"… non producete nulla"

Carissime,                inutili perchè non producete nulla
grazie per avermi accolto e avermi fatto sentire a casa nella gioia dell’incontro, spezzando il pane della "sororità". Una settimana di riposo-contemplazione, quella del settimo giorno. Tempo perso, come sono persi coloro che vivono nei sotterranei della storia. Anzi "inutili", come afferma la Banca mondiale di oltre un miliardo di esseri umani. Proprio come voi, donne contemplative: inutili perché non producete nulla per la Grande Economia. In un mondo monetizzato, voi valete nulla. Eppure siete sfida radicale all’Impero del denaro. La vostra contemplazione, la vostra preghiera unita al grido immenso dei poveri, costituisce il cuore della resistenza a questo Sistema. I vostri cenacoli di preghiera siano comunità di resistenza. Lo chiedo a voi, e tramite voi a tutti i monasteri di contemplative. Soprattutto nelle vostre liturgie, luogo per eccellenza di resistenza all’Impero del denaro. La liturgia infatti non è solo memoria, ma è costitutiva della realtà: crea quel mondo "altro" che attendiamo in contrapposizione al mondo imperiale, all’Imperium[…] Fateci conoscere quali metodi nonviolenti usate che vi permettono di vivere un’esistenza riconciliata, per anni e anni relegate dietro una grata entro pochi palmi di terreno. Fateci sapere come disinnescate la spirale di violenza dentro di voi e tra di voi. È importante per noi che viviamo in un mondo violento che nasce da una violenza che cova dentro ognuno di noi. Fateci dono delle vie che voi usate per uscire da quella spirale violenta che porta ognuno, le nostre famiglie, le nostre comunità, le nostre nazioni nel baratro della violenza apocalittica. […]Io nei sotterranei della vita e della storia – dove ritornerò tra poco -, voi relitti umani nel fiume della storia come i poveri di Korogocho, unico volto di quel povero Cristo. Teniamoci per mano.
(Alex Zanotelli alle monache di clausura, testo ridotto)
 

Nelle mani

Alex Zanotelli è come quando gusti un aperitivo che, invece di aprire l’appetito, spalanca le porte della fame e non ti puoi più fermare. Eppure non fai indigestione, anzi sei ancora più affamato di prima.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal movimento delle sue mani.
La forza delle sue convinzioni è tutta lì, nelle mani.
Pensiero, emozioni, progetto di vita si materializzano in quelle falangi, che hanno la forza di risvegliare significati assopiti, pronti a trovare un varco tra le vene del deserto esistenziale.
Padre Alex Zanotelli, comboniano, parla di Dio senza parlare di Dio, entità troppo spesso resa astratta dalle menti dei filosofi e dal magistero cattolico.
La sua voce carezzevole sembra provenire dalla folta barba che copre a foresta le gote, evocando altra saggezza, l’altra Parola.
Incollato allo schermo di raitre, avrei voluto fermare il tempo per non lasciarlo scappare, per riascoltarlo ancora. Se avessi potuto, avrei voluto stringergli la mano, non per salutarlo, ma per sentire il calore delle parole, l’umanità divina trasudante dai gesti.
Con lui la noia, naturale effetto di chi tenta di ascoltare un’omelia cattolica da magistero, si vanifica come bolla di sapone.
Alex parla al cuore e alla mente; non è il modernista figo che, per attirare la platea, assume il ruolo di istrione buffonesco.
Vivere la Parola, attraverso le parole pronunciate, è l’emergenza acqua a livello planetario, è la ragazzina-madre, malata di aids, che prega di vivere per il piccolo che le sta accanto, è la diossina prodotta dagli inceneritori campani, è l’acuto dolore del malato di cancro che ha avuto la sfortuna di nascere geograficamente in un posto piuttosto che in un altro, è la denuncia dell’abbraccio soffocante tra mafie e istituzioni, è annunciare sommessamente tutto ciò con amore.
padre alex zanotelli
L’amore delle sue mani.
 
