"Non s'incarna"

ScannedImage-6<<Oh, che ricordo penoso, le lezioni in cui non c’ero! Come li sentivo fluttuare, in quei giorni, i miei allievi, andarsene tranquillamente alla deriva mentre io tentavo di radunare le forze. La sensazione di perdere la classe… Io non ci sono, loro non ci sono più, abbiamo mollato il colpo. Eppure il tempo passa. Io recito la parte di quello che tiene la lezione, loro fanno quelli che ascoltano. Più seria che mai, la nostra espressione comune, blabla da un lato, presa di appunti dall’altro, un ispettore ministeriale potrebbe essere soddisfatto; le apparenze sono salve… Ma io non ci sono, per la miseria, oggi non ci sono, sono altrove. Quello che dico non s’incarna, loro se ne strabattono di ciò che sentono. […]
Quelle ore a monte mi lasciavano esausto. Uscivo dalla classe sfinito e furibondo. Un furore di cui i miei allievi rischiavano di fare le spese per tutta la giornata, poiché nessuno è più pronto a cazziarti di un professore insoddisfatto di se stesso. Attenti ragazzi, volate basso, il vostro prof si è dato un brutto voto, ne va di mezzo il primo che capita! Per non parlare della correzione dei compiti, stasera, a casa. Un ambito in cui la stanchezza e la coscienza sporca non sono buone consigliere! Ma no, niente compiti da correggere, stasera, e niente tivù, niente uscite, a letto! Il buon professore è quello che va a letto presto>>. (D. Pennac, Diario di scuola)
 
Stamattina non ho intenzione di scrivere un post-lettura; rimando per un’ottima recensione al blog SCRIPTORIUM di Carlo Santulli.
In realtà ho postato il brano di Pennac per una ragione: augurare a tutti i colleghi-blogger un fruttuoso anno scolastico.
Siamo noi, in fondo, insieme agli allievi, a scrivere il nostro diario di scuola.
Nel bene e nel male.
Con o senza grembiule.
Con i voti e/o con i giudizi.
Con le accuse che ci piovono addosso, i processi sommari, le condanne e le assoluzioni.
C’è che, molto spesso, ci trema la mano e, piuttosto che scrivere, scarabocchiamo.
O ci termina l’inchiostro.
O scordiamo la penna altrove.
E spesso non la ritroviamo più.

"Amore criminale"

salome_tizianoNon so se vi sia capitato di seguire il programma “Amore criminale” condotto da Camila Raznovich su Raitre.
La trasmissione ricostruisce, ora in modo documentaristico, ora romanzato, storie di amori criminali, le cui vittime sono sempre donne.
I carnefici sono uomini.
Nessuno può negare che “in Italia ogni tre giorni una donna muore per mano del proprio compagno. Gli omicidi all’interno della coppia sono i primi, per numero, tra quelli consumati in famiglia. Ma esiste una violenza che non arriva alle prime pagine dei giornali. È quella dell’umiliazione quotidiana, della dipendenza economica, della denigrazione che alcuni uomini operano nei confronti delle loro compagne. Un processo invisibile, di cui la violenza fisica è solo l’ultimo atto. I responsabili sono – in entrambi i casi – uomini possessivi, incapaci di gestire l’abbandono, la separazione e il rifiuto”, ma la passione distruttiva, a mio parere, non ha marchi sessuali.
La storia e il mito abbondano di figure femminili sacrileghe e sanguinarie, non considerando il fatto che le forme attraverso cui si infligge violenza sono molteplici e disparate e non tutte riconducibili all’epilogo tragico.
Il programma ha il pregio di sollevare la deficienza legislativa italiana: alcune donne, prima di finire ammazzate, avevano sporto più di una denuncia alle forze dell’ordine, ma con risultati nulli, infatti dall’attuale ordinamento non sono previste misure cautelative nei confronti di chi subisce azioni persecutorie per questioni passionali.
Prova ne è che molte donne finiscono all’obitorio.
Il programma di Camila, però, ha il difetto di essere a quota esclusivamente rosa.
Non ho in mano statistiche, né è mia intenzione avviare col post sterili polemiche, ma mi riesce difficile ipotizzare, almeno per i casi più gravi, che non esistano donne del calibro di Ruth Ellis, Pia Bellentani e Leonarda Cianciulli.
E per il posto che occupano nell’immaginario donne come Lorena Bobbit(mi si conceda l’accostamento!), Erodiade e Salomè, Medea e Fedra, Dolores Claiborne, eroina del cult “L’ultima eclissi”.
La Raznovich e l’autore del programma, insomma, avrebbero potuto rendere un servizio più utile e completo allargando la prospettiva problematica all’universo criminale femminile.
***
(Nell’immagine la Salomè di Tiziano)
***
Postilla: Essere perseguitati per insana passione è un’esperienza che non auguro a nessuno.
 
