Arruso, finocchio, frocio

Arruso, finocchio, frocio.
Questi i termini, caricati appositamente di ignominia, che spesso i bulletti e i bulloni, talvolta anche le baldracchine con ombelico scoperto, usano per dileggiare un compagno di scuola.
E può anche succedere che il decerebrato, sulla scorta dell’uso che si fa in televisione, usi il più elegante “gay”.
E succede che a un ragazzino venga impedito di entrare in bagno, perché bollato come finocchio.
E succede pure che la giustizia condanni a due mesi di carcere l’insegnante per abuso di mezzi di correzione e maltrattamenti, per aver fatto ricopiare cento volte “sono deficiente” sul quaderno all’eroe cazzuto che, magari, a diciotto anni, o anche meno, lo ritrovi a Palermo, mentre fruga tra il cascame trans e travestiti, perché in fondo anche lui è finocchio.
Cara collega accusata di abuso di correzione, che dirti? Esprimerti la mia solidarietà? Non basta. Troppo semplice e ipocrita! Chi ha il culo parato è pronto a solidarizzare. Probabilmente mi sarei comportato in modo diverso, forse peggio di te, ma con astuzia e malvagità. Anche questo è da filistei, forse. Che dirti? Che vorrei stringerti la mano. E non sarà difficile, essendo concittadini.
 
Chiedo venia, soprattutto alle signore, per la scurrilità del linguaggio.
(Sui quotidiani, anche via web, la notizia è rintracciabile)