mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui

Tubā signum datum est.
Le armi tra le mani.
Lance e spade corte.
Un po’ in ritardo, quest’anno.
 
La consegna del piano di battaglia, prostra, in genere, gli insegnanti.
Qualcuno sbuffa e rimbrotta, i disertori si danno alla fronda.
Uno copia e incolla radendo al suolo la data dell’anno precedente, qualche volenteroso modifica, corregge, riscrive.
I vecchissimi usano l’inchiostro; chi li obbliga, d’altro canto, a usare il pc?
Li ammiro i cocciuti.
Personalmente vivo l’evento con serenità; in fondo si tratta di una revisione più che di una costruzione ab imis fundamentis.
Quest’anno, però, m’è preso il gusto di potare la programmazione, non i contenuti.
Pare che al posto delle dita abbia delle cesoie.
M’è in uggia il didattichese.
Mi nauseano i termini tecnici, spesso vuoti riempitivi dell’assoluto nulla, infestati dalla semantica militaresca.
La classe non è un campo militare, gli alunni non sono soldatini da attrezzare per centrare l’obiettivo e sconfiggere il nemico, il docente non è un generale d’armata.
È paradossale pensare alla cultura in termini di inimicizia.
E non si tratta di chiedere prestiti neanche all’altro fascinoso mondo, quello dell’avventura.
Trasmettere il sapere e la cultura, allenare i giovani alla complessità e alla trasformazione celere della società di cui fanno parte cozza, irrimediabilmente, e con le attrezzature militari e con gli avventurieri dei reality-show.
Gli allievi ci chiedono senso.
E i loro occhi non mentono.
 
Un suggerimento ce lo bisbiglia Machiavelli in una lettera al Vettori:
«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro».

11 thoughts on “mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui

  1. Direi che non si può non concordare con la chiusa del post. Purtroppo tutto al giorno d’oggi deve essere “easy” – facile, immediato, non problematico (sennò è “ideologico”). Permettimi una citazione dal Don Giovanni di Mozart:

    non si pasce di cibo mortal
    chi si pasce di cibo celeste

    Pensare che in un primo momento ho letto “Machiavelli in una lettera a Veltroni“. Che curioso lapsus, ma forse in questo periodo, a Veltroni farebbe effettivamente comodo un Machiavelli.

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  2. “Gli allievi ci chiedono senso.
    E i loro occhi non mentono.”
    credo che, in tanti mesi di cordiale amicizia, queste siano le tue parole che maggiormente condivido, aggiungo di mio che neanche i nostri occhi mentono e, quel che noi siamo, loro lo capiscono…
    bentornato gigante !

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  3. Una legge cosmica prevede che senza attrito e sforzo non si ottenga nulla, o almeno nulla di vero e duraturo.
    La società di oggi tenta di scavalcare questa legge cosmica, soldi facili, “cultura” facile, successo facile e così via, ma nessun superenalotto, nessun Cepu e nessuna raccomandazione ti aiuteranno mai a diventare un Uomo.

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