Una folle pioggia di soli strampalati

siamo così
Non è un mistero per nessuno: adoro le illustrazioni. Mi piace concludere il bloggagggggio di quest’anno con questa, di cui è autore Fabian Negrin nell’opera "Mille giorni e una notte".  L’ho scelta,  perché riassume un po’ come siamo tutti noi esseri umani di quest’epoca.

Mariarosa

minne di Venere

 

mariarosa

A casa Mel è arrivata una poderosa cavagna di ricotta di Piana degli Albanesi.

Io e mia madre ci siamo guardati.

E mutamente eravamo già impolverati di farina per confezionare delle paste alla crema di ricotta. Mentre si armeggia, l’occhio si fissa su MariaRosa del lievito Bertolini.

Un tempo era il mio spot prediletto. Anche oggi, in verità.

***

 

Al mattino Mariarosa

al mercato se ne va.

Cose buone compra a iosa

pel pranzetto che farà:

antipasti, frutta, vini

e prodotti Bertolini!

                   

Rincasando sul carretto

pensa al dolce la bambina:

un par d’ova… burro un etto…

latte… zucchero…farina…

ed infine, già dosato,

Bertolini ,vanigliato!

                   

Gallinella, Gallinella,

dammi un uovo! – Coccodè.

Te lo do bambina bella,

però, dimmi, per cos’è?

– Faccio un dolce dei più fini

coi prodotti Bertolini!

                   

Mucca bianca, mi vuoi dare

il tuo latte per la torta?

– Sì, però non lo sciupare…

– Ma che dici! Sono accorta

e non sciupo i miei quattrini:

uso buste Bertolini!

                   

Procurato il necessario

ora impasta Mariarosa;

segue attenta il ricettario

diligente e scrupolosa.

Con ricette Bertolini

san far dolci anche i bambini!

                   

Che fragranza! Che splendore!

Com’è soffice e gustosa!

Si farà di certo onore

con le amiche Mariarosa;

e ringrazia a cuor gioioso

Bertolini, prodigioso!

 

 

minne di Venere

 

LE MAMMELLE DI VENERE o MINNE DI VENERE

 

 

cassata al forno capodanno 08-09

 

CASSATA DI RICOTTA

Il giardino del sole

il giardino del sole 
Quando vivevo in città, la domenica mattina era un appuntamento fisso recarmi a piazza Marina al mercatino dell’antiquariato.
È tra le piazze più belle di Palermo.
La impreziosiscono Palazzo Steri, un tempo sede dell’Inquisizione, ed eleganti palazzi del secolo XVII e XVIII.
La piazza è anomala per certi aspetti, poiché gran parte di essa è occupata, al centro, da un intricato giardino dove si stagliano giganteschi ficus.
Le radici producono un effetto ottico di mostruosità, mentre i rami, ricchi di fronde, valicano l’inferriata del giardino e offrono la loro ombra ai mercanti della domenica.
Sulle bancarelle, spesso improvvisate, si trova di tutto.
Ieri mattina, in compagnia di un sole corroborante, me le sono spulciate tutte, alla ricerca dei miei amori, i libri datati.
Ho trovato soltanto una squadernata illustrazione del 1952, ma confido nella prossima battuta di caccia.
Se il saccoccio della spesa è rimasto quasi vuoto, così non è stato per i miei occhi.
Tra i vari oggetti, messi in bella vista, hanno tentato la mia curiosità dei paramenti sacri: delle mantelle sacramentali, che un tempo si usavano per le processioni del Corpus Domini, erano accatastate le une sulle altre.
Dapprima ne ho apprezzato la fattura e la bellezza, poi mi sono chiesto come siano finite nelle mani di quel mercante che, al mio finto mercanteggiare su una di esse, ha risposto con un raggelante duecentocinquanta euro.
Più in là trovo due vecchi telefoni in bachelite, uno bianco e uno rosa, al costo di dieci euro cadauno, e un’infinità di chincaglierie(vasi, tazze, piatti…).
 
Saziati gli occhi, mi congedo.
Me ne vado un po’ deluso con sottobraccio la mia squadernata illustrazione.

