Gaudium

<<La poesia possiede l’oggetto senza conoscerlo, la filosofia conosce l’oggetto senza possederlo>>
(G. Agamben… mentre maledice/benedice Platone).
 06122007034-001
A rifletterci, stamani, approfittando dell’assenza dei congressisti, impegnati a discutere sul disagio giovanile, come un gatto da cartone animato, son scivolato dalla poltrona e, a pieni polmoni, mi son impossessato di questo piccolo atrio, sito presso la biblioteca comunale di Palermo.
Mi ha attratto la scala che conduce verso quella porta, l’albero inselvatichito, il colore del cielo.
Non ho potuto riprendere la parte bassa dell’atrio, occupata dal tavolo di un buffet, dove poco prima si era gozzovigliato.
La bellezza, il gaudium che da essa scaturisce, l’entusiasmo platonico possono solo essere posseduti da chi guarda, ma non descritti.
I poeti, infatti, non forniscono conoscenze, ma possiedono l’oggetto e ti permettono di possederlo.
Sarà per questo che, a spiegare l’”Infinito”, mi si blocca la lingua e devo tirare un lungo respiro, prima di pronunciare sillaba.
Sarà anche per questo che a capire il calcolo infinitesimale non ci ho mai provato.
Ammesso che uno storico dell’arte ci intrattenga con la sua forbita favella su periodo storico e contesto culturale relativo all’atrio e agli edifici che lo osservano pietrificati dal tempo, per questo ci appropriamo di quella bellezza?
Solo la parola poetica può farlo, perché va dritta all’erario del senso.
Anche una foto.

32 pensieri su “Gaudium

  1. quindi il senso presenta il suo diritto di riscossione e si ritrova di fonte a due offerte separate: una puramente descrittiva e l’altra più “svincolata” che a volte “sormonta” la prima.
    Mel … che i poeti mi perdonino, ma sembra quasi una rete commerciale 🙂 non voglio essere dissacrante, la mia è una divagazione del tutto bonaria in quanto sono (come direbbe Fantozzi) un Esordiente Totale 😀

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  2. …anche una foto.
    Dipende. La fotografia è interpretazione, a suo modo poesia.
    Una fotografia “qualsiasi” non può passare la bellezza di un luogo o il particolare momento di quel luogo.
    Adoro la fotografia, ma le mie mi deludono. Non ne possiedo l’arte.
    Fotografo solo per fermare e poi ricostruire con il ricordo.
    Poeti ed artisti non possiedono l’oggetto. Traducono il loro senso dell’oggetto e lo trasmettono al pubblico.
    Chi guarda, chi legge, chi ascolta recepirà a suo modo, come è giusto che sia.
    Sicuramente non basta lo studio per divenire fruitori dell’opera d’arte, aiuta lo studio, aiuta la frequentazione del bello, aiuta la conoscenza dei linguaggi, serve probabilmente anche un’indole portata al piacere dell’emozione.
    Questo penso che avvenga anche di fronte al vero.
    Alcuni vivono direttamente “la poesia” di un paesaggio, di un cesto di verdure, di una veduta. Altri “solo” attraverso il medium dell’artista (poeta, pittore, musicista, fotografo…). E gli artisti possono essere maestri, con le loro opere possono insegnare a “sentire” l’oggetto, ad avere la sensazione di possederlo, quasi a cibarsene.
    maria

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  3. …anche una foto.
    Dipende. La fotografia è interpretazione, a suo modo poesia.
    Una fotografia “qualsiasi” non può passare la bellezza di un luogo o il particolare momento di quel luogo.
    Adoro la fotografia, ma le mie mi deludono. Non ne possiedo l’arte.
    Fotografo solo per fermare e poi ricostruire con il ricordo.
    Poeti ed artisti non possiedono l’oggetto. Traducono il loro senso dell’oggetto e lo trasmettono al pubblico.
    Chi guarda, chi legge, chi ascolta recepirà a suo modo, come è giusto che sia.
    Sicuramente non basta lo studio per divenire fruitori dell’opera d’arte, aiuta lo studio, aiuta la frequentazione del bello, aiuta la conoscenza dei linguaggi, serve probabilmente anche un’indole portata al piacere dell’emozione.
    Questo penso che avvenga anche di fronte al vero.
    Alcuni vivono direttamente “la poesia” di un paesaggio, di un cesto di verdure, di una veduta. Altri “solo” attraverso il medium dell’artista (poeta, pittore, musicista, fotografo…). E gli artisti possono essere maestri, con le loro opere possono insegnare a “sentire” l’oggetto, ad avere la sensazione di possederlo, quasi a cibarsene.
    maria

