La "fera"

<<Voi forse direte: vergine, figurarsi. Sentite allora quello che vi dico, a rischio che Jacoma mi salìa. Damiano, il marito, dovete sapere che non ebbe tempo nemmeno di farle sentire le tavole del letto fare ‘nzùghiti ‘nzùghiti, perché la morte gli batté sulle spalle dicendogli: Damiano, finiscila di cavalcare Cata, che ora mi devi cavalcare a me. Capiste perché s’imbabbì? Damiano le stava ancora sotto l’arco della porta, le stava domandando: c’è permesso? posso entrare? E lei, la bella, aspettava con gli occhi chiusi quella meraviglia di entratura e invece s’appresentano i carabinieri e glielo strappano di sopra che ancora non le aveva scandagliato nemmeno l’antistanza…>> (Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, 1975).
 frammento di barca
L’antefatto del romanzo.
‘Ndria torna, dopo l’armistizio del ’43, in Sicilia; nel suo ritorno da una guerra ingiusta, ché tale è sempre per la gente comune, compie il suo processo di formazione. Tra le prime figure, in Calabria, incontra le fimminote, le donne che vendono di contrabbando il sale per campare. Propongono al giovane marinaro di togliere dalla magarìa, in cui è caduta, Cata, che non ha avuto il tempo di consumare il matrimonio con Damiano. Per tale motivo è diventata “babba”, “scimunita”. I carabinieri, infatti, glielo hanno strappato dal letto, perché si arruolasse. Quale atto deve compiere ‘Ndria? Sbloccare Cata, rimasta traumatizzata dal distacco improvviso da chi mai, carnalmente, fu suo marito. Sensale è la suocera di lei, Jacoma.
Dal quadro, uno dei tanti del romanzo, esce fuori un’immagine della Sicilia che non è mafia, né martirio, né povertà, né piagnisteo, ma forza vitale, incarnata proprio dalle fimminote e dai protagonisti maschili.
 
Autocritica
Tutte le volte, in cui, irrazionalmente, rifiuto qualcosa o qualcuno, sono costretto a ricredermi.
Da anni giace la fera su uno scaffale della biblioteca, il più alto fra tutti.
La mia mano, invano, si protenderebbe ad acciuffarla, la fera.
Forse, magari invisibile, da anni la zampa del mostro mima…
-T’aspetto, t’aspetto.
-Nella mia bocca cadrai inghiottito.
-Senza pietà.
-Natura lo pretende.
Stamani il prodigio.
Accompagno i miei allievi al teatro, mugugnando e provocando il saliscendi dei santi.
Non una parola scambiata coi cristi che mi seguono come gregge mansueto, solo fulmini dai miei occhi a fornire indicazioni sulla strada da percorrere.
Poi il prodigio.
Una riduzione fedelissima di uno dei capolavori del Novecento, Horcynus Orca, del messinese Stefano D’Arrigo, anno 1975.
Una belva voluminosa, di 1250 pagine nell’edizione in mio possesso, a grugnire nello scaffale.
Giunse il momento di augurare alla fera <<buona digestione>>.