(Sul web abbondano le notizie su padre Alex Zanotelli; non riporto nulla, perché è un piacere scoprirlo da soli. Intanto ho già provveduto a trascrivermi la sua bibliografia. Scrive pure bene)
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Grazie per la segnalazione ad AngelaLaMaratoneta!

cumpàIl giovedì per me è un ulteriore giorno libero rispetto a quello canonico(il lunedì), fatti salvi gli appuntamenti scolastici obbligatori.
Alle 10 del mattino termina il lavoro scolastico e si profila davanti a me un’intera mattinata da spendere oziando e mettendo mano al portafogli, che in realtà non uso.
Già ieri mi ero accorto di essere a corto di caffè, perciò prima tappa torrefazione.
Il caffè imbustato sa di stantio, di plastificato, d’impoetico.
Mentre ciondolo in direzione della stazione centrale, m’ imbatto per caso in un venditore ambulante di pesci e molluschi, fermo proprio all’angolo di un incrocio.
Mi apostrofa alla palermitana( cumpà mi fa’ addumari?) e gli porgo l’accendino, tenendo le distanze dal rivolo di acqua marina colante da una ape atavica.
Mi ringrazia, rispondo, vado via.
 
Un’ora dopo, tornato con il bus, caso vuole che io ripassi a piedi proprio da quel crocicchio.
L’ambulante mi blocca e a tutti i costi vuole regalarmi un nutrito polpo come segno della mia gentilezza di qualche ora prima.
Dapprima ho creduto che volesse prendermi per i fondelli, poiché ritengo che porgere un accendino per una sigaretta rientri fra i comportamenti dell’urbanità.
Lui è andato oltre, sciogliendosi in complimenti per il mio modo di fare, per l’immediata disponibilità dimostrata.
Notando la mia perplessità, mi ha spiegato che il dono del polpo in realtà è stato anche un modo per spezzare il nero della giornata, a quanto pare magra sotto il profilo delle vendite.
Ancora ora, mentre scrivo, sono perplesso.
Ripensandoci, il pescivendolo non ha tutti i torti; a volte donando anche ciò che per noi può essere fonte di guadagno (pure in senso lato), e quindi sacrificando una parte di noi stessi, o dei nostri averi, possiamo provare ad auspicare che il futuro sarà migliore.
La logica del dono non ha logica, quella del riempire egoisticamente la nostra borsa è, invece, quotidiano spettacolo.
E non soltanto la borsa della spesa, anche quella dei sentimenti.
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Marzia(http://alchimie.splinder.com) mi ha donato una carineria, aggiungendo una frase del mio post sulla foto. Grazie.

Il sogno dei vivi

gg12<<Quella sera cominciò tardi, e all’una di notte aveva ancora una quindicina di componimenti da leggere; ma non si affrettava, anzi pareva che cercasse tutte le scuse come se stesse per tirare in lungo la faccenda. Prima di temperare il lapis rosso e blu, il vecchio maestro aveva messo i compiti in ordine alfabetico… Luigino B. doveva essere tra i primi e invece il vecchio maestro se l’era riservato come l’ultimo. Era il compito finale, il compito d’esame: egli lo avrebbe letto adagio, parola per parola…
Alle due di notte, il vecchio maestro tracciò un sette sul penultimo compito, poi sollevò il capo e guardò Mario.
Alle due di notte, quando la città dorme e l’aria è ferma, i vecchi papà possono parlare con i loro figli morti. Alle due di notte i regolamenti della logica non hanno più nessuna importanza: è l’ora in cui i morti si affacciano ai sogni dei vivi e la notte è piena di anime vaganti.
Il ritratto di Mario stava appeso al muro, davanti allo scrittoio, era coperto da un velo d’ombra, ma gli occhi parevano vivi…
Il maestro non insegnava più da dieci anni alla scuola pubblica e doveva arrangiarsi con le lezioni private, perché le sue idee non andavano d’accordo con quelle degli “altri”, ma andavano d’accordo con le idee di Mario.
Così, quando Mario fu chiamato alle armi, invece di andare al distretto si diede alla montagna, dove si comportò da galantuomo. E un giorno gli altri glielo ammazzarono.
Non gli era rimasto più che quel ritratto…
Aveva ripreso l’insegnamento nella scuola pubblica, ma tutti quei ragazzi, invece di fargli dimenticare Mario, glielo facevano ricordare ogni minuto.
Quando a scuola leggeva la lista dei nomi per l’appello e arrivava a Luigino B., la voce tremava al vecchio maestro, perchè Luigino B. era figlio di uno degli “altri”, di un ex capo degli “altri”.
-Ci siamo- disse sottovoce il vecchio maestro a Mario e trasse di sotto la cartella il compito di Luigino B.
-Ecco qui- disse con una punta di gioia maligna nella voce.
-Sei errori rossi e sette blu!- Qui il problema è uno solo: gli diamo due o tre? O vogliamo dimostrare la nostra superiorità regalandogli mezzo punto e dandogli tre e mezzo?
Era quella l’ora dei morti e la notte era piena di fantasmi. Il silenzio li difendeva dal mondo dei vivi e l’aria era ferma. Il vecchio maestro fissava gli occhi di Mario velati dall’ombra e gli occhi parevano vivi. E anche il viso lentamente si vestiva di carne.
-Due o tre e mezzo?- domandò ancora il vecchio maestro: e le parole caddero nel silenzio e il silenzio le inghiottì.
-Sei- disse una voce lontana. Era la voce di Mario.
E il vecchio maestro segnò un grosso sei sul foglio>>.
(Giovanni Guareschi 1908-1968)
 
