Che ti può capitare nella centralissima piazza Bologni a Palermo?
Che il posteggiatore reclami a torto la tangente, che il carro-attrezzi ti strappi la metà della tua vita(cioè l’automobile),che un giovanotto apostrofi una donna, sporta da uno dei balconi storici, con l’esclamativa-esortativa “Cala u panaruuuuuuuu!” con prolungamento strascicato della “u”.
 
Da tempo non sentivo quest’espressione.
E la ragione è frutto del progresso economico.
L’ascensore, spesso con l’intermediazione del portiere, e la scomparsa dei venditori ambulanti con moto ape hanno segnato la morte di molte espressioni colorite.
Trent’anni fa le casalinghe dei piccoli centri e delle borgate cittadine non si infiocchettavano per recarsi a fare la spesa, come dovessero presenziare ad una sfilata.
Il pescivendolo, il fruttarolo, il gadgettista sostavano sotto i balconi e l’acquisto si liquidava in quattro e quattr’otto.
O il garzone quando c’era o il panaru costituivano il mezzo per evitare di salire e scendere su e giù per le scale.
Oggi il panaru è quasi scomparso come strumento, ma rimane nella coscienza linguistica triviale di molti palermitani.
Se è vero che è un cesto di vimini, munito di manico ad arco, usato per trasportare vivande, tuttavia, per la sua forma concava e accogliente allude simbolicamente all’apparato genitale femminile.
 “Cala u panaru” suona perciò per il maschietto siculo sordido come un invito sessuale rivolto alla femmina e, se quest’ultima è morigerata, come un’offesa gravissima.
 
Sentita quell’espressione, mi sono voltato di scatto, figurandomi pure un vaso scaraventato giù dal balcone e l’ai-ai del giovanotto.
Nulla di ciò.
Mi sa che un po’ la devo pulire la mia coscienza linguistica.
 
(Ho tratto la foto dal sito del comune di Prizzi[PA] ; in alto a destra si trova il panaru)