Lorca e il peccato originale

scansione0014(F. G. Lorca, particolare di Verde que te quiero verde, 1930, Museo Nacional de Bellas Artes de Cuba)

Adamo ed Eva.

Il serpente

ruppe lo specchio

in mille pezzi

e la mela

fu la pietra.

(Federico García Lorca, Initium, da Suite degli specchi)

Lampedusa 27 gennaio 2009

Lampedusa 27/01/09

Oggi giornata della memoria per i morti della shoah.

 A Lampedusa, oggi,  giornata di sciopero generale e memoria di morti. Non solo degli Ebrei morti nei campi di concentramento, ma di quei poveri disperati che affrontano molte intemperie nel sogno di arrivare in Italia e cioè nell’isola di Lampedusa, posto più vicino all’Africa, per sfuggire alle loro disgrazie come guerre, pestilenze e fame. Non sempre arrivano alla meta tanto ambita. Tutta la cittadinanza di Lampedusa,  più di 5.000 abitanti (a discapito dei 1300 di cui hanno parlato i giornali che in questi giorni non hanno fatto altro che occultare la verità) è scesa in  corteo al porto, dove ha pregato ed adagiato una corona di fiori in mare per commemorare tutti i morti. Questi sono giorni di tensione e protesta a Lampedusa contro il decreto  voluto dal ministro della lega nord Maroni, che chiede di aprire un centro di riconoscimento e stoccaggio sull’isola. Questo nuovo centro in pratica dovrebbe essere un vero e proprio carcere per queste persone, dovrebbero venire riconosciute e poi rimpatriate nell’arco di 18 mesi. Pensate che sull’isola ormai il fenomeno dell’immigrazione c’è da oltre  20 anni e attualmente esiste un centro di prima accoglienza di 800 posti letto, dove vengono stipati, per via dei flussi continui d’immigrazione, anche 1500 persone, non permettendo loro di avere le condizioni igienico-sanitarie dovute. Questo nuovo centro farà sì che Lampedusa diventi non solo un carcere per loro, ma anche per noi in quanto, come disse il favoloso ministro ieri sera alla trasmissione”Porta a Porta”, tutti gli extracomunitari in giro per l’Italia devono essere portati sull’isola per essere riconosciuti e rimpatriati.

Il problema qual é?

L’isola ha una superficie di 20 km quadrati e i flussi di sbarchi aumentano sempre di più  e, se in un centro di prima accoglienza, dove è previsto che gli extracomunitari vengano portati via nell’arco di 24 ore è sempre al collasso, anche 2000 presenze, quante migliaia di presenze contemporaneamente ci saranno nel nuovo centro di riconoscimento e stoccaggio, dove devono essere tenuti per 18 mesi? Quante forze dell’ordine dovranno soprassedere sull’isola? Dove finirà la famosa isola di Lampedusa dal Mare meraviglioso?

Francesco di Lampedusa

IL VIDEO QUI

(Il video è stato prodotto da Gianfranco Rescica)

****(Non è mia abitudine postare due volte nello stesso giorno, sebbene nulla lo vieti. Do spazio al mio amico Francesco, che ci racconta, senza fronzoli, il disagio di Lampedusa. Grazie, Francesco!)

 

Figli d’arte

I figli d’arte esistono pure nelle istituzioni scolastiche.

La scelta di iscrivere i propri figli nella medesima scuola in cui si insegna è spesso dettata da esigenze concrete; più spesso a determinarla è, invece, il chioccismo, il timore, non sempre sciocco e infondato, di seguirne in diretta il percorso.

In diciotto anni di carriera non mi è mai capitato di avere in classe, come allievi, figli di colleghi.

Fortunato!

Avrei potuto frenare, altrimenti, la mia radicata iracondia?

Dalle esperienze indirette deduco che si vivono situazioni incresciose e imbarazzanti.

Gli scenari sono svariati.

I virgulti si sentono spalleggiati dalla presenza di un genitore a scuola e si atteggiano a principi e principesse sul pisello, marinano ufficialmente la scuola, tanto mi giustifica mia madre, entrano ed escono quando pare loro più opportuno e così via; i proff-genitori, a loro volta, entrano in rotta di collisione, sul versante della valutazione, con i professori con cui condividono la materia insegnata.

Capita pure che il figlio d’arte viva un disagio lacerante dentro di sé; non una, ma due spade di Damocle pendono sul suo collo, quella del genitore-professore-controllore e quella dei propri insegnanti.

Stando alle mie scarne statistiche, e perciò non attendibili sul piano scientifico, ho appurato che il percorso scolastico di un figlio d’arte si conclude con rancori, abolizione di saluti, delazione, gossip, rabbia e delusione.

 

 

 

 


Frammenti di prossimità

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Non mi sono mai accostato alla comprensione del mondo coranico, né tanto meno alla percezione che quel mondo ebbe dei cristiani almeno fino al secolo XII.

Se n’è presentata, però, l’occasione perché ho partecipato ad un seminario di studi dal titolo galvanizzante, I detti di Gesù nella tradizione islamica.

