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CIMG0065Mi chiedo se un modello positivo, in base alla mia esperienza lo è, possa condizionare negativamente; sembrerebbe un paradosso, abituati come siamo a demonizzare la mancanza di punti di riferimento e a stigmatizzare quelli che vengono ritenuti non-modelli.
Tuttavia le risposte che ogni essere umano dà ai condizionamenti, negativi e positivi insieme, sono personalissime e, l’ho sempre ribadito, non esistono ricette e precetti che funzionano come le tabelline. Forse qui è la scommessa più affascinante dell’avventura umana.
Ma andiamo ai fatti!
Nel post precedente ho fatto l’esperienza del sagrestano-fiorista insieme a delle suore brasiliane. Non mi ha dato di volta il cervello.
È che ho voluto addobbare con le mie mani la chiesetta del convento, dove i miei genitori hanno celebrato 50, dico 50 anni di matrimonio.
Bene, considerata la premessa di cui sopra, affermo con fierezza e orgoglio che il loro amore è per me un modello, un punto di riferimento, una sorta di misuratore immaginario che mi è servito nell’esperienza relazionale; il timore, da tempo circolante fin nelle midolla, è che l’elaborazione personale di questo vero e proprio archetipo mi abbia limitato non poco sul piano sentimentale, quasi un effetto Pigmalione al contrario.
Nelle relazioni ho sperimentato, infatti, la mia e l’altrui inconsistenza nella determinazione a costruire insieme un percorso; il modello genitoriale, almeno finora, non è stato sufficiente. Non vivo ciò come sconfitta personale, ma come talento da far fruttare in ogni aspetto della vita. A parte queste elucubrazioni, la giornata di ieri è stata davvero gioiosa; un conoscente, bonariamente, mi ha sussurrato all’orecchio…”Professore, ti invidio tanto”.
In effetti non ha torto.
L’evento del cinquantesimo anniversario dei miei gioielli è stato ed è il modo migliore per suggellare nella memoria l’anno 2007 e inaugurare il 2008.
Altro che botti, cenoni e baggianate da balera!
 
(Ecco alcune foto che ho scattato, tra cui i famigerati fiori! Vi invito ad ammirare il merletto dell’altare, ricamato dalle suore almeno mezzo secolo fa.)
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Prestito di un giorno

ScannedImage-4La vena creativa non mi manca; se questa ha possibilità di sprofondare tra le corolle dei fiori, gli steli o il verde e il bianco come coprenti, allora davvero procede a briglie sciolte.
Il verde e il bianco, in gergo da compositore di fiori, indicano rispettivamente le foglie di vario tipo e i fiorellini bianchi con cui si ricoprono i cestini o le ciotole di terra cotta delle composizioni di fiori, di modo che si formi un cespuglio da cui miracolosamente sgorgano gli occhi dei giardini e dei prati.
Dopo ben due sortite dal fioraio, ché i fiori arrivavano dal mercato di Vittoria alle sedici, ma io non avrei potuto saperlo, ne ho fatto incetta: quindici lilium-orchidea rosa-bianco, quattro mazzi di ranuncoli, gialli, bianchi e rosa, violacciocche bianche dallo stelo gigante, due rami di orchidea bianca e rosa, cespugli di mimosa appena fiorita, verde e bianco a pioggia.
Poi, dalle diciotto alle venti, sistemarli nei vasi della chiesa del convento.
L’impresa maggiore concordare con le brasiliane la sistemazione; quali vasi scegliere? Come convincerle della mia “bravura”, più millantata che reale?
Se ci avessero osservati, saremmo sembrati delle formiche che vanno e tornano dalla tana con le provviste; un perpetuo tran tran dalla sagrestia in chiesa.
Una volta i vasi “scambiati”, quindi sali e scendi dall’altare del sacramento, un’altra è la misura degli steli che non va, poi è la volta dei ranuncoli gialli, sostituiti da quelli rosa, che s’accoppiano meglio con le violacciocche bianche, infine bisogna sollevare le orchidee che, pur belle e carnose, staccate dallo stelo, diventano nane. Intanto qualche stelo traballa, un altro pende troppo a sinistra e deturpa il bambinello sostenuto dal cielo di stoffa; a pigiare troppo sulla spugna verde, un’orchidea ci lascia i petali, perciò sostituirla con un’altra.
Alle venti circa la mia schiena non regge più e anche le mie orecchie; le monache, si sa, son perfezioniste e perciò si mettono a zicca, come si dice da me, ma se si aggiunge pure un italiano stentatissimo, cui si deve controbattere scandendo le sillabe, uno esce dal convento con una coda diavolesca di un metro e per giunta con le corna.
Però scialai alla grande.
 
PS: Mostrerò qualche foto prossimamente, rivelando anche il motivo del mio prestito da professore a sagrestano.

Due in più

A primo impatto ho provato fastidio.
Due estranei a pranzo, e per il pranzo di natale, che vuole riuniti tutti i figlioli davanti al trono delle maestà paterna e materna, non costituiscono la norma; tuttavia sono abituato alle sortite di mio fratello, perciò buon viso a cattivo gioco.
Che poi era proprio così?
Di fatto è stato un diletto avere due ospiti sconosciute.
Due vecchie zitelle, una, sebbene ottantenne, ancora con i segni della bellezza, l’altra, quasi cieca, molto garbata. Erano un po’ imbarazzate, ma a tavola hanno superato ogni barriera.
La bella è una donna vispissima, curata nei minimi dettagli; dita affilate e unghia smaltate di rosa antico, orecchini in pendant con l’abito, begli anelli.
Era pronta a cogliere ogni sguardo e a sentire ogni parola.
Dalle battute si comprende che è stata una buona forchetta di uomini; per poco non dichiarava la sua passione ai presenti.
Se l’è cavata benissimo con le delizie cucinate da mia madre; ha mangiato con misura e con gusto, gettando, di tanto in tanto, un’occhiata alla compagna di desco, che in alcuni momenti manifestava qualche difficoltà nel portare alla bocca il cibo. Talvolta le aggiustava il tiro alla forchetta, che aveva preso una direzione sbagliata, o le avvicinava il piatto e, per un attimo, l’ha voluta anche pascere, come giustamente lei ha detto.
Tutto ciò sotto il mio sguardo curioso e allibito, attento a non farsi cogliere dagli occhi appuntiti della veterana.
A destarmi ancora più meraviglia sono state le galanterie di mio fratello verso le ospiti.
All’arzilla si rivolgeva col tu ed è stato un crescendo di battute ironiche tra loro.
Lapalissiano ammettere che mi sono ricreduto.
Più tento di demolire i miei muri, quanto più energicamente li ricostruisco.
Il pregiudizio iniziale, che mi aveva roso col fastidio, non aveva messo in conto che le due donne, se non fossero state con noi, sarebbero rimaste sole a casa.
Hanno parenti, ma o sono fuori o sono troppo impegnati; quelli della bella ipocritamente hanno plaudito, col pretesto che al ristorante la vecchia zia non sarebbe stata a suo agio.
 

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La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.
 
Splende come acquamarina
ll lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.
 
Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno(pianto e mistero)
c’è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.
(Guido Gozzano, Natale)
 

La pecorina di gesso

 

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.
 
Splende come acquamarina
ll lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.
 
Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno(pianto e mistero)
c’è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.
(Guido Gozzano, Natale)