 

"Vigilavano le stelle"

Un telegramma narrava, giorni or sono, che in un antico convento de la Sicilia, credo, ignoti ladri avevano assassinate le ultime tre suore che in esso vivevano, perché avevano loro opposto resistenza.
Così Sergio Corazzini esordisce in “Vigilavano le stelle”.
La poesia mi ha riportato al passato, alle monache di cui mi parla mia madre, quando era fanciulla.
Un omicidio che si colora maggiormente d’efferatezza, perché comunque coinvolge la sfera sacra, diventa agli occhi di un poeta motivo di rimpianto di un mondo e di quei valori che, forse, non torneranno mai più.
L’odore antico d’incenso trasferisce il lettore in un’atmosfera arcana e antica, dove i gesti dell’umano si incrociano con quelli di un divino assente dall’orizzonte dell’altare.
Rose, le rose dell’ultima primavera, primavera delle monache e ultima primavera del poeta.
Egli tace, ma gli oggetti parlano il muto linguaggio del passato.
Muta la Morte a falcidiare le tre donne, forse innocenti depositarie di una tradizione non più riconosciuta neanche dagli assassini.
Non gli assassini hanno pietà, ma la Morte stessa commisera le tre donne dimenticate… probabilmente per una storia di solitudine tra quelle celle.
Ora il silenzio, l’odore della cera bruciata, magari qualche mosca sul sangue rappreso dei cadaveri ritrovati.
Ora silenzio attraversato soltanto dal bagliore della lama di un coltello.
La poesia tace sull’orrore.
A ben diritto.
Vigilavano le stelle                                      
le tre vecchie sorelle
morte, ne le tre celle.
Erano chiuse le porte,
e dietro la porta c’era
una piccola bara nera
un odore antico d’incenso
e tutte le povere cose
e forse ancora le rose
dell’ultima primavera.
La Morte veniva leggiera,
soave, chiudeva le stanche
pupille, veniva ogni sera
quasi, e trovava le mute
sorelle sopravissute
raccolte, più vecchie, più bianche,
intorno alla piccola bara
dell’ultima morta a pregare, così
passa e ripassa il crudele
spegnitoio su le candele
cristiane de l’altare.
Ma la Morte aveva fretta.
Non erano chiuse le porte
di tutte le celle? Non c’era
un grande silenzio nell’aria?
Nella cappella solitaria
perché non veniva accesa
la piccola lampa sospesa
davanti all’Agnello confitto
in croce? — la Morte si chiese —
come non se ne vedeva,
l’enorme cuore trafitto?
Le tre suore dimenticate,
erano molto malate?
Stavano in agonia:
ecco perché nella via
non si udiva quella sera
la nota soave preghiera
ecco perché nella chiesa
la lampada non era accesa.
Ma la Morte comprese e accorse.
E vide distese sul letto
con un coltello nel petto
le tre suore agonizzanti
e vide le celle diserte,
tutti i vetri infranti
tutte le porte aperte;
e nell’ombra vide, forse
le vecchie monache morte
di consunzione
uscir da le bare corrose
e fare corone
e fare ghirlande di rose
al lume de le stelle
per le tre sorelle
distese sul letto
con un coltello nel petto.