"Una casa del diavolo, un parapiglia…"

Hieronymus Bosch (1450-1516 ca.)Tutt’a un tratto, mentre San Rocco se ne andava tranquillamente per la sua strada, sotto il baldacchino, coi cani al guinzaglio, un gran numero di ceri accesi tutt’intorno, e la banda, la processione, la calca dei devoti, accadde una parapiglia, un fuggi fuggi, un casa del diavolo: preti che scappavano colle sottane per aria, trombe e clarinetti sulla faccia, donne che strillavano, il sangue a rigagnoli, e le legnate che piovevano come pere fradicie fin sotto il naso di San Rocco benedetto. Accorsero il pretore, il sindaco, i carabinieri; le ossa rotte furono portate all’ospedale, i più riottosi andarono a dormire in prigione, il santo tornò in chiesa di corsa più che a passo di processione, e la festa finì come le commedie di Pulcinella.
  Tutto ciò per l’invidia di que’ del quartiere di San Pasquale, perché quell’anno i devoti di San Rocco avevano speso gli occhi della testa per far le cose in grande; era venuta la banda dalla città, si erano sparati più di duemila mortaretti, e c’era persino uno stendardo nuovo, tutto ricamato d’oro, che pesava più d’un quintale, dicevano, e in mezzo alla folla sembrava una «spuma d’oro» addirittura. Tutto ciò urtava maledettamente i nervi ai devoti di San Pasquale, sicché uno di loro alla fine smarrì la pazienza, e si diede a urlare, pallido dalla bile: – Viva San Pasquale! – Allora s’erano messe le legnate
.(Giovanni Verga, Guerra di santi)
 
Baruffa tra congregazioni e cittadinanza nel mio centro.         
Dopo quaranta anni che ti tirano fuori?
La statua del cuore di Gesù.
Sì, è perché è Pentecoste– dice uno-
Il 30 giugno?
San Marziale vergine.
Ah, no, dopo il Corpus Domini cade il Cuore.
Così la confraternita del Signore ha decretato che processione si deve fare.
Ma chi quello “curcato”?
No, chiddu è lu Signori mortu.
Nesci lu Venerdì Santu.
Chistu è u cori i Gesù.
 
I maligni sostengono che i fratelli giudei, in abito bianco e mantellina rossa, vogliano speculare.
Chi, facente parte della confraternita, non dovesse presenziare con mantellina e candela in mano alla solennissima processione, multato sarà.
 
Le pie donne in orgasmo.
Finalmente dopo quarant’anni!
 
C’è chi è incazzato nero.
Sono i francescani che, pur possedendo una nerboruta statua del poverello d’Assisi, non la sfilano in processione.
A religgiuni è puru politica.
Non tutti i Santi hanno pari opportunità.
 

Sabot, infradito, sandali…

Scarpe chiuse o dita al vento?
Il caldo estivo non mi è amico.
Il gentil sesso ha più scelta.
Puntualmente si pone il dilemma.
Da un lato la scarpa chiusa consente una presa ferma, una sicurezza nei movimenti impareggiabile rispetto ad un sabot  e all’infradito, dall’altro il forno estivo cuoce i piedi e si deve provvedere più volte al cambio dei calzini o dei fantasmini, che, però, a me non piacciono.
L’infradito è una scarpa che non a tutti sta bene.
Il rischio è la volgarità, perché a mio parere soltanto dei bei piedi vanno mostrati e perché bisogna saperlo calzare con eleganza. Ci vuole l’abbigliamento giusto abbinato anche al contesto. Concesso poi che si posseggano bei piedi, si è disposti a mostrarli?
Per i cultori del sesso feticcio, i piedi addirittura rappresentano il top dell’erotismo.
Il sabot è proprio rude.
Mi capita di vedere certi bellimbusti con canotta e pinocchietti che scambieresti tranquillamente con degli scaricatori di porto. Con tutto il rispetto.
Quanto ad igiene entrambi non sono il massimo.
A sera la pianta del piede è meno pulita di una trazzera e occorre un lungo pediluvio.
Ora hanno fabbricato pure quelli in resina, antipuzzo e antibatteriche.
L’altra sera una conoscente le calzava orgogliosa, sbandierandone pure l’esoso costo.
Che rimane?
Il sandalo alla francescana.
Pure qui occhi sgranati prima dell’acquisto.
Vero è che le dita sono visibili, ma almeno la fibbia consente una certa stabilità.
Alla fine con un sol colpo ho acquistato un mocassino frau e dei sandali semieleganti in cuoio e non gommati.
Semisoddisfatto.
Troppo bassi e io non è che sia proprio un gigante!
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Auguri a Pietre e Pietrini, Paolette e Paolini!
 

