"Come la mosca cede a la zanzara"

A tutti rimangono indelebili le immagini elaborate
dalla vis poetica di Dante. Ma di quale Dante?
Non il trattatista del De monarchia e meno ancora del Convivio, ma il poeta dell’Inferno.
Ho posto il medesimo quesito ai miei alunni, giunti sulla soglia del IV cerchio del mondo bruno e fosco.
Superfluo dirlo, però sono catturati e affascinati dal grottesco, cui giunge il Poeta nella rappresentazione di dannati, pene e mostri infernali.
Altra risposta non hanno fornito.
Qualcuno potrebbe obiettare che ciò sia dovuto al gusto, tutto contemporaneo, per l’horror e il trash che popolano l’immaginario dei giovani del XXI secolo.
Con tronfia sicumera rispondo “no”.
Non mi spiegherei come mai intere generazioni siano rimaste calamitate dagli occhi di bragia di Caronte, dal teschio di Ugolino o dalla fiamma cornuta di Ulisse e Diomede.
La risposta la forniscono Eliot e Montale, tra i massimi estimatori e studiosi della poetica dantesca.
Il primo afferma che <<… non è necessario comprendere subito il significato per gustare la poesia, ma è il gusto della poesia che ci fa desiderare di comprendere il significato>>(T.S.Eliot,Dante, 1929).
L’ altro definisce il ghibellin fuggiasco <<massimo esempio di oggettivismo e di razionalismo poetico>> che, in nome di ciò, <<rimane estraneo ai nostri tempi, a una civiltà soggettivistica e fondamentalmente irrazionale, perché pone i suoi significati nei fatti e non nelle idee>> (Montale, Dante ieri e oggi, 1965).
Dante ci intrappola con la forza delle immagini allegoriche, sa trasferire in momenti plastici le proprie idee; dall’altro, vittime di una cultura del XX secolo in balia del soggettivismo più esacerbato, che ha propaggini anche nell’oggi, rimane un rebus tale da spingerci a relegarlo nelle scartoffie delle belle lettere o da autorizzare una studiosa a ipotizzare, soprattutto a proposito del Paradiso, che Dante si faceva le canne.
Incapaci di idee, portati a rendere paradigma d’interpretazione i fatti dell’io, miopi di fronte all’oggetto, il Mondo, che si pone di fronte a noi, barbaricamente si scorazza tra ipotesi estemporanee e gossip da quattro soldi.
I giovani, fornendo una grande lezione a tutti, me compreso, se da un lato non riconoscono un centro, da cui partire per elaborare idee, dall’altro rimangono incantati dal poeta concentrico per eccellenza, la cui saldezza non viene scalfita neanche dalla tragicità degli avvenimenti vissuti.
Noi, adulti, tempestati come i giovani, dalla perdita o dal non-riconoscimento del Centro, eleviamo a modello di riferimento il nostro vissuto, anzi ne facciamo vessillo delle battaglie, agognando al tempo stesso il Centro che poco prima non abbiamo riconosciuto o che abbiamo perduto.
O smarrito?
(Nell’immagine particolare del Giudizio universale di Michelangiolo, Caronte traghetta i dannati)

7 pensieri su “"Come la mosca cede a la zanzara"

  1. La “Divina commedia” l’ho sempre vista come un’opera così potente da resistere perfino a certi “trattamenti” scolastici scoraggianti che spesso rendono odiosi libri che forse solo in seguito verranno apprezzati.
    Però non ho mai capito perché si studia quasi solo l’inferno. Purgatorio e paradiso me li sono letti da sola perché a scuola non li avevo “fatti”.
    Perché???

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  2. Beh, flalia, sei sicura che non sia per colpa dei tuoi professori? 😀 La mia insegnante d’italiano, con coscenza, ci fece studiare anche Purgatorio e Paradiso (Liceo Scientifico), anche se il livello di interesse della classe, e mio personale, concluso l’Inferno, si abbassò drasticamente e vistosamente, va ammesso. Per il resto, mi riconosco nella frase del Thomas Stearns.

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  3. @Alde, non certo da me è relegato tra le scartoffie; è un modo acre il mio per evidenziare che a proposito di Dante ci si limita al superficiale. Tutto qui.

    Le ragioni per cui “Purgatorio” e “Paradiso” passano in secondo piano si trovano proprio nelle considerazioni di Eliot e Montale; man mano che la materia della “comedìa” diventa più filosofica, viene meno la forza poetica delle immagini, quasi eterea nel Paradiso. Ecco perchè anche i proff cominciano a indietreggiare, soprattutto se non appartengono all’area cristiano-cattolica. Il beato regno è lontano dal nostro modo di concepire il Mondo… come dice Montale, ma questo non autorizza la studiosa a ipotizzare “canne” e “cannoni”.
    Certa critica crociana si è infatti accanita contro le ultime due cantiche. Forse non del tutto a torto.
    Che poi certi colleghi mal sopportano Purgatorio e Paradiso è ormai fatto acclarato.

    La medesima cosa avviene per tanti poeti: chi ricorda “Le Grazie” foscoliane? Più semplice ricordare “A Zacinto”. E chi “Il tramonto della luna” di Leopardi? Meglio si ricorda “Il sabato del villaggio”. Insomma laddove diminuiscono le immagini legate alla nostra esperienza, diminuisce la vis poetica capace di catturare il lettore. L’arte in veste allegorico-simbolica firma un patto di eterna alleanza tra opera e lettore. Al contrario, se l’arte è slegata, almeno apparentemente, dal vissuto

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  4. L inferno..è vero era affascinante studiarlo,ci prendeva tutti e poi avevamo uninsegnante d italiano veramente brava,che ci coinvolgeva nelle sue lezioni.Ricordo il purgatorio ed anche il paradiso,ma di certo non aveva lo stesso effetto su noi ragazzi,li trovavamo più pesanti,un po barbosi forse ,certamente meno entusiasmanti dell inferno.Pensa Mel che l anno scorso l ha studiato anche mia figlia ,la più piccola che quest anno è in quarta elementare.La maestra ha scelto un testo adatto alla loro età naturalmente con immagini molto colorate.Lei è rimasta colpita dalle storie e dalle immagini del conte ugolino e del vecchio caronte :))

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  5. @Daphnee, per i bambini è ancora più emozionante. Con la tua preziosa testimonianza dai forza al mio discorso: la poesia(e l’arte tutta) necessita di immagini. Ciò è insito nella struttura stessa del cervello degli esseri umani filogeneticamente parlando.
    🙂
    Grazie.

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