Espressioni colorite

Che ti può capitare nella centralissima piazza Bologni a Palermo?
Che il posteggiatore reclami a torto la tangente, che il carro-attrezzi ti strappi la metà della tua vita(cioè l’automobile),che un giovanotto apostrofi una donna, sporta da uno dei balconi storici, con l’esclamativa-esortativa “Cala u panaruuuuuuuu!” con prolungamento strascicato della “u”.
 
Da tempo non sentivo quest’espressione.
E la ragione è frutto del progresso economico.
L’ascensore, spesso con l’intermediazione del portiere, e la scomparsa dei venditori ambulanti con moto ape hanno segnato la morte di molte espressioni colorite.
Trent’anni fa le casalinghe dei piccoli centri e delle borgate cittadine non si infiocchettavano per recarsi a fare la spesa, come dovessero presenziare ad una sfilata.
Il pescivendolo, il fruttarolo, il gadgettista sostavano sotto i balconi e l’acquisto si liquidava in quattro e quattr’otto.
O il garzone quando c’era o il panaru costituivano il mezzo per evitare di salire e scendere su e giù per le scale.
Oggi il panaru è quasi scomparso come strumento, ma rimane nella coscienza linguistica triviale di molti palermitani.
Se è vero che è un cesto di vimini, munito di manico ad arco, usato per trasportare vivande, tuttavia, per la sua forma concava e accogliente allude simbolicamente all’apparato genitale femminile.
 “Cala u panaru” suona perciò per il maschietto siculo sordido come un invito sessuale rivolto alla femmina e, se quest’ultima è morigerata, come un’offesa gravissima.
 
Sentita quell’espressione, mi sono voltato di scatto, figurandomi pure un vaso scaraventato giù dal balcone e l’ai-ai del giovanotto.
Nulla di ciò.
Mi sa che un po’ la devo pulire la mia coscienza linguistica.
 
(Ho tratto la foto dal sito del comune di Prizzi[PA] ; in alto a destra si trova il panaru)

25 thoughts on “Espressioni colorite

  1. Al paese io ce l’ho il “panaru” ( o “panaro” come lo chiamiamo qua) e lo uso!
    Ne dubitavi?
    Mel,indovina nella mia cucina quanti pezzi in vimini ho acquistato..
    😉

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  2. Conoscevo l’usanza ed il panaru (ah, se penso a quelle “Lapa” su e giù per il paese di mia suocera cariche di ogni bendidio!), ovviamente ignoravo completamente il doppio senso e le possibili implicazioni…quasi quasi lo stampo e conservo nella cartella delle “Mille e mille cose da non dire mai ad una signora”…… 🙂

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  3. …non è un commento sul post ma semplicemente un ringraziamento al mio scrittore preferito. Ho bisogno ogni giorno delle sue parole. …. se non trovo un post nuovo, la giornata ha un altro inizio, meno vivace! un’amica. Cinzia

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  4. Qualunque dialetto, riesce ad espimere con vocaboli coloriti anche espressioni volgari.
    A Genova, quello che voi chiamate panaru, è denominato cavagna e nella parlata “grassa” questa parola viene usata per definire l’organo genitale femminile di proporzioni abnormi.
    Spero che anche tu riderai di questa mia rivelazione come la mia famiglia si è sbellicata leggengo il tuo post.
    Sei proprio…..speciale!
    Angela

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  5. eh qui niente panaru, come non ci sono biciclette, che le strade son troppo ripide e strette. Però mi raccontavano delle belle “vergàre” (matriarche contadine) che si recavano al mercato del giovedì a piedi scalzi sovraccariche della mercanzia che riuscivano a trasportare. E sopra tutto il mucchio, un bel paio di scarpe di vernice ! strette … da indossare solo dopo aver varcato l’arco della “porta antica” – lì a pochi metri dalla bancarella assegnata, solo per provare l’effetto di sentirsi “moderne” … e dicono valesse la pena sopportare il gonfiore doloroso al qaule non erano abituate.
    Che tenerezza a pensarci …

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  6. Mel caro bene, un pò di corso per me neopalermitana non è poca cosa, ho visto dacchè sono qui qualche panaro scendere….