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  4. Appositamente ho citato la frase di Agamben; nè la poesia, nè la filosofia risultano “complete” rispetto all’oggetto(quindi anche la pretesa di una foto considerata bella) proprio per quella scissione della parola che si realizza già a partire dalla cultura platonica, scissione fra parola poetica e parola pensante. Si tratta di una vecchia inimicizia direbbe Platone. La poesia, in senso lato, permette il godimento dell’oggetto(qui c’è il possesso), la filosofia permette di averne coscienza, ma non c’è godimento.
    La schizofrenia dell’uomo occidentale(dice Aby Warburg) sta in questa scissione della parola, in questa inconciliabilità; senza andare troppo lontano il godimento che nasce dalla fruizione del canto V dell’Inferno, attraverso cui il lettore possiede l’oggetto della passione amorosa, perde il suo effetto nel momento in cui la si descrive come oggetto di conoscenza.
    Esisterebbe uno spazio possibile dove conciliare l’uno e l’altra? Forse è nella differenza tra i due spazi(poetico e conoscitivo) la chiave, uno spazio dell’irrealtà che potrebbe essere dominato dal simbolico.
    Qualcuno ha detto “chi afferra la massima irrealtà, plasmerà la massima realtà”.

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  5. Mel, io credo nella semplicità, nell’andare oltre. L’andare oltre è semplice.
    Dimenticare per poter godere degli oggetti, delle interpretazioni degli oggetti.
    La nostra cultura è inevitabilmente parolaia, fatta di parole che interpretano altro: cose, sentimenti, reazioni dei sensi.
    Rischiamo di divenire metasensoriali, di aver bisogno di una interpretazione linguistica per poter usufruire di qualsiasi oggetto (paesaggio, sasso, architettura…) e di qualsiasi interpretazione di oggetto (scritto, filmato, dipinto…).
    Sicuri che nulla si possa possedere, impariamo l’arte della fruizione, a sensi aperti.
    A sensi aperti godiamoci “e fui con mia donna in più alta virtute”, un “Nero” di Rotcho, la luce sul Tevere, un frutto di martorana, le note di una Sinfonia.
    Io sono semplice.
    maria

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  6. confessa che ormai scrivi in funzione delle foto!

    p.s. qualche giorno fa dicevi di aspettarti da me bacchettate da prof ed io mi sono schermito, ora però… nel tuo commento #5 leggo “nè la poesia, nè la filosofia… “, l’accento sul “né” è acuto e non grave. Tuttavia è questione dibattuta, Pirandello usava ancora “nè” con accento grave, negli ultimi anni si tende a scrivere “né” con accento acuto. Non ho trovato grammatica che mi spiegasse quando e perché l’accento modifica la sua posizione. Lascio a te il testimone e l’occasione per un altro post.
    buona giornata.

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  7. confessa che ormai scrivi in funzione delle foto!

    p.s. qualche giorno fa dicevi di aspettarti da me bacchettate da prof ed io mi sono schermito, ora però… nel tuo commento #5 leggo “nè la poesia, nè la filosofia… “, l’accento sul “né” è acuto e non grave. Tuttavia è questione dibattuta, Pirandello usava ancora “nè” con accento grave, negli ultimi anni si tende a scrivere “né” con accento acuto. Non ho trovato grammatica che mi spiegasse quando e perché l’accento modifica la sua posizione. Lascio a te il testimone e l’occasione per un altro post.
    buona giornata.

