La "corte" del professore

Non so se sentirmi più un eunuco in una corte ellenistica o una chioccia col suo seguito di pulcini.
L’amico Ciccioprof mi ha mandato dall’università tre giovanissime, che in futuro, dopo un corso abbastanza corposo, con inclusi esami e tirocinio, diventeranno professoresse a tutti gli effetti.
Una di esse già lo è, deve abilitarsi in latino.
Per gli addetti ai lavori si tratta di sissine.
A scuola il seguito ha suscitato tanta curiosità e un po’ di sana invidia da parte degli allupati di turno, novelli porci del gregge di Epicuro nella versione più trash.
La cosa mi diverte.
E tanto.
 
Trascorrono insieme a me cinque ore alla settimana.
Presenze mute.
Un occhio alla grande fratello.
L’imbarazzo della conoscenza iniziale è stato quasi del tutto superato e si è avviato un dialogo, mi auguro, fruttuoso, per loro e per me.
I primi giorni ero affettato, poi ha trionfato la spontaneità con tutto il carico di altezze e bassezze.
Da un lato le sissine sperimentano la difficoltà della didattica operativa, io, dal canto mio, faccio la parte del diavolo, insistendo sull’abisso che separa le lezioni teoriche dell’università dalla viva realtà di una classe.
Mentre stamani i miei allievi svolgevano un saggio di letteratura sulle valenze poetiche della natura nel Settecento(confesso che non avrei voluto essere al loro posto per la corposità dell’argomento), la più silenziosa mi ha mostrato qualche pagina di un’unità didattica, su cui sta lavorando alacremente.
A quanto pare, i professoroni insistono molto sul brainstorming, come momento ineludibile di ogni attività didattica. La parola brainstorming è entrata ormai a far parte del linguaggio di ogni giorno. La traduzione letterale delle parole inglesi che la compongono aiuta a comprenderne il significato: brain, cervello e storm, tempesta, quindi tempesta di idee. Si tratta dell’ennesimo prestito dal campo aziendale, una spremuta di cervelli per risolvere un problema e trovare la migliore soluzione per ottenere produttività e successo. Personalmente ho storto un po’ il muso sulla validità del metodo a scuola. I ragazzi giungono al liceo sempre più tabula rasa e siamo ad un passo dal ritorno al precettore privato. A fronte di un’alfabetizzazione strumentale di massa si staglia sifilitica quella culturale.
Non c’è da spremere, ma da costruire insieme.
Mentre io e la sissina discutevamo sommessamente, quasi confessandoci, osservavo i miei allievi.
Ventidue col capo chino sul banco, ora alle prese coi documenti, ora col dizionario.
Tutti hanno scritto(non so cosa, non avendo ancora corretto), qualcuno mi ha posto questioni intelligenti e ha associato conoscenze costruite in quattro anni.
Dentro, nascostamente, ho gioito.
Apprendere, insegnare sono elementi che passano per la fascinazione della parola, del dialogo, del mettersi insieme in cerchio a faticare, leggere, interrogarsi, interpretare.
 
Le unità, i moduli, la parcellizzazione del sapere, i metri, la docimologia… insomma la disumanizzazione del sapere, li affido, invece, agli esperti.
Non me ne vogliano!
 
 

23 pensieri su “La "corte" del professore

  1. Ben detto, Mel. Questo linguaggio aziendale nella scuola è tutto fumo negli occhi (come se non ce ne fosse già abbastanza).
    Io cerco di immaginare a volte quanto ridicolmente si potrebbe applicare nel campo musicale (che è il mio ambito) e mi vengono in mente cose assolutamente ridicole…
    Vorrei proprio vedere in faccia quelle persone che per prime hanno usato quel linguaggio a scuola ed appenderle alla forca per gli zebedei 😉

    Auspico come molti un ritorno al passato perché questo presente ed il futuro che si profilano mi stanno decisamente stretti.

