Rosso 2

Continuo col rosso.
Mi pare che i chicchi della melagrana, ma anche il frutto stesso, ricalchino di più il rosso monaco buddista.
Appena giunta dall’albero, ecco la prima melagrana della stagione autunnale!
Dura la scorza.
Da una parte rossa, di quel rosso cupo e paonazzo, che sa di vento e di freddo, direbbe qualche scrittore.
Maculata di marrone, striature rosa, gialle.
Sembra assemblare in sé tutti i colori, altro che mestizia autunnale!
Tiene dentro, invece, i semi della calura di quest’estate.
Non potendola lasciare da sola, l’ho messa sul trono, insieme alle mele.
Un po’ sorelle lo sono, no?
Almeno per il nome.
Ho scattato la fotografia poco fa.
Prometto di fare di più.
 
 

maglia rossaUna maglietta rossa per la Birmania
 
Oggi metto da parte le mie “nugae” egotiche.
Do spazio alla Birmania.
Molti amici ne parlano; rimando ai blogger Harmonia (http://ahimsa.splinder.com/) e Tresnovios (http://tresnovios.blogspot.com/).

Ho voluto offrire un caffé al mio nuovo collega di storia e filosofia.    
 
Cinquantenne con aria da eterno ragazzo, dagli occhi guizzanti acume e profondità.
Non sempre riesco a comprendere ciò che dice, soprattutto se parla sindacalese.
Intreccia nel suo eloquio termini giuridici e sindacali.
Mi ha spiegato, a proposito di rapporto tra dipendente e direttivo, la differenza tra relazione amichevole e contrattazione giuridica.
La prima presuppone una buona dose di gratuità, la seconda il rispetto del Diritto e dei diritti.
 
Per dimostrarmelo, quando gli ho chiesto <<Ti dividi con me un caffé?>>, prontamente mi ha risposto <<Quanto ti devo?>>.
Il dividere implicava, stando alla mia domanda, la contrattazione.
 
irisHo riflettuto.
Quante volte i nostri atti di gentilezza verso gli altri sono autentici?
Anche offrire un caffé può nascondere, in effetti, un fantasma: accalappiarsi la simpatia altrui per accampare, al momento opportuno, la richiesta di diritti.
La gentilezza va dosata con parsimonia; si rischia, altrimenti, di apparire ipocriti e pretenziosi.
 
 
 

sidney poitierLui, il baby-sitter, nero come il carbone.
Alto, bel ragazzo, muscoloso, con un sorriso da pubblicità.
Il piccolo, disteso sul passeggino, altrettanto bello, biondo come il grano.
Una strana coppia per le strade di Palermo.
Dapprima ci ha attratto l’antitesi cromatica; la meraviglia era facilmente leggibile nei nostri occhi.
 “Ma che gli deve insegnare stu nivuru”?- esclama mio padre con aria falsamente interrogativa.
Io l’ho fulminato con gli occhi, dandogli del razzista.
Il portiere dello stabile, da cui erano usciti latticino e cioccolato, ci aveva già informato.
La sapete l’ultima?
C’è un nivuru pagato da una coppia come baby sitter.
Quasi tutta la giornata!
Li ho zittiti entrambi, tessendo l’elogio della multiculturalità.
A freddo, però, riflettendo sulla domanda di mio padre, mi sono posto mille interrogativi.
Se fossi padre, affiderei ad un uomo mio figlio?
Il mio limite culturale restringe ad una figura femminile la funzione dell’accudimento.
Per giunta l’uomo in questione, vuole il caso, è pure nero e possiede una cultura diversa dalla mia.
Accudire un bimbo non è semplice, a prescindere dalla figura maschile o femminile.
Non si tratta del cambio del pannolino o della pappa, ma del fatto che ogni nostro atto è marcato culturalmente.
Anche l’amore.
Neanche mi sfiora l’idea che amare sia restrittivamente limitato ad alcuni esseri umani, eletti per natura o per cultura, poiché l’amore è istinto di cui tutti siamo dotati, ma nell’estrinsecazione delle sue qualità è limitato dalla cultura di appartenenza, dalle lenti con cui si guarda e si interpreta il mondo.
Se una delle funzioni paterne è di garantire, attraverso l’educazione, la continuità della propria cultura, da cui il bimbo, futuro adulto, si riscatterà setacciandola attraverso le proprie esperienze e conoscenze, la cessione a terzi di questa funzione, anche solo per alcune ore della giornata, dovrebbe comportare una scelta sempre oculatamente responsabile da parte dei genitori.
Si tratti di una studentessa, che racimola denaro anche facendo la baby-sitter, o di un ragazzo di colore o di una donna matura, il bambino comunque risentirà dei condizionamenti del/della baby-sitter.
Temo, ad essere sincero, le motivazioni della scelta di questo lavoro, scelta spesso dettata dal bisogno economico.
In tempi passati c’erano altre figure.
Quintiliano addirittura voleva le nutrici acculturate e il nostro Umberto Saba trasse lo pseudonimo proprio dalla balia che lo aveva accudito per moltissimi anni.
Insomma, sarà la mia ottica da tintu insegnante, ma da genitore non sarebbe facile per me scegliere il/la baby-sitter.
Forse opterei per un asilo nido, dove sono previste figure professionali specializzate, che con ogni probabilità hanno scelto questo tipo di lavoro con consapevolezza.
I tempi di Quintiliano e di Saba sono ormai morti e sepolti.
 
(Nell’immagine il grande Sidney Poitier)

Avanti, popolo!

pupetto rosso

A Palermo, al giardino inglese, ogni anno, si celebra la festa dell’Unità.
Ieri sera suonavano i Modena City Ramblers, che propongono musica fatta di folk-rock con influenze celtiche e centroamericane e testi impegnati.
Gli alunni, che inevitabilmente ho incontrato, erano entusiasti.
Danzavano, muovevano le mani, partecipavano cantando i testi, che conoscono a memoria.
Mi sono stupito positivamente.
Ho constatato, però, che i presenti alla festa eravamo inquadrabili nella borghesia dei professori, degli studenti, di qualche piccolo commerciante.
La festa dell’Unità non era festa di popolo?
Mi risulta, invece, che popolo e popolino affollavano, qualche settimana fa, piazza Politeama per il concerto, organizzato dalla destrorsa provincia di Palermo, di Anna Tatangelo e Gigi D’Alessio.
Evidentemente la sinistra non è più in grado di parlare alla gente comune, mentre la destra vi riesce benissimo.
Perplesso.
Mi chiedo cosa avvenga nelle vostre città per la festa dell’Unità.