Volavolavola l'ape Maja

 volavolavola
Le mie manovre sono valse a poco.
Quelle scolastiche, solitamente effettuate dopo i primi giorni, sono andate sempre a buon fine, perché il primo giorno di scuola, quando un tempo si provava del sacro rispetto/terrore/amore per l’istituzione e i suoi rappresentanti, non ti mettevi a menar il can per l’aia per stabilire dove sederti e con chi riscaldare la sedia, come dicevano i vecchi maestri.
A pensarci, da studente, mai ho privilegiato i posti da fronda, dove nascondersi dagli occhi assassini dei docenti o ripararti dalle pioggerelline di saliva o scansare il dito puntato, che ti indicava come il destinato al patibolo dell’interrogazione.
Io ho sempre scelto di sedere accanto al più babbeo e silenzioso della classe.
Era necessario poco tempo per capire chi fosse.
Ciò mi permetteva di immergermi totalmente nella lezione, se era interessante, o di fantasticare zoomando sui particolari dei professori; poteva essere una spilla a guisa di corona con falsi rubini e brillantini, un tic nervoso, il movimento delle mani, un profumo da stordimento, come quello delle tuberose.
Essere al secondo banco era già sentirmi nelle retrovie.
Da adulti, invece, è complicato trovarsi il compagno di banco.
 
Quasi impossibile seguire in silenzio una lezione, specialmente se di lingua straniera.
Il logorroico di turno c’è sempre; se si aggiunge pure che ripete le ultime parole pronunciate dal professore è un dramma.
Non so se avete presente la maestria del gatto e della volpe nel Pinocchio di Benigni.
A nulla è servita la postura pietrificata che ho assunto, per scansare la collega fono-ronzante.
Il mio sguardo, fissato sulle labbra del teacher, per cogliere ogni impercettibile orchestrazione degli organi fonatori, non l’ha scoraggiata.
Grazie alla pausa le mie orecchie hanno riposato.
Poi a subire un’altra ora, non potendo cambiare postazione.
 
Cara ape Maja, apprezzo la tua eleganza, il tuo smilzo talleurino verde bottiglia in pendant con le calze e l’ombretto, la tua dimestichezza nella dizione, il senso di pulizia che avverte chi ti siede accanto, (perché ad alcuni si dovrebbe ricordare di procedere alla doccia, prima di stare in un consesso di esseri umani), la prossima volta, però, non mi fregherai.
Semplicemente perché mi siederò, solo dopo che tutti si saranno accomodati o provvederò a sperimentare, avendo una settimana a disposizione, un DDT per api.
Ma io sono un naturalista, perciò opto per un’altra soluzione: per proteggermi dalle tue punture fonetiche ho appena acquistato la fargan!
 
 

"Confondere un dito con la luna"

<<Sai Mel, quando si entra in contatto con una persona nuova , qui nei blog, ci si forma un’idea, ci si fa un quadro. Vuoi o non vuoi>>.
 
Prendo spunto da una frase di un commento della carissima Perla(http://perlasmarrita.splinder.com)  per continuare il discorso sull’identità bloggara. E uso continuare non a torto, considerato che ogni tanto mi fermo a riflettere sulla blogsfera, cosa che tutti un po’ facciamo.
Perla dice giustamente “ci si forma un quadro”.
In che modo?
Si tratta di un quadro essenzialmente basato sugli enunciati linguistici che postiamo.
A partire da essi costruiamo l’identità dell’amico del blog, oltre che la nostra.
Tuttavia un enunciato linguistico può rendere la complessità di ciò che siamo in carne e ossa?
Sicuramente non è possibile; sarebbe vano stabilire una sincronica coerenza tra le cellule di cui siamo composti e gli enunciati che ci rappresentano, frutto oltretutto di una sedimentazione di codici simbolici che introiettiamo sin dal primo vagito e che si sovrappongono l’uno sull’altro fino alla tomba.
I nostri pronunciamenti riportano soltanto una parziale visione dell’autenticità che giace al fondo di noi stessi.
Insomma, direbbe qualcuno, noi vediamo come su uno specchio, ma nessuno pretende di toccare se stesso attraverso il freddo contatto col vetro.
Nel blog, invece, ci si tocca attraverso gli enunciati linguistici; accarezziamo parole, sostiamo tra le virgole e i punti, scaliamo i paroloni, scivoliamo sulla parola liscia e schietta, ma da qui a conoscerci autenticamente ne passa.
A meno che non ci accontentiamo di un quadro a forma di abbecedario.
 
