Mel, Masso e le "ienesse"

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Ebbene sì, ho ceduto alla tentazione delle ienesse Laura e Lory; le ringrazio, perché m’hanno dato modo di giocare innanzitutto con me stesso. Prendermi troppo sul serio non è mai stato un imperativo, soprattutto nel mondo del blog. Spesso leggo accorate lamentele e tristi pagine di protesta bloggara, che, il più delle volte, nascono dalla difficoltà di vivere un rapporto sereno con se stessi; molto più facile scaricare sul non-ascolto da parte dei lettori il proprio disagio che revisionarsi sul serio, proprio a partire dalla scrittura.
Io vi consiglio di visitare il sito http://www.lauraetlory.splinder.com.
In mattinata ci sarà una sorpresa, che riguarda anche Masso57 http://www.blueriver.splinder.com 
Intanto con una splendida foto di Francesco di Lampedusa do un barlume di come io mi rappresenti. Il resto si trova dalle ienesse.
 

Il più bello dei mari

Il più bello dei mari è
quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
Nazim Hikmet
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Francesco di Lampedusa, oggi pomeriggio, mi ha fatto dono di alcune sue splendide foto.
Spesso gli rimprovero che non mi pensa mai; invece, a tradimento, mentre meno me lo aspettavo, mi ha concesso il pieno della bellezza di alcune piante che, nell’ idillica isola, sfoggiano maestosamente forza e costanza al vento impetuoso di questi giorni, colori e forme da poesia naturale.
Per una di esse ho scovato una poesia di Hikmet.

"Frischi ri iurnata"

briciole<<Vruocculi, vruocculi frischi! Signora, belli frischi sunnu, ri iurnata, vruocculiiii!>>(1)
Ipocritamente, ho volto lo sguardo verso la cassa, temendo che l’offerta di broccoli, sebbene solo pronunciata, avrebbe potuto riguardarmi.
Con fare indifferente ho scostato le mie cose, due confezioni d’acqua e tre di latte tedesco, da quelle del matto, che le aveva addossate alle mie, perché, si sa, il rullo è traditore e la mano della cassiera agganga(2), come mano meccanica, ogni cosa che le è sotto tiro.
Ipocritamente non ho avuto il coraggio di frapporre il divisore di plastica, ma, a sorpresa, dopo pochi secondi, lo ha fatto lui, il matto.
A stupirmi ancora di più, Filippo, dopo aver sistemato la sua spesa, si è prodigato in strette di mano con tutte le cassiere.
Con lui sono state accoglienti e gentilissime, gli hanno chiesto come stesse di salute e lo hanno liquidato con un sorriso.
Da ciò ho appreso il nome dello strampalato, Filippo, che abbannia,(3) in un grande supermercato, <<Vruocculi, vruocculi frischi! Signora, belli frischi sunnu, ri iurnata, vruocculiiii!>>.
Non ho il tempo di fare ammenda, silenziosamente, delle mie incancrenite sovrastrutture, che assisto a un’altra scenetta.
Due signori, marito e consorte, con una spesa degna di un lucullo, rifiutano le buste di plastica e risistemano sul carrello tutti i prodotti già battuti.
Fra me e me ne condanno la taccagneria.
Fuori, però, mentre sistemo nel portabagagli il mio parco bottino, la scena del carrello con mille prodotti, senza che siano imbustati, si ripete quasi ovunque.
Gente, che pazientemente armeggia nei carrelli, ripone con pazienza certosina le latte di pomodoro pelato, le confezioni di pasta, i biscotti e quant’altro dentro scatole di cartone poste nel vano bagagli.
 
Per un attimo mi ero scordato di trovarmi in uno dei quartieri più popolari di Palermo, dove è naturale scambiarsi battute di condivisa umanità, salutare un matto e rifiutare le buste di plastica perché, probabilmente, qualche centesimo in meno fa la differenza in uno stipendio-salario da fame.
Tutto ciò… mentre, ieri sera a Ballarò, le onorevoli Melandri e Prestigiacomo discutevano, a colpi di trucco e a gambe accavallate, sulle leggi elettorali e le riforme costituzionali come urgenze del Paese.
 
Note
(1)   <<Broccoli, broccoli freschi. Signora, sono molto freschi, di giornata>>.
(2)   Agguanta.
(3)   Pronunciare a squarciagola.
 
