Calcabrina, Alichino e Barbariccia*

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La commissione Cultura di Palazzo Vecchio ha approvato una mozione che intende "revocare formalmente il bando con cui Dante venne cacciato da Firenze nel 1302, condanna emessa in contumacia che, a causa del mancato rientro in città per discolparsi delle accuse, fu commutata in sentenza di condanna all’esecuzione della pena capitale". Qui la notizia.
Che dire?
Sono rimasto sorpreso, positivamente s’intende, e stamani ne parlerò ai miei allievi a conclusione delle lezioni sull’Inferno.
Mi stupisce ancora di più il verbo adoperato dai giornalisti di Repubblica, “Firenze riabilita”.
Neanche si trattasse di un assassino!
A scuola Dante è proposto come semidio della poesia e della cultura italiana, eppure per i contemporanei fiorentini dovette costituire un problema serio la sua lingua biforcuta. Le terzine, specie quelle della prima cantica, non risparmiano nessuno; eppure, anche quando è aspro, ai limiti della volgarità, Dante continua a solleticare la nostra vis immaginifica.
Con gli allievi insisto spesso sulla teatralità della maggior parte delle scene, in modo particolare quelle dell’Inferno; qualcuno ricorderà la scena della quinta bolgia, ove sono condannati i barattieri, i truffatori vissuti di inganni e raggiri che, approfittando della posizione politica e delle cariche pubbliche, privi di ogni morale, tesi al proprio tornaconto, sono dimentichi del bene collettivo. Essi sguazzano nella pece bollente, mentre i diavoli, che li sorvegliano dalle rocce, impediscono loro di uscirne, pronti ad afferrarli coi loro uncini.
Ha ragione, perciò, Eugenio Montale quando afferma che “Dante non può essere ripetuto […]. Esempio massimo di oggettivismo e razionalismo poetico egli resta estraneo ai nostri tempi, a una civiltà soggettivistica e fondamentalmente irrazionale perché pone i suoi significati nei fatti e non nelle idee” (E. Montale, Dante ieri e oggi, 1965).
Se sul piano della potenza verbale e iconografica Dante non può essere ripetuto, tuttavia i personaggi, cui dà vita e spessore, e le loro relative magagne sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti!
(*Calcabrina, Alichino e Barbariccia sono diavoli infernali. L’immagine è di Giovanni Stradano, un disegno a penna e inchiostro del 1587)
 

Scatti, scarti

24052008100-002Dei pannelli tipografici, dei rottami, uno pneumatico, allestiti dal teatro Libero di Palermo, per la rappresentazione del Prometeo di Eschilo. La conoscenza, come atto di sfida alla legge divina, e perciò passibile di punizione, produce i suoi scarti.

La cultura come scarto.
I popolanti anch’essi reietti.
Tutti  a fingere dolore per la sventura del titano.
Nessuno, in fondo, è interessato autenticamente al dolore altrui.
La finzione dell’addolorarsi ci riscatta agli occhi degli altri e di noi stessi.
Una rappresentazione troppo attuale e impietosa.
                                                                                             
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Uno scarto del passato che rinasce.
Una carrozza per i vicoli del centro di Palermo.
Ne sono passate almeno una decina.
I turisti rigorosamente giapponesi… con uno sguardo tra l’inebetito e l’ironico.
L’unica volta che salii su una carrozza risale almeno al ’75. Ero con la nonna materna. Percorremmo quasi tutta via Roma. Del viaggio ricordo il traballare e il puzzo dello sterco.

L’erba è alta ormai lo so e dovrei potare il melo
erba 001L’erba, ormai alta, tentenna al vento di scirocco.
È già bionda, pronta alla mietitura.
Se ne pascono mucche e cavalli, ormai pochi nelle stalle rimaste.
L’estate inizia la sua cromatura, il verde cede al giallo, il sole temporeggia prima che le montagne lo inghiottano.
L’afa in città è più pesante che in collina; in realtà dipende dall’umidità, scarsa dalle mie parti in estate, abbondante nella marittima.
Stamani, in classe, i ragazzi boccheggiavano; io ero frenetico per il caldo, anzi smanioso.
Li ho torturati a lungo, specie i più prossimi alla porta e alle finestre.
Chiudi, Giovanni, c’è troppo vento!
Spalanca le finestre, Roberta, si soffoca!
Bisbetico, incontentabilmente bisbetico.
Mi chiedo com’è che non mi abbiano stretto le mani al collo!
La terza ora, ho fatto assistenza al compito d’italiano nella quinta regalatami dal dirigente.
Mi hanno intenerito i ragazzi alle prese con un pezzo di Svevo e un saggio sulla felicità.
Non li ho cresciuti io, li conosco da appena una ventina di giorni, ma il loro essere indifesi di fronte alla letteratura e alla scrittura mi ha reso meno aspro del solito.
Mi sono prodigato in consigli e avvertenze per l’uso, ho ribadito, tra l’altro, l’importanza della veste grafica del tema, l’ortografia, il modo con cui si cita.
Qualcuno ha compreso, altri erano increduli con gli occhi spalancati.
So che vanno allo sbaraglio, se si considera il confronto con i docenti esterni.
A proposito, il mio anno scolastico non volge al termine.
Anch’io farò parte della pletora dei commissari esterni, in un liceo, a Palermo.
Il forte senso del dovere e la curiosità di confrontarmi con colleghi e allievi sconosciuti mi spingono lesto lesto ad esclamare: “Obbedisco!”.
 

