Arborescenza

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Una dissennata e cupida politica di espansionismo ha accresciuto a dismisura le dimensioni del liceo in cui insegno, cui hanno concorso le dame dell’orientamento, inviate nelle scuole medie a fare pubblicità, vendendo fumo e balocchi di illusioni.
Così da circa sei anni la scuola è stata sottoposta ad un processo di iperalimentazione a colpi di iscrizioni selvagge, tant’è che il mostro Cerbero non regge il confronto.
La nutrizione forzata ha fagocitato una pletora di umanità non sempre adeguata a sostenere un corso di studi liceali; bocciature, pioggia di debiti e, dopo la risurrezione della rimandatura, mascherata linguisticamente dal termine sospensione del giudizio, i tabelloni dell’ultimo scrutinio saresti indeciso se paragonarli ad un campo di sterminio o a un cimitero.
L’abbuffata ha prodotto i suoi tumori: aumento a dismisura degli alunni(alias maggiori proventi per dirigenti e collaboratori), scadimento della qualità della preparazione, disorganizzazione e ultimo il dimensionamento del liceo che, tradotto in termini concreti, significa, a partire da settembre prossimo, smembramento in due tronconi autonomi.
Sarebbe facile e oltremodo demagogico lanciare accuse all’attuale governo; per una volta, il governo non ha nulla a che fare con le manovre scolastiche della regione Sicilia, perché il nuovo liceo che si formerà è il luogo d’incontro di un piano studiato a tavolino: ingigantire le scuole, avere più denaro a disposizione per pochi, rinfoltire una dirigenza sempre più plutocratica, sistemare i novelli dirigenti dell’ultimo concorso espletato.
In quanto essere umano, anche il professore Mel si lascia circuire dal fantasma, ormai reale, dello smembramento; si sa che essere tagliuzzati genera una paura paralizzante e, da adulto, non ti puoi permettere di presentare il vasetto con la cacca ai tuoi genitori per essere consolato della perdita di una parte di te.
Perciò, come ho sempre fatto, mi sforzerò di ricavare il meglio dal peggio, forte del valore che attribuisco alla mia professione.
Dovreste assistere, invece, alla commedia umana che si sta recitando in queste ore a scuola.
Volti emaciati dalla paura invocano pietas al fiero squartatore, si aggiornano graduatorie, si racimolano punteggi, semi-lauree, master, corsi di taglio e cucito, figli legittimi e illegittimi, amanti e padri morenti, legge centoquattro, centocinque e duemilaventicinque.
E per l’epilogo mancano ancora mesi.

12_9Con questo post voglio ringraziare CastoretPollux che ha pubblicato nel suo blog un mio raccontino su un  primo appuntamento.

***

Stasera, a Reggio Emilia, si celebra la notte dei racconti; l’ho appreso tramite radiotre. Mi unisco idealmente alla cittadinanza emiliana con un pezzo di De Amicis tratto da Cuore… quando gli Italiani delle diverse regioni si sforzavano di amalgamarsi in un unico popolo. A me pare attuale.

Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare con le stampelle, entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita. Il Direttore, dopo aver parlato nell’orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: – Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d’ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. Detto questo s’alzò e segnò sulla carta murale d’Italia il punto dov’è Reggio di Calabria. Poi chiamò forte: – Ernesto Derossi! – quello che ha sempre il primo premio. Derossi s’alzò. – Vieni qua, – disse il maestro. Derossi uscì dal banco e s’andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al calabrese. – Come primo della scuola, – gli disse il maestro, – dà l’abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l’abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria. – Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: – Benvenuto! – e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. – Silenzio! – gridò il maestro, – non si batton le mani in iscuola! – Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento. Il maestro gli assegnò il posto e lo accompagnò al banco. Poi disse ancora: – Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore. – Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dall’ultimo banco, gli mandò un francobollo di Svezia.