    avrei da chiedeeti il senso di due o tre paroline ma soprassiedo perchè temo siano troppo “pittoresche”
    baci

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  7. Coloratissimo questo post…e riguardo ai doppi sensi anche nella tradizione campana… si certo.. non posso che confermare; anzi, penso che a Napoli l’usanza nonostante gli ascensori..sia ancora in auge in molti vicoli :)))

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  8. @Kleopatra, grazie! Non solo sei bella fuori, ma anche dentro. Non lo dico solo per il commento conoscendoti di persona. Ma mi fai arrossire. Grazie. 🙂

    @Grazie, Angela, per la notizia! E non solo! 🙂

    @Ray, arricchisce pure con le “vergare”. 🙂

    @Bouche, scrivimi in privato e magari ne esce un post. La lingua non è mai volgare, la rendiamo tale gli esseri umani.
    🙂

    @Alde, immagino. Splendido il colore napoletano. 🙂

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  9. qui si diceva: ” Oh lei, costassù, la mi butti i’ cesto che gli ci metto ‘i pane!” :-)..ma niente di malizioso.
    Qui usava molto calare il paniere dalle finestre..
    Buon sabato Mel

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  10. Dalle mie parti niente paniere, ma doppi sensi, a Roma, a vagonate. Solo che noi donne siamo talmente abituate che ormai non ci facciamo neanche più caso. Altrimenti, altro che vasi volerebbero.
    Laura

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  11. Mi fai sorridere Mel e ricordare così tante cose..
    qui resiste ancora nella periferia la moto ape che sosta sotto i balconi ,accanto i portoni delle case, le donne scendono i panari con la corda ,qualcuno addirittura è pure decorato.Non sapevo però del doppio senso,si impara sempre qualcosa :))
    Buona giornata,spero rinfreschi l’aria presto,molto presto
    daphnee

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  12. Un tempo si alludeva metaforicamente al paniere, retaggio del passato, come nell’esempio da te riportato! Chissà quali sono le metafore odierne: mi viene in mente quella scena di un film di Carlo Verdone dove lui, per abbordare una tipa per strada, le dice una cosa del tipo “ma che bel sito che c’hai, ci cliccherei sopra” dopotutto siamo nell’era di internet 😀

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  13. 🙂 ripensavo a mia nonna ed anche mia mamma se non ricordo male, a volte calavano in cesto.
    Sorrido malinconica, perchè la perdita di certe parole, espressioni, in fondo è la perdita di un pezzo di vita, di storia vissuta.
    Bel post Mel..

    Black

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  14. @Cuore e regole, mi fa piacere trovarti qui. Hai beccato un post un po’ troppo pepato! Ma ci vuole pure, no? 🙂

    @Alidada, più morigerati in Toscana, ma l’uso è il medesimo.
    🙂

    @Immagino, Laura! 🙂

    @Daphnee, noi siculi tanto in comune, lo so. Rinfrescherà, ma non tanto. 🙂

    @Marcello, carinissima la battuta! Vero è! Cliccare… 🙂

    @Grazie, Black. 🙂

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  15. Insomma, Mel, questo post ha suscitato commenti unanimi.
    A te il plauso di averci proposto un argomento nel quale ironia, narrazione della quotidianità e notizie culturali sono condite con un pizzico di sano erotismo.
    Bravo

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  16. Espressione che conosco poichè, essendo meridionale anche io, si usa ovviamente anche da me. Così come la concuetudine di “calare il panaro”… che oggi a dire il vero nessuno manda più giù.
    Sopravvivono, i panari, per trasportare frutta altrimenti troppo deperibile ( come ad esempio, i fichi che fanno a pugni con la plastica delle casse) … oppure per dare un tocco di “tipicità” ad un prodotto. Pare che le cose vendute in contenitori di vimini, al locale mercato, attiri molto di più!!!

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  17. Bellissimo post mel….
    Anche dalle mie parti si usa ancora questa parola e quando nn si usa per definire un cestino vuol dire che si sta descrivndo un fondo schiena molto prosperoso….hihihihi

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