(L’immagine me l’ha fornita un allievo, il cui cervello è straordinariamente vivo).
 

Il grillo

L’ho preso in contropiede.
Si aspettava il gran rifiuto.
L’arcigno avrebbe potuto cedere?
Congiuntivo ottativo con il suo utinam, il concessivo con licet o Moni Ovadia, Brecht e Cohen?
Candidamente ho sfilato il mio <<sì>>.
Confesso che l’ho fatto per sfidare la sicumera del suo sguardo e smontargli il pregiudizio su di me, che ho il pregiudizio su di lui.
Ci siamo ritrovati così, io e l’irto collega di filosofia, a celebrare la giornata della memoria.
Due classi assemblate tra musiche trascinanti e poesie carnali.
Musica, canzoni.
Silenzio e lettura cadenzata.
Dopo il semi-impaccio iniziale, mi sono sciolto.
Il segreto, per non emozionarmi, quando leggo una poesia, è non guardare negli occhi gli ascoltatori.
La lettura segue il ritmo del cuore, le parole, le pause, le inarcature attraversano le vene, pulsanti come il sangue.
Il grillo parlante li aveva ben preparati sulle vicende storiche; ha preferito, invece, in sede congiunta, affrontare il tema dei pregiudizi sul popolo eletto.
Che ne so?
Che sono osservatori scrupolosi dei riti, che si eccitano al contatto col denaro, che non guardano in faccia nessuno.
Ha preferito, il grillo, puntare sul fatto che gli Ebrei, in fondo, sono come noi.
Artisti, musicisti, grandi filosofi, e con un senso molto spiccato all’autoironia, più del nostro.
I ragazzi continueranno oggi pomeriggio a celebrare; sono, infatti, previste molte iniziative per una tre giorni intensa.
Per i congiuntivi indipendenti riprenderò il discorso domattina.
 
 

Gli ho sorriso a denti stretti.ScannedImage-5
Il belloccione dalla risatina sardonica, che tradotta in termini linguistici equivale a <<sei fesso>>, ha quasi goduto della mia insufficienza di informazioni.
Tra due giorni, infatti, scade l’antivirus e, da onesto consumatore, mi sono recato dal venditore autorizzato, onde rinnovare il contratto.
Ditemi che sono minchione, ma tutto ciò che è craccato, sarà forse l’onomatopea, non sarà mai impiantato sul mio notes book.
E che?
Che mi combino?
Mi dimentico il modello “preciso” installato nella macchina infernale.
Non posso venderLe un prodotto che non servirebbe a niente– taglia corto lo spilungone.
Ingoio il rospo e mi maledico.
Cinque ore di lezione, una riunione con gli alunni, un pranzo consumato in piedi attorniato da medici e infermieri del policlinico di Palermo, che il panino mi è andato di traverso, figurandomi io nell’immaginario bisturi, eco e tac, disinfettante e luci abbaglianti, la fila al parcheggio Ungheria per farmi spillare dal sindaco Cammarata tre euro per settanta minuti.
Che altro?
Mi sono consolato acquistando un libro, che ci faccio la corte da un anno.
Novantaquattro euro che, sommati ai tre, fanno novantasette.
Proprio fesso.
 

Una fotografia impietosa dei pensatoi scattata da Aristofane.