Thea-omai, Polemos e Baricco

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Ci risiamo.
Alla folta schiera dei frombolieri contro la scuola, popolata da insegnanti non ben pagati e non preparati, pare che le due condizioni siano inestricabilmente connesse, si aggiunge anche la voce di Alessandro Baricco, il cui articolo sui finanziamenti pubblici al teatro, che produrrebbe poco business e la desertificazione intorno, ha generato un acceso dibattito aperto su più fronti.
E’ necessario, tuttavia, fare un passo indietro per capire che c’entri la scuola.
Nella prima parte dell’articolo Baricco evidenzia che, per tutto il periodo della nostra storia repubblicana, investire denaro pubblico nel Fus(Fondo Unico Spettacolo) abbia assolto a tre funzioni fondamentali:
Allargare il privilegio della crescita culturale, far emergere opere che la logica del profitto non avrebbe fatto sopravvivere, far crescere cittadini democratici, colti e dotati di principi morali di comunità.
Fatte salve anche per il presente le tre funzioni, quanto mai attuali, Baricco propone di reinterpretarle alla luce dell’ottica del mercato: affidare ai privati la gestione del teatro e dei teatri, convogliando il denaro pubblico verso la televisione e la scuola, incubatrici di coscienza culturale, luoghi privilegiati in cui è possibile fare cultura e produrre coscienza culturale.
Perciò, tra le proposte, si impone quella di dotare ogni scuola di un teatro.
 
 "Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi, perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione – dove sarebbe per tutti – esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel".
 
Sulla proposta ad ogni scuola un teatro non credo ci sia nulla da dire, così come sul potenziamento della cultura in tv.
Devo, però, opporre a Baricco delle obiezioni.
In quali locali scolastici trovare spazio fisico per un teatro, se le infrastrutture delle nostre scuole giacciono in uno stato di abbandono totale e, al mattino, un insegnante deve scansare i nuvoli di polvere che si rincorrono tra aule e corridoi?
In quale spazio curricolare inserirle, se docenti e alunni siamo da un lato schiacciati dal programma ministeriale, dai Dirigenti e dalle Funzioni Strumentali, dall’altro dai ministri Gelmini e Brunetta pronti a frustarci ad ogni minima occasione?
Da quale fantomatico quadro orario ricavare le ore per l’attività teatrale, se la parola d’ordine è il taglio?
Signor Baricco, lei pensi che quest’anno alcune classi del mio liceo non potranno giovarsi dei corsi di recupero proprio a causa dei tagli.
Così dicono.
I miei allievi devono ritenersi fortunati, perché hanno genitori che sborsano di tasca propria le somme di denaro e insegnanti che si arrampicano sugli specchi per condurre le mandrie e i fuggitivi al teatro.
E devo gridare al miracolo se un’intera classe, tastata la poesia della scena, mi chiede di non volere rinunciare al teatro e, a fine anno, si adagia, attenta e silenziosa, sui sedili di pietra fra le rovine del teatro di Siracusa.
Lei tuona un teatro per ogni scuola.
È un sogno, signor Baricco, un sogno fascinoso, ma un sogno.
E poi non ritiene che la chimica abbia la medesima dignità di Verdi?
Concordo con lei che poco spazio viene dedicato alla musica romantica, ma è una patologia endemica a tutte le discipline e alle fette della cultura.
Quanto al connubio cultura-tv, quali lobbies sarebbero disposte a tagliare in tv seni, culi,  e in questi giorni anche peni, per Verdi, Giovanni Testori,  Ibsen e convivi letterari all’Alighieri?
Qui si sfiora l’utopia, sebbene sia tra le mie utopie preferite.
Gliela devo dare buona, quando invece oppone agli scandalizzati moralisti che rifiutano l’ottica mercificante a detrimento del teatro l’argomentazione che il mercato librario, altro pilastro della cultura, è in mano agli editori privati(e finti privati).
Ed è un mercato ricchissimo di prodotti e di possibilità di scelte.
Anche il web è popolato da scrittori che promuovono i loro libri.
Non è anche questo mercato?
Una delle rivoluzioni del secolo scorso e dell’attuale è proprio il compromesso tra denaro e cultura.
Ma tra essi c’è l’uomo, ci sono le scelte per fortuna.
O vogliamo foderarci gli occhi di autoinganni?
Coloro che gridano allo scandalo della mercificazione dovrebbero passarsi una mano sul petto, prima di invelenirsi.
Gliela devo dare buona, quando ha il coraggio di farci dedurre che molte compagnie, soltanto grazie alla mano politica, riescono a ottenere i fondi e non sempre partoriscono teatro di alta qualità.
Non è scandaloso cio?
Forse bisognerebbe cercare vie alternative al taglio indiscriminato al pubblico teatro che lei, Baricco, propone, mettendo insieme interesse del mercato e intervento pubblico, inteso come contributo alla formazione di una coscienza teatrale e culturale più ampia, diffusa e soprattutto democratica.
Io ho tanti timori.
Ma che mi spunta pure la Maria nazionale al teatro?
 