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  8. (piccola annotazione: di solito, da queste parti, i buffet spariscono a velocità superiore a quella dell’otturatore della macchina fotografica…)

    In effetti: come descrivere, senza stravolgerlo, il bello restituito, nella foto, da quel tagliente raggio di sole?

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  9. Penso che esista un rapporto stretto e simbotico tra la poesia e la fotografia. Forse è proprio la fotografia con il suo potere di parzializzazione ad aver suggerito ai poeti del novecento, il linguaggio della sintesi. Una cosa è certa sia i poeti con l’economia della parola sia i fotografi con l’economia dei segni, a volte riescono a comunicare l’ineffabile e a rendere visibile, l’invisibile.
    Un caro saluto
    Angela

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  10. La sintesi è sorella della semplicità.
    La sintesi e la semplicità sono “complesse”, mete da raggiungere faticosamente.
    Dice bene Giò.
    A volte sono le tecnologie, i mezzi a creare i nuovi linguaggi, così come le diverse esigenze di comunicazione.
    Alla fotografia aggiungerei il cinema, internet e un’arte poco considerata: la grafica. La buona (quanto rara) grafica è sintesi che rifugge dall’ornamento inutile quanto dal dire prolisso.
    Ogni medaglia ha il suo rovescio: la facilità d’uso dei nuovi mezzi (ad esempio i software friendly o le fotocamere digitali automatiche) e la facilità di riproduzione e di pubblicazione fanno credere che chiunque possa diventare un fotografo, un graphic designer, un web designer…
    Così non è. Come non è tutta poesia quella che si trova nei blog.
    😉
    maria

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  11. La sintesi è sorella della semplicità.
    La sintesi e la semplicità sono “complesse”, mete da raggiungere faticosamente.
    Dice bene Giò.
    A volte sono le tecnologie, i mezzi a creare i nuovi linguaggi, così come le diverse esigenze di comunicazione.
    Alla fotografia aggiungerei il cinema, internet e un’arte poco considerata: la grafica. La buona (quanto rara) grafica è sintesi che rifugge dall’ornamento inutile quanto dal dire prolisso.
    Ogni medaglia ha il suo rovescio: la facilità d’uso dei nuovi mezzi (ad esempio i software friendly o le fotocamere digitali automatiche) e la facilità di riproduzione e di pubblicazione fanno credere che chiunque possa diventare un fotografo, un graphic designer, un web designer…
    Così non è. Come non è tutta poesia quella che si trova nei blog.
    😉
    maria

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  12. ti parlo da ignorante dicendo quello che mi passa ora dalla testa: la poesia.. la parola detta e non detta.. stimola la fantisia e suscita emozioni. La foto è la fine di ciò che si vorrebbe dire e non stimola la fantasia, quindi suscita emozioni diverse. Io all’inizio leggevo il tuo post e immaginavo una situazione e mi divertivo a dare sfogo alla mia fantasia, alla fine ho visto la foto e mi sono meravigliata come la realtà fosse molto diversa da quella da me immaginata.. Ecco..
    (Per quanto riguarda il “nè” io lo scrivo “ne’ “… sbaglio?)
    Buon sabato Mel 🙂

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  13. Il fenomeno, Mel, non riguarda solamente il web.
    Da una parte i nuovi mezzi hanno creato nuovi linguaggi, mi riferisco a Marshall McLuhan ed alla sua celebre tesi secondo cui “il mezzo è il messaggio”, ma si va oltre con “La pelle della cultura”- il libro di De Kerckove sostiene che i media elettronici hanno esteso non solo il nostro sistema nervoso e i nostri corpi, ma anche, sopratutto la nostra psicologia.
    -Sottolineando il ruolo cruciale della psicologia nella comprensione dei nuovi fenomeni comunicativi, De Kerckove per primo introduce il termine Psicotecnologie: “cioè il rapporto tra tecnologie e organizzazione mentale cioè di come si fa il pensiero.”-
    Tutto questo è interessante e positivo. Si allargano le nostre percezioni, si “affinano” le nostre capacità linguistiche e metalinguistiche, si sviluppa e ramifica il nostro sistema di pensiero.
    Il problema dov’è?
    Te lo domando.
    maria