 

La "fera"

<<Voi forse direte: vergine, figurarsi. Sentite allora quello che vi dico, a rischio che Jacoma mi salìa. Damiano, il marito, dovete sapere che non ebbe tempo nemmeno di farle sentire le tavole del letto fare ‘nzùghiti ‘nzùghiti, perché la morte gli batté sulle spalle dicendogli: Damiano, finiscila di cavalcare Cata, che ora mi devi cavalcare a me. Capiste perché s’imbabbì? Damiano le stava ancora sotto l’arco della porta, le stava domandando: c’è permesso? posso entrare? E lei, la bella, aspettava con gli occhi chiusi quella meraviglia di entratura e invece s’appresentano i carabinieri e glielo strappano di sopra che ancora non le aveva scandagliato nemmeno l’antistanza…>> (Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, 1975).
 frammento di barca
L’antefatto del romanzo.
‘Ndria torna, dopo l’armistizio del ’43, in Sicilia; nel suo ritorno da una guerra ingiusta, ché tale è sempre per la gente comune, compie il suo processo di formazione. Tra le prime figure, in Calabria, incontra le fimminote, le donne che vendono di contrabbando il sale per campare. Propongono al giovane marinaro di togliere dalla magarìa, in cui è caduta, Cata, che non ha avuto il tempo di consumare il matrimonio con Damiano. Per tale motivo è diventata “babba”, “scimunita”. I carabinieri, infatti, glielo hanno strappato dal letto, perché si arruolasse. Quale atto deve compiere ‘Ndria? Sbloccare Cata, rimasta traumatizzata dal distacco improvviso da chi mai, carnalmente, fu suo marito. Sensale è la suocera di lei, Jacoma.
Dal quadro, uno dei tanti del romanzo, esce fuori un’immagine della Sicilia che non è mafia, né martirio, né povertà, né piagnisteo, ma forza vitale, incarnata proprio dalle fimminote e dai protagonisti maschili.
 
Autocritica
Tutte le volte, in cui, irrazionalmente, rifiuto qualcosa o qualcuno, sono costretto a ricredermi.
Da anni giace la fera su uno scaffale della biblioteca, il più alto fra tutti.
La mia mano, invano, si protenderebbe ad acciuffarla, la fera.
Forse, magari invisibile, da anni la zampa del mostro mima…
-T’aspetto, t’aspetto.
-Nella mia bocca cadrai inghiottito.
-Senza pietà.
-Natura lo pretende.
Stamani il prodigio.
Accompagno i miei allievi al teatro, mugugnando e provocando il saliscendi dei santi.
Non una parola scambiata coi cristi che mi seguono come gregge mansueto, solo fulmini dai miei occhi a fornire indicazioni sulla strada da percorrere.
Poi il prodigio.
Una riduzione fedelissima di uno dei capolavori del Novecento, Horcynus Orca, del messinese Stefano D’Arrigo, anno 1975.
Una belva voluminosa, di 1250 pagine nell’edizione in mio possesso, a grugnire nello scaffale.
Giunse il momento di augurare alla fera <<buona digestione>>.
 

Giova

L’acqua e il vento
mulinano
forsennati.
Rari,
gli occhi d’azzurro
illuminano
il grigiore diffuso,
mentre l’erba
verdeggia ancora.
Spicca fra la speranza
il vinaccio dei fichi d’india
e il ruggine dei cachi
dai tronchi spogli;
penzolano le ultime foglie giallastre
rimaste sole
come spaventapasseri.
Vanamente si inzuppano
di gocciole che,
precipitando giù dal cielo,
costantemente,
zigzagano l’aria.
Manca, forse tardivo, l’effluvio
di ceppi bruciati che intride
i nasi novembrini.
Giova il profumo caldo,
accogliente,
della minestra
di verdure e lenticchie,
che abbottona
ogni spiraglio di gelo.
Rimugino una visita improvvisa;
chissà se all’ospite,
capitato per caso,
sarebbe gradita
una ciotola                                               
di zuppa
o un’asfittica bustina di the
da immergere                                                              
in una tazza.
Saggiamente ogni imposta
è stata sigillata, di modo che,                                      
però, penetri
l’acciaio dell’aria
e non fugga uno zufolo,
ormai stantio,
di profumo d’amore.                         
 
Mel                                                           
giallo e cachi 
(La foto è mia; i cachi son stati colti ieri.)