(Nell’illustrazione, di altri tempi, Vincenzo Bellini; non ho postato per intero l’articolo, perché il post è già fin troppo prolisso)
***
QUI l’articolo per intero.

Colombetta

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E avvertii forte il trascorrere del tempo. Non il tempo delle nuvole e del sole e della pioggia e il passare delle stelle ornamento della notte, non il tempo delle primavere dentro il tempo delle primavere e il tempo degli autunni dentro il tempo degli autunni, non quello che mette foglie sui rami o quello che le strappa via, non quello che increspa e leviga e colora i fiori, ma il tempo dentro di me, il tempo che non si vede e ci impasta. Quello che ruota e ruota in cuore e lo fa ruotare con sé, e ci va cambiando dentro e fuori e pazientemente ci va riducendo come saremo l’ultimo giorno.
 
 
Dopo l’ordinazione, ho atteso una settimana prima di avere sotto gli occhi La piazza del diamante(1962), capolavoro di Mercè Rodoreda, la scrittrice più letta e tradotta della letteratura catalana, vissuta tra il 1908 e il 1983. La vita di Mercè si intreccia con gli snodi più complessi della storia spagnola, infatti fu impegnata nell’attività antifascista e, dopo la vittoria di Franco, scelse l’esilio. Tornò in patria nel 1972, agli albori della rinascita della Nuova Spagna.
La piazza del diamante, attraverso uno stile discorsivo che intreccia discorso indiretto e diretto liberi, rievoca le vicende quotidiane di Natàlia, alias Colombetta, riannodandole agli eventi drammatici della storia spagnola con una maestria narrativa che non scade mai né nell’arida cronaca annalistica, né nell’asfissiante struttura ideologica che comprime lo slancio narrativo di molti romanzi europei di quegli anni.
Il romanzo è, prima che metafora della storia catalana, come suggerisce nella postfazione del libro Giuseppe Tavani, la storia di Colombetta e Quimet, dal loro poetico incontro in Piazza del Diamante alla nascita dei figli, Antoni e Rita, dai contraccolpi degli eventi storici alla ripresa, dapprima lenta e difficoltosa, poi sempre più somigliante ad un’aurora di senso, che erompe nell’urlo liberatorio della protagonista in un passaggio fondamentale del romanzo.
Cosa mi è piaciuto?
Partiamo da alcuni dati di fatto: l’ho letto in un pomeriggio e mezza serata, con l’interruzione per la cena. È uno di quei libri che va bevuto, non sorseggiato, per poi effettuare l’operazione inversa.
Il romanzo è un capolavoro per lo stile e il contenuto.
Mercè Rodoreda possiede una capacità descrittiva che non indulge all’aggettivazione melensa e sentimentalistica e infonde alla narrazione il medesimo ritmo della sua vita; suggerisce per immagini, parla attraverso gli oggetti, gli spazi, gli incontri con gli altri personaggi che popolano il romanzo.
Pur campeggiando l’io narrante di Colombetta, l’io che legge non se ne accorge e si fa rapire dal suo racconto.
Colombetta parla d’amore senza parlare d’amore, vive l’amicizia senza ricorrere all’armamentario linguistico banalizzante, è figlia ingenua e madre coraggiosa, moglie fedele e donna ostinata; se, a differenza del compagno Quimet, non è eroina della Storia, lo è della Vita.
Quimet combatte al fronte, Colombetta sfama i figli e subisce gli stenti del fascismo.
Dopo avere letto il romanzo, ci si sente migliori e, forse, più uomini.
Concludo con un stralcio descrittivo, ma evidenzio che il romanzo sperimenta pure il simbolico e l’onirico. A giuste dosi.
 