    Fabio

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  2. Naturalmente non potevo mancare al tuo banchetto!
    Poco fa, mentre preparavo degli ottimi filetti di spatola panata, mi è arrivato un sms: “Il tuo amico Mel ha scritto un bel post dove si parla anche di te. Va’ a leggerlo!” Spinto da sana curiosità, e ancor più da insano narcisismo, sono venuto a vedere.
    Come sai, in qualità di supervisore SISSIS, io sono uno di quelli che riempie la testa di chiacchiere a queste poverine, che se le bevono tutte, però…
    Ho una certa età e mi piace atteggiarmi a retrò, a vecchio professore che non crede a certe cose più moderne; l’altro giorno, a proposito di braistorming e di sissine, ho detto a lezione che, al liceo, inizio coinvolgendo i miei studenti in una discussione su fatti contemporanei che hanno a che fare con l’argomento che andremo a trattare nello specifico. Ad esempio, se voglio parlare di Tito Livio e dell’imperialismo romano inizio parlando dell’accademia USA di West Point, dove storia romana è tra le materie più importanti. Allora una sissina, con volto raggiante, esclama: “Allora anche lei inizia con un braistorming!” E io sommessamente: “No cara, io sono uno antico. Semplicemente discuto di politica con i miei alunni!” E’ rimasta delusa.
    In questi giorni sto correggendo le relazioni finali che presenteranno per l’abilitazione. Fanno sempre il paragone tra “il vecchio modo di insegnare” che nasceva dalla pratica quotidiana (leggi “improvvisazione del docente”) e il nuovo modo di insegnare del “neodocente che esce dalla SISSIS con un bagaglio di conoscenze psico-pedagogiche e con una professionalità matura”. Nei miei commenti suggerisco discretamente di attenuare questi toni. Quando arrivano all’esame di abilitazione si trovano di fronte certe vecchie cariatidi che hanno pubblicato decine di libri e articoli in tre o quattro lingue diverse di lingua, storia, letteratura latina che gli chiedono: “Che significato assume, nell’ottavo dell’Eneide, il rito dei Lupercali?”
    E lì… addio alla modularizzazione, personalizzazione, flessibilità didattica, braistorming, mastery learning, metodo Feuerstein, programma di arricchimento strumentale, pedagogia della gestione mentale…
    Saluti.

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  3. Come sempre sono con te!
    Non capisco come ti abbiano affidato 3 sissine in un colpo solo: a noi ne tocca uno/a all’anno ed è già compito molto gravoso.Scarseggiano docenti dell’A51 a Palermo o sei l’unico patrimonio-risorsa disponibile? Buon lavoro!

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  4. neodocente che esce dalla SISSIS con un bagaglio di conoscenze psico-pedagogiche e con una professionalità matura…

    Alcuni di questi docenti poi diventano col tempo dirigenti soclastici. Buon per loro per carità, ma alcuni hanno la testa inquinata da spazzatura pedagogica.
    Non perché il cercare anche un metodo o un minimo di sistematizzazione sia male, anzi, che ben venga. Ma almeno non si stia lì a rimuginare sui concettini cercando di collegamenti improbabili come nell’esempio dato. Certo a me povero supplente sul campo e spesso inviato in zone di confine in scuole cosiddette “a rischio” la teoria interessa poco. Conosco lì alcuni docenti che son davvero dei furboni di tre cotte nel trattare i ragazzini e fasi ascoltare. Avere preparazione è buona cosa, ma la preparazione senza un minimo di carisma e di autorevolezza serve a ben poco. Specialmente in certi contesti.
    Tornando alla preparazione della SISSIS posso citare un esempio.
    A mia sorella che fa la maestra elmentare una docente sissina ha rimproverato di aver ingenerato un trauma da abbandono nei giovanissimi alunni della sua classe.
    Il motivo? Aveva preso un giorno di permesso per motivi di studio.
    Ditemi voi se questo modo di vedere la cosa non è spazzatura pedagogica.

    Fabio

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  5. Inizio dall’ultimo commento.
    Non sono l’unica risorsa disponibile, si tratta, invece, di un caso fortuito, risultato “cieco” di un’altra serie di circostanze fortuite, che risalgono a tanto tempo fa. Io e Ciccio ci siamo conosciuti in un ambito diciamo scolastico-culturale.Fui da lui esaminato in una sessione di abilitazione e da lì iniziò tutto. Da quel momento è stato come spiluccare ciliegie una dopo l’altra fino ad oggi. Ciò spiega la presenza di tre sissine alla corte dello spietato(e dolce) Mel.
    Chiaramente nel post c’è molta ironia e non demonizzo del tutto il nuovo; penso però che esso debba passare attraverso i nostri filtri, la nostra storia, il nostro costruire la professionalità giorno dopo giorno. Anch’io mi ritengo “antico” per certi versi,( stile… il professore è il professore, l’alunno è l’alunno…)ma sto sempre con le orecchie ritte ad ascoltare, mi aggiorno, studio, sperimento. I miei alunni potrebbero testimoniarlo; proprio stamani uno di essi mi ha detto…”la sua caratteristica è l’imprevedibilità”.
    E’ vero, chi si aspetta da me un comportamento di solito rimane profondamente deluso. Così nella didattica; va adeguata ai tempi, agli umori della classe, agli obiettivi(quelli grandi), è accidentata come una stradicciola di campagna o retta come un’autostrada. La didattica la fanno i professori e gli alunni, ma sempre pronti ad ascoltare le nuove proposte. Chi sta chiuso nel proprio solipsismo, prima o poi, diventa autistico, miseramente autistico.