Un pensatoio di ieri… come di oggi.

nuvole1SCOLARO DI SOCRATE

Chi è che picchia all’uscio? Alla malora!
LESINA
Lesina. Figlio di Tirchino, del
comune di Cicinna!
SCOLARO
Oh zoticone,
ché scalci all’uscio in modo così poco
filosofico? M’hai fatta abortire
una bella trovata!
LESINA:
Compatiscimi,
vivo laggiù in campagna! Ma raccontami
l’affare dell’aborto!
SCOLARO
Non è lecito
comunicarlo, meno che ai discepoli!
LESINA
E allora, va’ pur franco! Io vengo, quale
mi vedi, al Pensatoio, per discepolo!
SCOLARO:
Te lo dirò: ma bada, son misteri!
Testé Socrate chiese a Cherefonte
quanti piedi, dei suoi, saltati avesse
una pulce, che, morso il sopracciglio
a Cherefonte, era zompata in capo
a Socrate.
LESINA:
Davvero? E come ha fatto
questa misura?
SCOLARO
In modo ingegnosissimo.
Ha fatto liquefare un po’ di cera,
e v’ha tuffati i piedi della pulce.
Quando la cera congelò, la pulce
si trovò due scarpine alla persiana
ai piedi. E lui, sfilategliele, prese
la misura del salto.
LESINA:
Oh che
sottigliezza!
SCOLARO
Lo vedi? –
E se ne udissi un’altra, una di Socrate,
delle trovate?
LESINA
Quale? Te ne supplico,
dimmela!
SCOLARO
Cherefonte il calabrone,
gli aveva chiesto come la pensasse,
se le zanzare cantan con la bocca
oppur col culo!
LESINA
Senti! E che rispose
sulle zanzare, quello?
SCOLARO
Che il budello
delle zanzare è angusto; e cosí l’aria
vi s’ingolfa e comprime, e va diritta
al coderizzo. E il culo poi, che termina
il budello ad imbuto, per la forza
del soffio, echeggia!
LESINA
Ah! Il cul delle zanzare
è una tromba! Com’entra nelle viscere,
beato lui, delle quistioni! Poco
ci mette, a farla franca, un imputato
che scrutína il budello alle zanzare!
SCOLARO
Ier l’altro, poi, per via d’una tarantola,
gli è andata a male una pensata grande!
LESINA
E in che maniera, me lo dici?
SCOLARO
Mentre
investigava le rivoluzioni
e il corso della luna, a bocca aperta
verso il cielo, di notte, una tarantola
dal cornicione, gliela fece in bocca.
LESINA
Mi piace! Una tarantola che smerda
Socrate!
SCOLARO
E poi, iersera non s’aveva
da cena.
LESINA
Be’, che cosa macchinò
per la pagnotta?
SCOLARO
Sparse della cenere
fine, in palestra, sopra un desco, rese
curvo uno spiede, cominciò a girarlo
come un compasso, e portò via la vittima!
LESINA
E ci andiamo a stupire di Talete!
Apri, sbrígati, apri il Pensatoio,
e senza metter tempo in mezzo, fammi
veder Socrate. Muoio dalla fregola
di diventar discepolo! Su, apri!
(Lo Scolaro apre l’uscio, e si vede l’interno della casa
di Socrate. Socrate è dentro un corbello sospeso in aria;
molti discepoli sono in atto di meditazione buffonescamente
esagerata, e alcuni contemplano il suolo a capo chino)
LESINA
Ercole mio! Che bestie sono quelle?
SCOLARO
Ti meravigli? A chi ti rassomigliano?
LESINA
Agli Spartani catturati a Pilo!
Ma perché dunque guardano giú in terra,
codesti cosí?
SCOLARO
Cercano, codesti,
così, le cose di sotterra!
LESINA
Ho inteso,
cercano porri. – Non vi confondete
più: lo so io dove ce n’è di grossi
e di belli! – E quegli altri a capo sotto,
che cosa fanno?
SCOLARO:
Scrutano i misteri
d’Erebo, giú nel Tartaro!
LESINA
E che cosa
contempla il culo, volto verso il cielo?
SCOLARO
Impara per suo conto astronomia!
(Aristofane, Nuvole, V secolo a.c.)