rischio maggiore è di vivere una vita inautentica, come quella di Andromaca, che trae linfa da un falso Simoenta, da una tomba in cui nessun Ettore è sepolto, da un amore materno infranto(mi riferisco alla morte di Astianatte).
Ma, se anche eliminassimo le dipendenze, sarebbe garantito un vivere autentico?
Probabilmente sono solo aggettivi… autentico e inautentico.
 boucher_francois leda-cigno 1741
Riporto alcuni versi del poemetto “Il cigno” di Baudelaire.
I
Andromaca, è a te che penso! Quel fiume,
misero e triste specchio ove un tempo brillò
l’immensa maestà della tua pena di vedova,
quel falso Simoenta che il tuo pianto ingrossò,
 
d’un tratto ha fecondato la mia memoria ferace,
mentre attraversavo il nuovo Carrousel.
La vecchia Parigi è scomparsa (ahimè, più veloce
d’un cuore cambia l’aspetto d’una città);
vidi un cigno fuggito dalla sua gabbia;
sfregando con i piedi palmati l’arido selciato,
trascinava le bianche piume sul suolo accidentato.
Presso un secco rivolo la bestia, aprendo il becco,
 
bagnava nervosamente le ali nella polvere,
e diceva, il cuore colmo del suo bel lago natale:
«Acqua, quando scenderai? Quando tuonerai, folgore?»
Rivedo quell’infelice, mito strano e fatale,
 
tendere la sua testa sul collo agitato,
talvolta verso il cielo, come l’uomo d’Ovidio,
verso il cielo ironico, d’un azzurro spietato,
come a rivolgere il suo rimprovero a Dio!
 
 
II
Parigi cambia! Ma niente nella mia malinconia
s’è mosso! blocchi, impalcature, nuovi palazzi,
vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria,
e i miei cari ricordi son più grevi dei macigni.
 
Così davanti a questo Louvre una visione m’opprime:
penso al mio grande cigno, ai suoi folli gesti,
che, come un esule, lo rendeva ridicolo, sublime,
divorato da un desiderio eterno! e penso a te,
 
Andromaca, come vile animale strappata
a un grande sposo e piegata al superbo Pirro,
curva nell’estasi sopra una tomba vuota;
vedova d’Ettore, ahimè! e moglie d’Eleno!

Su http://www.alidada.splinder.com trovate informazioni su un concorso di poesia davvero interessante, Concorso di Emozioni.

Al mondo                                                                                      
 
Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
 
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu <<santo>> e <<santificato>>
un po’ più in là, da lato, da lato.
 
Fa’ di (ex-de-ob- etc)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’,
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.                                               scansione0005
                            Su, münchhausen             
(A. Zanzotto, da La beltà, 1968)
 
A questo spesso ci limitiamo, a definire il definibile e il già definito.
Ma fuori c’è il Mondo con i tentativi umani del de, dell’ob, del per, del con.
Illudendoci di pronunciare e scrivere posizioni attraverso il logos, esprimiamo, invece,pre-posizioni.
Ma fuori c’è il Mondo, mentre ci si ostina in questo supremo sforzo definitorio, fino a dissolverlo nelle e con le parole.
Ma necessitiamo delle parole.
E ogni parola ha una propria vita nel suo isolamento giocoso e giocondo.
Il senso per Zanzotto è nella singola parola, non nella coerenza tra le parole che sbocciano come discorso.
L’io, depositario dell’autentico? Del senso autentico?
Il poeta ammonisce: un io, <<pronome che da sempre a farsi nome attende>>.

Vezzi

Di persona non mi era capitato di incontrarlo.Godenhjelm-Ilmarinen
Mi ero finora limitato a sfogliare le sue pagine critiche, ammirato per la dovizia dei commenti ai testi di letteratura, a volte un po’ sconvolto da tanto azzardate ipotesi interpretative quanto affascinanti.
Oggi l’ho seguito passo passo, appuntando il minimo indispensabile per coltivare i miei studi in privato.
Quando un relatore è chiaro e magicamente specialistico nella terminologia, è davvero un rinfrancare l’animo succhiarne la linfa; in effetti solo barlumi, ma in grado di fornirti le coordinate per continuare quella ricerca che non si esaurisce nell’aula di una conferenza.
Pietro Cataldi, romano di nascita, senese d’adozione, è emerito professore di italianistica presso l’Università di Siena.
Di media statura, pelatino, viso da studioso, ma non da secchione, occhi intelligenti, tenace, passione quanto basta, il professore ha incantato tutti i presenti con il tema  “I luoghi del disagio nella letteratura tra ‘800 e ‘900.
Leopardi, Montale, Zanzotto. Solo alcuni nomi. Ne parlerò in futuro.
Ma ciò che più mi ha catalizzato è stata la confessione di un suo vezzo: non porta le lenti, pur avendone necessità. E perché?
Per un vezzo giovanilistico.
L’ha buttato lì, con fare simpatico.
Ha spezzato così l’atmosfera da rettorato di palazzo Steri.
Insomma l’umanità che è sgorgata fuori dal vezzo m’ha reso ancora più gradevole l’excursus tra quei luoghi.
Uno studioso, prima che essere tale, è soprattutto un uomo.
A questa umanità ci si accosta senza la sindrome del “chi mi sta accanto?” .
Se poi è pure un luminare…
 
Ma i vezzi dei luminari sono identici a quelli di noi poveri comuni mortali?