Typhlàs elpídas

Solitamente non amo fare pubblicità di ciò che leggo; mi bastano già i colleghi, le cui recensioni blateranti approdano al vuoto, un modo come un altro per impestare di fiato gli interstizi posti tra il narcisismo e la sicumera professorale. Né amo farlo nel blog. Però non rinuncio alla tentazione di condividere un passo, a mio parere, evangelico. Illuminante.
In questo periodo mi pare di essere un elastico; da una parte il godimento della parola letteraria, dall’altro la passione, mai sopita, per la filosofia.
Posto uno stralcio da La casa di Psiche di Umberto Galimberti, 2005.
 
L’Oriente(Grecia) dice che il dolore in cui si esprime la caducità dell’esistenza non ha una sua realtà, è solo apparenza. Essa nasce da un’errata posizione assunta nei confronti dell’esistenza, per cui è sufficiente cambiare atteggiamento nei confronti del mondo, rinunciare ad esempio alla dimensione volontaristica che vuol dominare tutte le cose, e il mondo del dolore appare per quello che è: pura apparenza.
L’Occidente, al contrario, è persuaso che la caducità dell’esistenza, come del resto di tutte le cose, non è apparenza, ma realtà, da cui il dolore scaturisce come sua conseguenza. È qui che le due grandi visioni del mondo, quella greca e quella giudaico-cristiana, dalla cui confluenza è scaturito l’Occidente, divergono.
Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è la conseguenza di una caduta dovuta a una colpa, che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In tale visione il dolore è castigo e a un tempo evento purificatore. In tale prospettiva il dolore non è costitutivo dell’esistenza, ma della colpa dell’esistenza e insieme mezzo del suo riscatto. Una volta secolarizzata, questa visione religiosa del mondo porta all’interpretazione del dolore come un inconveniente dell’esistenza da cui si può anche guarire. La pratica psicoanalitica è per intero inclusa in questa visione religiosa del mondo.
Per la cultura greca il dolore non è una conseguenza di una colpa, ma è il costitutivo dell’esistenza, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie[…]
La potenza del sapere che guarisce è dunque la versione secolarizzata della potenza della fede che salva, per cui, in presenza del dolore, occorre affidarsi al sapere come un tempo ci si affidava alla fede. L’esito di questo affidamento è in entrambi i casi la rimozione del dolore come costitutivo dell’esistenza, per cui il dolore non ha più circolazione nella vita quotidiana degli uomini, ma viene relegato in quei luoghi dove, come ci insegna Foucault nella Nascita della Clinica, la competenza del sapere esercita il suo potere.
 
CORO: Nei doni concessi non sei magari andato oltre?
PROMETEO: Sì, ho impedito agli uomini di vedere la loro sorte mortale.
CORO: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia?
PROMETEO: Ho posto in loro cieche speranze( typhlàs elpídas).
CORO: Un grande giovamento hai così donato ai mortali.
(Eschilo, Prometeo incatenato 247-251)
 
(La foto è di Francesco di Lampedusa, che ringrazio)

8 pensieri su “Typhlàs elpídas

  1. Galimberti è il sommo per me in questo momento! Anche perchè la filosofia al liceo è stata una meteora che si è polverizzata! E quindi ho ricomnciato dopo anni a ristudiarla! Francesco di Lampedusa che fotografa un fungo e non una tataruga??:-)

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  2. Ciao Mel,
    grazie per aver scelto di pubblicare ancora una mia foto, mi fa molto piacere. Approfitto di questo commento per rispondere a Ludmilla. Beh, vedi Lud, le foto che faccio sulla natura sono inerenti al mio lavoro oltre che al mio piacere personale e, credimi, ho molte foto delle piccole e delle grandi tartarughe “Caretta Caretta” e tutte le mie foto + belle le invio a Mel per deliziare la sua vista ed arricchire i suoi splendidi post, poi è lui che decide quali pubblicare assieme ai suoi bellissimi scritti.

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  3. “cieche speranze”
    Cerco una terza via, in cui il dolore possa essere compagno discreto e la speranza continui a sorridermi accanto, malgrado e comunque.
    Una via in cui la ricerca della felicità faccia a meno di preti e dottori ed il sapere sia semplicemente fonte d’emozione.
    Una strada in cui il complesso sia ridotto a semplice e della semplicità riesca a cogliere la meraviglia.
    Malgrado e comunque.

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