La signora Enriqueta, che viveva vendendo d’inverno castagne e patate americane all’angolo dello Smart e d’estate noccioline e giuggiole per le feste rionali, mi dava sempre buoni consigli. Seduta davanti a me, accanto alla porta della veranda, ogni tanto si tirava su le maniche; quando se le rimboccava stava zitta e quando le aveva rimboccate riprendeva a parlare. Era alta, con la bocca da rana pescatrice e il naso a cono. Estate e inverno portava sempre calze bianche e scarpe nere. Era sempre molto pulita. Le piaceva molto il caffè. Teneva un quadro appeso con uno spago giallo e rosso che rappresentava un sacco d’aragoste con la corona d’oro, la faccia da uomo e i capelli da donna, e tutta l’erba attorno alle aragoste, che uscivano da un pozzo, era bruciata, e il mare sullo sfondo, e il cielo sopra erano color sangue di bue e le aragoste portavano una corazza di ferro e uccidevano a colpi di coda.

L'orchestra dei gatti elastici

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Oggi, sulla scorta di un suggerimento indiretto proveniente dal blog Agorà, voglio spendere qualche parola sulla poesia futurista.

Le lenti deformate di malato di letteratura mi impediscono di invischiarmi nella polemica politica che opera un certo riduzionismo del movimento avanguardista sotto l’egida della rivisitazione fascista e finisce con l’identificarlo tout court con l’esperienza squadrista.

Il credo poetico dei futuristi innalza, a vessillo della poesis, l’analogia, il paroliberismo, l’ossessione lirica della materia, la destrutturazione degli stilemi poetici della tradizione precedente e la scomparsa dell’io lirico.

C’è chi, come Corrado Govoni, sceglie una via di compromesso tra passato e futuro.

Le parole in libertà e l’analogia vengono calate in una struttura geometrica del flusso poetico a detrimento del pugno e dello schiaffo e in favore di una costruzione di senso condivisibile dal lettore di ieri e di oggi.

Alla memoria dell’amico indimenticabile Sergio Corazzini, Govoni dedicò Notte, un testo straordinario sotto il profilo paroliberista e libertario.

Ne riporto qualche segmento; fra parentesi ho posto delle brevi didascalie a mo’ di illustrazione del fare poesia dei futuristi.

 

Il diluvio azzurro delle campane è terminato. (suono che si diffonde = diluvio )

L’ultimo roseo del crepuscolo (rosa = pudicizia)                              

del suo pudore tardivo

tinge i torbidi vetri.  (pudicizia torbida)

Il sole è caduto  (sole = capo ghigliottinato = sangue di martire = colore rosso)

giù dalle vecchie mura

come un capo ghigliottinato

che inzacchera la città

del suo sangue di martire.

E come una marea sotterranea  (ombra crepuscolare = marea = sommersione del bianco )

l’ineluttabile ombra sale

sommergendo l’idilliaco bianco

delle colombe tubanti sul tetto.  (dissacrazione della sera sentimentale)

Frullano intorno a le finestre  (ali dei pipistrelli = ombrelli umidi = aeroplani = paracadute)

i viscidi ombrelli

dei pipistrelli

piccoli funebri aeroplani,

paracadute delle lucciole. (lucciole = paracadutisti)

Ecco che in fondo a una via  (dissacrazione del chiaro di luna)

sorge la luna rossa e rotonda

come l’insegna infuocata  (luna rotonda e rossa = insegna = cocomero)

d’una bottega di cocomeri.

Ella a poco a poco impallidisce

e diventa sentimentale:

illumina un banco di marmo  (colore lunare = marmo)

in un giardino che aspetta

inutilmente una coppia di amanti; (dissacrazione del sentimento)

entra nella mia stanza a cogliere

in flagrante tristezza

un mazzo di rose; (luna = specchio = donna e toeletta)

va a fare la notturna toeletta

davanti allo specchio.

La sonnambula orchestra dei gatti elastici, (felini in gruppo = orchestra  = miagolio dei gatti)

sulle gronde, già incomincia

ad accordare i suoi magri

elettrici violini  (gatti = violini elettrici sulle gronde)

dalle corde fatte coi nervi  (corde dei violini = corde dei suicidi)

dei più feroci suicidi:

musica da trapezio,  (ripresa dell’immagine dei gatti elastici)

saccheggio d’una ferrareccia,  (suono ferroso)

danza del ventre,  (elasticità)

chirurgia infernale.  (ferrareccia = ferri del chirurgo)

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(Corrado Govoni, Notte, vv.1-42; la poesia è lunghissima. Mi sono permesso, contravvenendo alle regole dei futuristi, di numerare i versi)

 

L’immagine è tratta da http://mariposas.leonardo.it/blog/tecnicamista/pag1/tecnicamista.html