 

Dove canta perennepere 001

Soltanto tre frutti ha educato uno smilzo alberello di pero piantato su un fazzoletto di terra.
Le foglie sono rossicce, inaridite dall’afa dei giorni passati.
Dietro un lussureggiante cachi; cresciuto in altezza, anche quest’anno, però, è spoglio di frutti.
I due fruttiferi non sono distinguibili.
Sembra si tratti di un unico albero, ma dipende dalla prospettiva con cui ho fatto clic.
Visti frontalmente, i due alberi sono asimmetrici.
L’uno un gigante, l’altro un nano.
Il cachi bordeggiante di verde, il pero sofferente per le tre pere.
 
Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.
(Lucio Piccolo)

Salsa tricolore
L’ipocrisia italiota, neanche ad agosto, va in vacanza.
Questa volta la vittima, vittima per due volte, di questo male in salsa tricolore, è Domenico Riso.
Chi è, anzi era,
Domenico Riso? Riso era lo steward italiano (siciliano, di Isola delle Femmine) morto nel tragico incidente aereo di Madrid che alcuni giorni fa è costato la vita a 154 persone.
Lo steward da anni viveva con il suo amato compagno Pierrick Charilas (ex campione sportivo) e il loro figlio (figlio naturale del francese) Ethan. Tutti e tre sono morti, l’ uno accanto all’ altro, bruciati vivi nell’ incidente aereo madrileno. Erano un vero e proprio nucleo familiare, una famiglia come tante, come le nostre, eppure gli scendiletto pronisti (più che cronisti) della nostra informazione televisiva hanno deliberatamente omesso questa scomoda verità, che avrebbe turbato le pie coscienze degli Italioti medi.
Così per magia il fidanzato di Riso si è trasformato in un semplice amico, mentre il loro figlio in un bambino senza una identità precisa.
 
Nella nostra tradizione, e in genere in quasi tutte, il termine famiglia si riferisce a due persone di sesso diverso con più o meno figli. Si tratta di un modello indubbiamente sociale, che ricalca un dato di fatto naturale: due persone di sesso diverso si attraggono, si amano e danno vita ad una famiglia.
Esiste pure in natura la possibilità che due esseri umani dello stesso sesso si attraggano e possano amarsi.
Unione naturale che, per varie ragioni, che qui ometto, non ha mai trovato un corrispettivo lessicale, linguistico, sociale diciamo.
In omaggio alla tradizione occidentale si può rinunciare a dare la definizione di famiglia a due esseri umani dello stesso sesso che decidono di intraprendere un percorso d’amore, ma nulla si toglie alla sostanza della realtà.
Il gap linguistico e quindi il veto ad adoperare il termine famiglia non esclude che quella formata da due esseri dello stesso sesso, che si amano e danno vita ad un nucleo affettivo, sia una famiglia, né più, né meno.

Oggi due post. Con e senza delirio.

[Post n. 2 del 26 agosto 2008. Senza delirio]
 2799630212_eff7b476d2
L’immagine, a dir poco superba, è di MISTI.
 
"Se qualcuno ci mettesse un nastro sotto i piedi,
un nastro rotante,
come nelle fabbriche di tempi moderni,
noi, le merci, potremmo
essere convenientemente esposte,
manipolate
offerte allo sguardo altrui,
impudicamente.
E sul nastro gireremmo in
cerchi concentrici, spirale eterna
chiocciola acchiocciolata
e passeremmo, di nuovo, per sentieri già segnati.
E recupereremmo l’innocenza".
(Inés Andrade)