Poesie in barca a vela

ScannedImage-9(Nel post del 16 maggio ho parlato di un premio di poesia; ecco cos’è successo! )
 
Tre ore intense ieri nella sala conferenze di Palazzo D’Aumale a Terrasini, precedute da una mattinata altrettanto febbrile.
Sul lungomare Peppino Impastato, a chi giunge da Palermo risalta agli occhi l’edificio ottocentesco, costruito fra il 1835 e il 1860. Qui qualche notizia storica.
Sono giunto in anticipo, com’è mia abitudine, mentre la canicola ardeva impietosa.
Ho conosciuto gli altri componenti della giuria, salutato gli amici… ed ecco la prima sorpresa!
Il lettore delle poesie da premiare è un mio ex-alunno, degli inizi della mia carriera.
Gentilmente mi ha offerto un buon caffè, ma il dato straordinario è che, appena mi ha riconosciuto, mi ha apostrofato con il mio nome di battesimo!
È stato così un incontro caloroso, tra amici.
Poi, come in vortice, sono stato risucchiato dalle piacevoli incombenze della giuria.
Il pomeriggio è stato organizzato in ogni dettaglio.
Le poesie da premiare sono state recitate, mentre su uno schermo scorrevano testi e immagini. A intervalli dei brani di musica classica. Seguiva la premiazione per sezione.
Non senza imbarazzo anche a me è toccato di premiare, complimentandomi personalmente con i poeti.
A parte le targhe e i riconoscimenti,un bouquet di fiori,intrecciati mirabilmente ad stoffa di retina dalle movenze di una vela,è stato donato alle poetesse, giacché le donne erano in maggioranza rispetto agli uomini.
Le coreografie floreali richiamavano tutte la denominazione del premio; delle cortecce di alberi formavano una barca, dalla quale dei rami nodosi si alzavano a formare l’albero con spiegata una vela bluette e, al centro, un’esplosione di anthurium bianchi.
Uno spettacolo per gli occhi.
Alla fine, tra il portico e il prato,un rinfresco a base di fragole, ciliegie e frizzantino bianco.
Ma le poesie, nonostante la manifestazione fosse conclusa, continuavano a perseguitare i presenti: sotto il porticato, infatti, dei pannelli chic le riportavano insieme a delle immagini.
Un pomeriggio davvero intenso e il mio grazie soprattutto all’associazione Arténia nelle persone di Monica Cecere e Mimmo di Mercurio; a quanto pare le poesie premiate, le più belle, saranno raccolte in un libro. Magari, se sarà possibile, ne posterò qualcuna. Straordinarie quelle in lingua siciliana e in vernacolo.
 
 
 
 

Eroi, martiri

falsa neveCampeggia qua e là, sulle pareti dei corridoi della scuola o in alcuni angoli della città, un poster con le immagini di Falcone e Borsellino.
Eroi.
Scambiando quattro chiacchiere con la consorte di un magistrato impegnato nella lotta antimafia, sono rimasto alquanto sorpreso dalle sue considerazioni sul termine eroi.
Ai parenti delle vittime urta che Falcone e Borsellino appaiano nell’immaginario collettivo come eroi, soprattutto per le nuove generazioni.
I sopravvissuti amano, invece, definirli martiri con un prestito dalla tradizione cristiana.
Ho rimuginato a lungo, condividendo dapprima le riflessioni della donna.
Poi sono andato oltre.
Quei morti sono martiri, perché hanno creduto e lottato per un convincimento incoercibile, insomma, come suggerisce l’etimologia martúrion, hanno testimoniato la fede nella legalità, nella giustizia, nel diritto contro l’istinto della sopraffazione.
Eppure come non considerarli eroi, se al termine non si attribuisce il significato primigenio di esseri tra la terra e il cielo, ma di uomini che hanno fondato con il sangue la cultura della legalità?
A mio modesto parere possono fregiarsi dell’uno e dell’altro titolo.
Ma ai giovani vanno spiegate certe sottigliezze semantiche, perché Falcone e Borsellino non passino come protagonisti di un film alla Indiana Jones, con un finale, però, tragico.