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  14. Il fenomeno, Mel, non riguarda solamente il web.
    Da una parte i nuovi mezzi hanno creato nuovi linguaggi, mi riferisco a Marshall McLuhan ed alla sua celebre tesi secondo cui “il mezzo è il messaggio”, ma si va oltre con “La pelle della cultura”- il libro di De Kerckove sostiene che i media elettronici hanno esteso non solo il nostro sistema nervoso e i nostri corpi, ma anche, sopratutto la nostra psicologia.
    -Sottolineando il ruolo cruciale della psicologia nella comprensione dei nuovi fenomeni comunicativi, De Kerckove per primo introduce il termine Psicotecnologie: “cioè il rapporto tra tecnologie e organizzazione mentale cioè di come si fa il pensiero.”-
    Tutto questo è interessante e positivo. Si allargano le nostre percezioni, si “affinano” le nostre capacità linguistiche e metalinguistiche, si sviluppa e ramifica il nostro sistema di pensiero.
    Il problema dov’è?
    Te lo domando.
    maria

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  15. Maria, non c’è una cultura adeguata a sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove frontiere, c’è una tendenza indiscriminata e arraffatoria ad impadronirsi delle tecniche… senza pensiero, riflessione critica, rielaborazione personale. Si coglie la superficie.
    Mel

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  16. Maria, non c’è una cultura adeguata a sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove frontiere, c’è una tendenza indiscriminata e arraffatoria ad impadronirsi delle tecniche… senza pensiero, riflessione critica, rielaborazione personale. Si coglie la superficie.
    Mel

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  17. Eppure noi siamo spugne che apprendono non solo nuovi contenuti, ma nuovi modi di apprendere contenuti.
    Il nostro sistema percettivo e cognitivo muta, si amplia, pare, grazie ai nuovi sistemi cognitivi.
    “Psicotecnologie”, nuovo termine inventato da De Kerckove -un bel signore che parla uno splendido italiano-: “cioè il rapporto tra tecnologie e organizzazione mentale cioè di come si fa il pensiero.
    Quindi cambia il nostro pensiero.
    Ed il nostro modo di esprimere pensiero ed emozioni?
    Tu dici:
    “c’è una tendenza indiscriminata e arraffatoria ad impadronirsi delle tecniche… senza pensiero, riflessione critica, rielaborazione personale.”
    Non c’è cultura verso la produzione della comunicazione.
    Non c’è cultura che ponga in grado di cogliere differenza tra buona e cattiva comunicazione, tra arraffare/affazzonare e ricercare/produrre con stile.
    maria
    (ma a chi interessa davvero?)

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  18. Eppure noi siamo spugne che apprendono non solo nuovi contenuti, ma nuovi modi di apprendere contenuti.
    Il nostro sistema percettivo e cognitivo muta, si amplia, pare, grazie ai nuovi sistemi cognitivi.
    “Psicotecnologie”, nuovo termine inventato da De Kerckove -un bel signore che parla uno splendido italiano-: “cioè il rapporto tra tecnologie e organizzazione mentale cioè di come si fa il pensiero.
    Quindi cambia il nostro pensiero.
    Ed il nostro modo di esprimere pensiero ed emozioni?
    Tu dici:
    “c’è una tendenza indiscriminata e arraffatoria ad impadronirsi delle tecniche… senza pensiero, riflessione critica, rielaborazione personale.”
    Non c’è cultura verso la produzione della comunicazione.
    Non c’è cultura che ponga in grado di cogliere differenza tra buona e cattiva comunicazione, tra arraffare/affazzonare e ricercare/produrre con stile.
    maria
    (ma a chi interessa davvero?)

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  19. A gruppi di opposto segno: o ai cultori, incapaci però di trasmettere alla periferia, o alla periferia, ma nella volgarizzante banalizzazione.
    C’è, tuttavia, tra i nostri giovani tanto talento che può venir fuori, farsi prodotto-pensiero e occorrono gli orientatori, quelli giusti.

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