"Ciotole d'ambra sotto lune d'avorio"

“Palermo silenziosa,                                                                            datura
è così che l’ avverto, questa mia città che ha perso una cara persona.
Anna(la sua compagna) per fortuna è fuori pericolo.
Ma quanto sarà adesso il suo dolore?” (scrive una blogger palermitana)
 
I familiari, i musicisti, gli amici, i conoscenti a dare l’ultimo tributo a Romina, morta tragicamente in un incidente stradale.
Chi frequenta le serate palermitane, spostandosi da un locale ad un altro, l’ha conosciuta, prepotente nella voce, determinata e combattiva.
Di fronte alla morte, alle sue ragioni insondabili, metafisiche, si tace.
Ma non si tace del silenzio della città.
La blogger probabilmente si riferisce all’informazione locale palermitana, che ha passato in secondo ordine la notizia.
Una donna di 35 anni è morta in un incidente stradale…
Questa donna, a parte le qualità canore, si è impegnata nel suo piccolo per potare le fronde dell’ipocrisia perbenista palermitana, che ti vuole la domenica mattina in chiesa e la notte nei postriboli pubblici e privati, purché non si sappia.
Purché non si sappia è la legge dei più.
Questa donna, a suo modo, ha prodotto cultura musicale, ha promosso affrancamento dalle maglie che strangolano la libertà delle donne siciliane.
Purché non si sappia è la legge dei più.
Una donna di 35 anni è morta in un incidente stradale…
 

Nuda di lacrime lasciavo il mio
oriente
senza parole nuda per la mia gente
ciotole d’ambra sotto lune d’avorio
lune di palme sulla terra di ionio
terra dove il cielo ha seminato
stelle
miele di Grecia nella mia pelle
Chiusi, chiusi
e com’era bello andare ad occhi
chiusi
a quale civiltà ci siamo arresi
chiusi, chiusi
e ci sentivamo
vivi, vivi
dov’era il mondo quando tu non
c’eri?

(Il mio oriente, Mia Martini)
 
 
 

Black-out-in

Monte Pellegrino
Man mano che i rintocchi scandivano il fiume delle ore, la disperazione pensata si è mutata in meraviglia.
E la meraviglia in attesa.
Attesa della luce elettrica.
Di colpo, senza preavviso, nel mio piccolo centro un oscuramento di otto ore, dalle una alle ventuno.
Ho abbandonato il mio studio, rifugiandomi nel piano basso, dove l’afa di questi giorni non è riuscita a penetrare.
Il dominio del tempo incatenato tra un divano e l’altro.
E pagine, pagine da sfogliare.
Che altro avrei potuto escogitare?
Ad intervalli irregolari scattavo per controllare il tempo.
Ma ormai lo possedevo.
Tra una tirata di sigaretta e l’altra il naso fuori.
Per strada due gatte satanasse per poco non si dilaniano.
Sotto la gabbia dei canarini una minuscola formica trascina una piuma.
Che se ne farà?
Mi diverte osservarla.
Boccheggiano i becchi di madre canarina e figlia.
Il silenzio infranto dai “mah”, “chissà” delle voci familiari, che baruffano per un nonnulla.
Mi diverte sentirle.
Una candela gialla illumina la cena.
Saranno trent’anni che non vivevo un’atmosfera simile.
Poi, improvviso, il bip del frigo.
Luce.
Spira un vento miracoloso.
Ora.
 
(Ma l’ENEL mi sentirà, eccome!)
(Sebbene madre natura abbia le sue valide ragioni)
(Ieri stava andando pure a fuoco Monte Pellegrino!)
(La foto è eloquente)
 

"… Esplode lo spettacolo"

“La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perché non è infinita. Se uno capisce i limiti, capisce come funziona il meccanismo. Tutto sta nel capire i limiti. Prendete i fiumi, per esempio. Un fiume può essere lungo, lunghissimo, ma non può essere infinito. Perché il sistema funzioni, deve finire. E io studio quanto può essere lungo prima di finire. […]
Sono studi faticosi, e anche difficili, non si può negarlo, ma è importante capire. Descrivere. L’ultima voce che ho scritto è stata Tramonti. Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. È un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti. Li ho studiati per settimane. Non è facile capire un tramonto. Ha i suoi tempi, le sue misure, i suoi colori. E poiché non c’è un tramonto, dico uno, che sia identico a un altro allora lo scienziato deve sapere discernere i particolari e isolare l’essenza fino a poter dire questo è un tramonto, il tramonto. Vi annoio?
Ann Deverià non si annoiava. Cioè: non più del solito.
Così adesso sono arrivato al mare. Il mare. Finisce, anche lui, come tutto il resto, ma vedete, anche qui è un po’ come per i tramonti, il difficile è isolare l’idea, voglio dire, riassumere chilometri e chilometri di scogliere, rive, spiagge, in un’unica immagine, in un concetto che sia la fine del mare…” (A. Baricco, Oceano mare, 1993)
 
È raro che un romanzo possa piacermi
dalla prima all’ultima riga.
Ogni romanzo vive di e per alcuni momenti isolati di bellezza etica ed estetica.
Oceano mare ne contiene squarci straordinari, ma lo sperimentalismo avanguardistico, che attraversa soprattutto il libro secondo e terzo e che costringe il povero lettore ad eseguire l’analisi logica per capire, che adatta parossisticamente il contenuto alla forma, con una uterina attenzione alla disposizione grafica dei segmenti testuali, mi fa ritrarre le antenne dell’attenzione e dell’interesse.
Però i rari momenti di poesia(di stile e contenuto) assolvono le mende(almeno per me!).
 
Anche noi, probabilmente, siamo come i fiumi di Bartleboom, come i tramonti, come il mare.
Mi piace crogiolarmi in questa ipotesi.
L’Oceano è nel mare dei nostri limiti.