Relatore un monaco della comunità di Bose, da sempre impegnata, come lui d’altro canto, nel dialogo interreligioso; fra qualche settimana sarà pubblicato il libro e quindi fornirò notizie più circostanziate.

Il monaco ha immediatamente chiarito l’intento della ricerca: stabilire quale fosse(e sia)il volto di Gesù nell’immaginario religioso dei fedeli islamici attraverso il rinvenimento, nel Corano e nei testi della tradizione sufi, di parole legate alla tradizione neotestamentaria.

Nessun confronto filologico per affermare la supremazia di una confessione sull’altra o dimostrare chissà quali verità di fede, infatti il monaco ha evidenziato l’impossibilità di stabilire esattamente quali siano stati gli ipsissima verba Iesu.

Nessuna tradizione ha riportato le parole effettivamente pronunciate da Gesù, ma la loro formulazione; ciò non ha impedito comunque di ricostruire ugualmente il suo pensiero.

Gesù sapeva scrivere(sulla sabbia) e leggere, ma non ha lasciato nulla di scritto, distinguendosi dai grammatici.

Che scrivesse sulla sabbia è indicativo del valore immediato del contenuto del verdetto, diretto esclusivamente alla peccatrice, a quella peccatrice.

Gesù, insomma, agisce e parla poco.

Fatti e non soltanto parole.

Nessun confronto teologico, dacché da ambo le parti ci si è cristallizzati nella ghiacciaia delle proprie verità.

Quale, allora, lo scopo?

Dimostrare che per molti secoli(fino al XII) Cristiani e Islamici hanno dialogato e interagito, si sono rispettati e hanno mostrato di avere radici comuni.

Finanche fra le dispute delle diverse scuole coraniche Gesù è citato come garante di questa o quella verità.

La ricerca ha scovato finora 383 parole e da esse emerge un Gesù sfaccettato.

Sottolineando l’abisso sostanziale tra il suo volto islamico e quello cristiano sul piano teologico, lo studioso ha pennellato un Gesù islamico, figlio di Maria per opera dello Spirito Santo, profeta e sapiente, taumaturgo, povero e ascetico, perfetto mussulmano, assunto in cielo e così via.

Poi ha letto alcune massime(apoftegmi) e raccontato alcuni episodi della tradizione islamica e sufi.

Quanti frammenti di prossimità con le parole neotestamentarie!

Occhio, tu gemi per gli altri, gemi, invece, per te stesso!

Beato l’uomo che chiude la lingua nel forziere!

L’elemento ricorrente è l’insistenza sul peccato più grave contro cui si scaglia il Gesù islamico, ossia restare imbecilli, abbarbicati nelle proprie convinzioni e chiusi al confronto dialogico, svuotando di senso ciò che ha importanza e piegandolo ai propri meschini interessi.

Tra gli episodi uno mi ha davvero impressionato.

Una monaca cristiana della Mesopotamia(tra VI e VII sec), un giorno, uscì come una forsennata dal villaggio, portando con sé una torcia e un secchio d’acqua.

Gli abitanti, stupiti dal suo comportamento, le chiesero cosa dovesse farci.

Rispose che con l’acqua del secchio andava a spegnere l’Inferno e con la torcia a bruciare il Paradiso.

 

Mi ha giovato il seminario; a parte la inevitabile ricaduta didattica, ascoltare grandi studiosi è come respirare una boccata d’ossigeno in questa generalizzata asfissia di parole dette così… tanto per sprecare fiato senza alcuna cognizione filologica e archeologica.

Per non parlare dell’arricchimento sul piano metodologico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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In sala professori, ci si scambiano idee, quando va bene.

Ieri mattina, mani tendevano, da un estremo all’altro del tavolo, bicchierini di plastica e libri.

Il collega polentone, che stimo per la sua precisione*, ci ha fatto gustare la miscela leone.

Si tratta del caffè di cicoria, bevanda usata durante gli ultimi anni del regime fascista in Italia in nome dell’autarchia a tutti i costi o della povertà mascherata.

Voi potevate già bere il caffè, noi ancora no.

Gli Americani vi hanno liberati per primi!

Come se io ignorassi la storia contemporanea.

A primo assaggio, il caffè di cicoria è amarognolo, ma il retrogusto è molto gradevole.

Sarà per via dell’orzo.

Bevuto lo storico liquido, mi metto a leggere.

 

Non c’è pace.

 

Un collega effervescente, da poco arrivato nel mio liceo, curva la testa, sbircia la copertina del mio libro e mi propone uno scambio.

Soltanto dieci minuti.

Lui leggerà il mio libro, io il suo.

Soltanto dieci minuti.

Così è stato.

Non avevo mai imprestato un libro per dieci minuti.

Ne vale la pena, perché in poco tempo ti fai la prefazione e le prime pagine.

Giusto il tempo per accoglierlo tra i papabili o obliarlo.

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* A differenza degli altri docenti di educazione fisica, che sempre e in ogni caso valutano i ragazzi con  8 e 9, Lui è capace di stampare 4 e insegna anche teoria.