Acre

Tre energumeni sostano all’ingresso, rigorosamente in giacca e t-shirt.
Occhio di bove, inespressivo, a tratti torvo.
Ti ispezionano, puntando dritto sugli occhi.
Verificano che nel gruppo sia presente una femmina, che funge da garante ai freni inibitori dei maschi.
Altrimenti non entri nel locale.
Un amico, rimasto indietro rispetto alla frotta, s’è visto sbarrare il passo.
E siamo dovuti intervenire per rassicurare i buttafuori sulla sua appartenenza al gruppo.
Una velina, assistita da un giaguaro, con sguardo nauseato, tende la mano per ghermire la banconota da 10 euro, ti viene staccato un biglietto d’ingresso, che consegnerai ad un altro disgraziato per accedere al secondo ingresso, insieme ad una drink-card per la consumazione.
Poi lo scenario: un ampio locale, fino a qualche mese fa adibito a sala cinematografica, accoglie un bar, un ristorante, cui si accede tramite una scalinata stile sanremo, dove in bella mostra vedi mandibole masticare e guizzare lumi di candele, un privè, infine un balcone, che si affaccia su un distributore di benzina e che funge da uscita di sicurezza, sfigura il bel quadretto. Qui, insieme ai miasmi degli idrocarburi, puoi inalare il fetore dei tombini e il fumo delle sigarette.
Il bancone del bar è un lungo serpentone, percorso in lungo e largo da baristi esotici.
Superato l’ingresso, metto in moto occhi, orecchie e naso.
C’è il giapponesino, tutto pelle e ossa, che, con le sue sifilitiche mani, sistema su piatti quadrangolari del sushi con una foglia di lattuga che fa da cresta alla rosea carne, l’indiano dagli occhi incavati che, nonostante la doccia, emana dal corpo il caratteristico tanfo della pelle asiatica, il rampante giovanotto palermitano che mescola sorrisetti e drink e ingrassa il carnet delle sue conquiste.
E gli astanti?
Una frittura mista.
C’è il giovane avvocato che campa alle spalle del padre; si aggira con la sua sfoderata lingua di pezza, tra le poltrone e i tavolini, a coccolare i presenti, il pingue organizzatore, che al massimo ha conseguito la licenza media; su tutti dominano le femmine, che sfoderano seni appuntiti come i tacchi delle loro scarpe, se è il caso ti ammaccano le dita dei piedi, sgomitano e cianciallegrano.
Campeggiano le commesse dei negozi, le più agguerrite; due di esse lamentano la stanchezza del giorno, ma non hanno rinunciato ai tacchi e alla depilazione dall’estetista.
I più mosci sono i maschi; alcuni come cucchi su piedistalli scomodissimi, altri, dai volti tristi e rassegnati, assecondano le amazzoni capricciose, lanciandosi in timide conquiste.
 
Ho bevuto il mio drink insieme agli amici.
L’uscita è presidiata da un altro bellimbusto, che se gli chiedi chi era Alfieri ti molla in faccia in pugno.
 
Stamani ho ancora il sapore acre del limone della caipiroska impresso sulla lingua.
Non ci metterò più piede.
E non me ne frega niente che si tratta del locale più gettonato.
Tanto giusto un anno e chiude.
A Palermo è così.
 
 
 
 
 

“So ricamare, ma non rammendare. So sistemare i fiori recisi, ma non coltivarli”(Ada)
***
Sotto le feste di natale dallo schermo televisivo viene vomitata, a quantità industriale, più spazzatura del solito.
Ovunque imperversa babbo natale, che mai mi è stato simpatico, o personaggi che dovrebbero divertire, ma in realtà fanno lacrimare di noia.
Sarà perché i miei genitori, spartani, non m’hanno educato alla poesia del vecchio vestito di rosso con barba e chioma ricciuta e, quando c’era da farmi un regalo, si limitavano a dire “questo è per te, i regali devono essere utili”.
Fatto salvo il palinsesto di Raitre che, a quasi tutte le ore, si distingue per pregevolezza culturale e fruibilità, il resto suona ipocrita, stucchevole, zuccheroso, a tal punto che si rischia il diabete.
Ieri sera, però, Raidue mi ha stupito, perché ha trasmesso un film che, sinceramente, a me era sfuggito, quando fu dato nelle sale.
Si tratta di Ritorno a Cold Mountain o Cold Mountain del 2003, tratto da un romanzo, di cui so nulla.
Il regista è Anthony Minghella.
 
cold20mountain1Il film inizia il 30 luglio 1864 con la carneficina che fu l’assedio di Petersburg in Virginia, con il suo giorno cruciale, la ‘battaglia del cratere’: un’esplosione e combattimento successivo che causarono oltre 6.300 morti. Qui incontriamo il soldato confederato Inman Balis (Jude Law) e, mentre la battaglia infuria, ne seguiamo i ricordi di semplice lavoratore a Cold Mountain, piccolo villaggio tra le foreste della Carolina del Nord, fino all’incontro folgorante con la ricca figlia del reverendo Monroe (Donald Sutherland), Ada (Nicole Kidman), bella, raffinata e colta ragazza di città. Molti sguardi tra i due, poche parole e un bacio: Inman è arruolato nell’esercito dei Confederati, in quella guerra fratricida tra Nord e Sud. Può un unico bacio rappresentare un’ancora a cui ci si attacca per anni, nell’orrore della guerra, della fame e dei soprusi? Per Inman e per Ada, sì: è l’unico appiglio in un mondo che ha perso tutte le coordinate di senso. Ferito e in ospedale, conscio della sconfitta ormai prossima del Sud, l’uomo decide di disertare e tornare, di percorrere le centinaia di chilometri che lo separano da Cold Mountain e dall’appello di Ada, nelle rare lettere, che ascoltiamo dalla voce fuori campo, che lo scongiurano di ritornare. Il suo sarà un viaggio di incontri di ogni tipo, di pericoli, tentazioni, tradimenti e speranze. Da parte sua, dopo la morte del padre, Ada si trova completamente abbandonata, impreparata ad affrontare una vita autonoma, con una fattoria da tirare avanti senza aiuto. “So ricamare, ma non rammendare. So sistemare i fiori recisi, ma non coltivarli”, dice a un certo punto. In suo soccorso giunge Ruby Thewes (Renée Zellweger), una ragazza abituata a fare tutto da sola, ruvida ed energica, il contrario dell’eterea Ada. Tra le due si instaurerà un rapporto di amicizia molto profondo, che le cambierà entrambe. Perché, mentre Ada prenderà coscienza delle sue possibilità, Ruby si accorgerà dell’importanza di sentimenti ed emozioni che per anni aveva represso(copiato da wikipedia).
 
La storia ruota attorno a due protagonisti, Ada e Inman, ma per i risvolti valorizza anche Ruby, interpretata da Renée Zellweger(nell’immagine), premio oscar come migliore attrice non protagonista.
L’ambientazione storica è fondamentale per cogliere il senso profondo del film, ma diventa anche occasione per una riflessione sulla guerra, su ogni guerra.
Solitamente i registi insistono sull’efferatezza delle uccisioni, sulla compassione che la morte di vite innocenti può suscitare; ultimamente siamo pure stati abituati all’idea della guerra intelligente, chirurgica, giusta.
Il regista di Ritorno a Cold Mountain non risparmia il sangue, la violenza, l’irragionevolezza dell’uccidere gratuitamente un uomo, però, attraverso la storia parallela di Ada e Ruby e quella di Inman e Ada, ci trasmette un’immagine concreta della vita che continua a pulsare anche durante la guerra.
Yankee senza scrupoli pronti a violentare la prima donna che capiti loro sotto, soldati che, per nutrirsi, sono disposti a venir meno alla loro umanità, preti-disertori che subiscono le lusinghe di una mano che tasta, sotto un tavolo, la paccottiglia tra le gambe e che cedono al piacere dell’eros, madri coraggiose che sono disposte a perdere la vita per i figli, donne compassionevoli che scannano il loro bene più prezioso, una capra, per rifocillare un soldato, di cui per istinto si avverte l’innocenza.
Su questo sfondo l’amicizia di due donne, Ada, eterea, raffinata, platonica nel suo porsi, e Ruby, rozza, concreta, capace di sovrintendere ad una fattoria. Spala letame, costruisce steccati, riconosce erbe selvatiche utili e gramigne infestanti, sveste pannocchie e, all’occorrenza, sa anche incontrare la dolcezza di due occhi umani.
La guerra dirozza e imbarbarisce.
Percorre il film l’altro tema, forse il più romantico, quello che probabilmente ne ha danneggiato l’immagine agli occhi dei critici, ossia la storia d’amore tra Ada e Inman.
Assillati dalle immagini dell’eros come scaricamento di liquidi corporei, si è incapaci di credere alla fedeltà di Inman ad Ada.
A leggere alcune recensioni c’è, infatti, da rabbrividire.
Io, dal canto mio, metto Ritorno a Cold Mountain tra i miei cult.