    @Ciccio, che buona la spatola panata! Che bel commento! Come sempre scrivi divinamente.

    @Grazie per i complimenti di tutti; anch’io, però, ho le mie debolezze, eh? Di là dall’autocelebrazione che ho fatto nel post.

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  6. @Fabio, Splinder, tanto per cambiare, non mi ha fatto visualizzare il tuo commento, perciò sembra che al commento n.11 io inizi da te! E’ incredibile la follia della piattaforma.
    §§§§§§§§§§§§§§§§§
    Invece, per rispondere a ciò che scrivi, io ritengo che in sé le conoscenze pedagogiche possano giovare e a molto. Se però impiantate in personalita isteriche di docenti-donne che, per mancanza di figli o deluse da essi, sublimano l’incapacità di fare le madri atteggiandosi, in classe, a GRANDI MADRI TERRIFICHE MANGIATRICI DI AFFETTO e depositarie di verità, solo perchè hanno scopiazzato testi di psicanalisi, allora quelle conoscenze diventano un pericolo!
    Sai, quest’anno ho avuto la fortuna di togliermi dai piedi(almeno per un anno!) una collega-mamma, la quale, poichè ha un figlio handicappato, ritiene utile trattare gli alunni come handicappati. Fa la mamma-insegnante, riducendo all’osso i contenuti. La supplente, infatti, è disperata!
    E chiudo qui.

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  7. ciao Mel 🙂
    anch’io ho avuto delle sissine al mio fianco e devo dire che è stata una bella esperienza, anche se un po’ faticosa (e senza ricevere compensi..) .. Buon proseguimento 🙂

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  8. A me fa sorridere quest’abbondanza (e proliferare) di terminologie essoteriche: braimstorming, ecc. Qualche tempo fa venne una studentessa a chiedere al prof se lui faceva lezioni face to face. Voleva dire frontali, ma sai, usare l’inglese fa molto più cool (volevo dire figo).

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  9. Mel, ecco spiegato l’arcano
    Io ho risentito il termine anglosassone dopo dieci anni.
    E me ne chiedevi il motivo perchè credevo aduso solo presso certi ristretti ambiti.
    Lo aveva in bocca una prof.ssa che doveva “addestrare” il mio Corso alla pubblicità.
    Poveri ragazzi..
    Il bello è che non si è resa conto che i ragazzi la guardavano allibiti..

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  10. @Marcello,la tendenza alla “figaggine” linguistica è una brutta bestia… e io che mi appello sempre alla filologia e alla sorella etmologia come recupero e ricostruzione del senso e cerco sempre di impegnare i ragazzi!
    Stolto io! 🙂

    @Me lo auguro, Alidada! 🙂

    @Perdonata, Marzia! 🙂

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  11. Vedi Mel, io non voglio tacciare nessuno di isteria né le insegnanti-mamme, (con figli o senza figli non importa, per inciso, io non ne avrò, questo mi mette a serio rischio psicologico nella mia vita da insegnante?) né i capi di istituto. Ma sta di fatto che se certi concetti non si sanno riportare alla nuda e cruda realtà di tutti i giorni si prendono fischi per fiaschi da far paura.

    Fabio

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  12. Ne parlò, se non erro, Umberto Eco in una delle sue “Bustine di Minerva” anni fa. Non ti dico che vespaio di polemiche si è acceso. Ovviamente tutte fomentate dalle professoresse-mamme.

    Fabio

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  13. ciao Mel, sono stata un po’ assente questa settimana ma ho letto con avidità questo tuo post.

    Sono stata tutor di tirocinio di sissine/i quest’anno, per l’abilitazione all’insegnamento alla primaria.
    Ho conosciuto persone dotate di immenso sapere culturale, ma quasi del tutto sprovviste del saper fare e saper essere, qualità che a mio avviso sono fondamentali.

    Come dici tu la didattica si impara “sul campo”, in classe, cercando di trovare una metodologia che si avvicini alla classe che ti è stata assegnata, classe fatta di bambini, unici, non oggetti in serie…

    E’ qui che molti “cadono”, se non si è capaci di mediare, di adeguare il sapere al saper essere e fare, non si può costruire nulla o comunque molto poco.

    Quanto alle docenti-mamme…è un grande errore pedagogico…e non aggiungo altro a ciò che è stato detto.

    buon we

    Blue

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