29 Novembre, Giornata del CORAGGIO

3013239730_7138271b5a_mscansione0023LA DAMA DI SHALOTT

Lungo entrambe le rive del fiume si stendono
vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’isola di Shalott.

Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola del fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori
e l’isola silenziosa ospita
la Signora di Shalott.

Solo i mietitori, falciando mattinieri nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra " È la maga,
la Dama di Shalott ."

Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci,
ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.

E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
e a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due,
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Dama di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perchè spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta
venivano due innamorati sposati di recente.
" Mi sto stancando delle ombre " disse
la Signora di Shalott.

A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò tra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo
presso la remota Shalott.

La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
" Tirra lirra " presso il fiume
canto’ Sir Lancelot.

Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
" la maledizione mi ha colta " urlò
la Dama di Shalott.

Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice
e intorno alla prua scrisse
la Dama di Shalott.

Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un audace veggente in estasi
che contempli tutta la propria mala sorte –
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Dama di Shalott.

Si udì un inno triste, sacro,
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Dama di Shalott.

Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallore mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero  sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
la Signora di Shalott.

Chi é? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto riflettè per un po’
e disse: " Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
La  Dama di Shalott. "

(Alfred Tennyson, 1809-1892, dai Poems, 1833)

29 Novembre, Giornata del CORAGGIO

3013239730_7138271b5a_mscansione0023LA DAMA DI SHALOTT

Lungo entrambe le rive del fiume si stendono
vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’isola di Shalott.

Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola del fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori
e l’isola silenziosa ospita
la Signora di Shalott.

Solo i mietitori, falciando mattinieri nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra " È la maga,
la Dama di Shalott ."

Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci,
ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.

E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
e a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due,
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Dama di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perchè spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta
venivano due innamorati sposati di recente.
" Mi sto stancando delle ombre " disse
la Signora di Shalott.

A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò tra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo
presso la remota Shalott.

La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
" Tirra lirra " presso il fiume
canto’ Sir Lancelot.

Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
" la maledizione mi ha colta " urlò
la Dama di Shalott.

Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice
e intorno alla prua scrisse
la Dama di Shalott.

Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un audace veggente in estasi
che contempli tutta la propria mala sorte –
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Dama di Shalott.

Si udì un inno triste, sacro,
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Dama di Shalott.

Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallore mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero  sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
la Signora di Shalott.

Chi é? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto riflettè per un po’
e disse: " Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
La  Dama di Shalott. "

(Alfred Tennyson, 1809-1892, dai Poems, 1833)

Artigianerie

I led delle luci natalizie hanno premuto il loro start.
Tormentano gli occhi con il loro vorticoso e inarrestabile movimento.
Alcuni fili hanno finanche un centro comandi attraverso cui gestire l’intermittenza.
Variabile secondo i gusti.
L’altra diavoleria è la musichetta.
Si spazia dall’acuto al martellante, dalla nenia al gingo bell.
                                                                                
Sugli scaffali non si trovano più le vecchie luci.
Ce n’erano di straordinariamente kitsch.
Le classiche candeline con pinza che ci impiegavi un pomeriggio per sistemare sui rami dell’abete.
Corolle con petali sgualciti dalla cromatura irreale, foglie luminose e frutti misti.
La fantasia dei produttori si scatenava nelle palle di neve luminescenti.
Stelle celesti e stelle di neve, aghi ghiacciati e pigne, stivali come le pupe di zucchero e tamburini.
 
Seguivano, poi, i tormentosi riti.
Sbrogliare i fili, infilzare, speranzosi, la spina nella presa, la controprova con l’intermittente che, un anno su due, dava forfait.
Gli ingegnosi sostituivano le lampadine fulminate.
Una volta ci ho provato io e fu un buuuuuum, nero sulla parete e contatore in tilt.
Da allora presi a venerare le lucine, recitando non so quante avemaria prima della prova funziona, non funziona.
 
I led hanno mandato a fanculo le artigianerie fanciullesche.

Artigianerie

I led delle luci natalizie hanno premuto il loro start.
Tormentano gli occhi con il loro vorticoso e inarrestabile movimento.
Alcuni fili hanno finanche un centro comandi attraverso cui gestire l’intermittenza.
Variabile secondo i gusti.
L’altra diavoleria è la musichetta.
Si spazia dall’acuto al martellante, dalla nenia al gingo bell.
                                                                                 145792s
Sugli scaffali non si trovano più le vecchie luci.
Ce n’erano di straordinariamente kitsch.
Le classiche candeline con pinza che ci impiegavi un pomeriggio per sistemare sui rami dell’abete.
Corolle con petali sgualciti dalla cromatura irreale, foglie luminose e frutti misti.
La fantasia dei produttori si scatenava nelle palle di neve luminescenti.
Stelle celesti e stelle di neve, aghi ghiacciati e pigne, stivali come le pupe di zucchero e tamburini.
 
Seguivano, poi, i tormentosi riti.
Sbrogliare i fili, infilzare, speranzosi, la spina nella presa, la controprova con l’intermittente che, un anno su due, dava forfait.
Gli ingegnosi sostituivano le lampadine fulminate.
Una volta ci ho provato io e fu un buuuuuum, nero sulla parete e contatore in tilt.
Da allora presi a venerare le lucine, recitando non so quante avemaria prima della prova funziona, non funziona.
 
I led hanno mandato a fanculo le artigianerie fanciullesche.

mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui

Tubā signum datum est.
Le armi tra le mani.
Lance e spade corte.
Un po’ in ritardo, quest’anno.
 
La consegna del piano di battaglia, prostra, in genere, gli insegnanti.
Qualcuno sbuffa e rimbrotta, i disertori si danno alla fronda.
Uno copia e incolla radendo al suolo la data dell’anno precedente, qualche volenteroso modifica, corregge, riscrive.
I vecchissimi usano l’inchiostro; chi li obbliga, d’altro canto, a usare il pc?
Li ammiro i cocciuti.
Personalmente vivo l’evento con serenità; in fondo si tratta di una revisione più che di una costruzione ab imis fundamentis.
Quest’anno, però, m’è preso il gusto di potare la programmazione, non i contenuti.
Pare che al posto delle dita abbia delle cesoie.
M’è in uggia il didattichese.
Mi nauseano i termini tecnici, spesso vuoti riempitivi dell’assoluto nulla, infestati dalla semantica militaresca.
La classe non è un campo militare, gli alunni non sono soldatini da attrezzare per centrare l’obiettivo e sconfiggere il nemico, il docente non è un generale d’armata.
È paradossale pensare alla cultura in termini di inimicizia.
E non si tratta di chiedere prestiti neanche all’altro fascinoso mondo, quello dell’avventura.
Trasmettere il sapere e la cultura, allenare i giovani alla complessità e alla trasformazione celere della società di cui fanno parte cozza, irrimediabilmente, e con le attrezzature militari e con gli avventurieri dei reality-show.
Gli allievi ci chiedono senso.
E i loro occhi non mentono.
 
Un suggerimento ce lo bisbiglia Machiavelli in una lettera al Vettori:
«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro».