«Le cose sono così e basta»
 

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Fino a qualche giorno fa ignoravo questa superstizione: la Pasqua che cade a marzo porta sfortuna.
Ho concluso, infatti, la lettura del romanzo “La Pasqua bassa” di Antonio Del Giudice, ed. San Paolo, euro 14.
Il libro narra la storia di un “funerale”, quello di Peppino, che ritorna, però, cadavere dal fronte della Seconda Guerra Mondiale; si tratteggia altresì, con punte di lirismo elegiaco,  il conseguente impatto emotivo e destrutturante che la morte di un figlio ha su una famiglia patriarcale del Sud dell’Italia, sul padre, la madre e la sorella.
Il narratore, onnisciente, entra nel mondo interiore dei personaggi e pennella l’ambiente culturale arcaico, fatto di abitudini, lavori umili, attese di giorni, stagioni e feste.
L’elemento che mi ha colpito è la trama fitta fra immaginario individuale dei personaggi e coralità della comunità paesana, che partecipa tutta, con punte di autentica sincerità, al lutto per la morte di Peppino.
Si tratta, tuttavia, di un mondo simbolico quasi del tutto scomparso; perciò chi volesse trovare nel romanzo agganci con il presente, resterebbe a mani vuote.
Non mancano riferimenti al contesto storico politico tra gli anni ’40-45, ma Del Giudice lo fa in punta di piedi, con delicatezza e senza costruire architetture ideologiche; non è un libro per ridestare la memoria storica, ma la sveglia ugualmente attraverso il dolore di un padre, il suo silenzio, l’ammutinarsi dalla vita in modo inesorabile di fronte alla tragedia, prima individuale che storica, della Guerra.
Nell’ottica del padre, che a causa del conflitto perde un figlio, la diceria che la Pasqua bassa porti sfortuna non ha alcunché di consolatorio.
La neve è un gioco quando arriva a Natale, e di malaugurio quando arriva a Pasqua. Anche il Vangelo dice che la prima Pasqua fu segnata dal temporale del Venerdi con Cristo sulla croce e dal sole della domenica di Resurrezione, non dalla neve. Dicono i vecchi che Dio si serve anche del tempo per parlarci, premiarci o punirci, e che se fosse stata cosa buona la neve in primavera, l’ avrebbe messa sul monte Calvario. C’e da credere ai vecchi, credere non è sempre un atto di fede, spesso fa parte della rassegnazione alla vita grama. Credere o non credere non cambia la sostanza delle cose, le cose sono così e basta. E come andare per mare, avventura piena di rischi perchè il mare è un rischio, ma il mare non si può cambiare, si accetta per come è. Quando piove, piove per tutti, non per punire qualcuno o per premiare qualche altro.
Lo stile è semplice, domina il discorso indiretto con frasi semplici, minime, che riflettono il quadro sociale dei personaggi.
Ho sentito echi della narrativa meridionalista: un fatalismo stile Verga, uno sciorinare preghiere alla Gattopardo… un quadro di superstizioni legate alla Pasqua che cade in marzo e perciò foriera di sventure, senza vie d’uscita.
Lo scrittore è bravo, ma un po’ mi ha intristito.

Zuffa tra gatti

Il post di oggi è una continuazione del precedente. Peter, diventato gatto, s’azzuffa con il gatto-boss del quartiere e vendica il proprio micione. Da notare la maestria di McEwan nell’esperire "parolacce" adeguate ai felini. Non ho mai riflettuto, a dire il vero, su come possano offendersi verbalmente due gatti.gatto
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«Poco dopo, nel corso di un giro di ronda sul muro alto che sovrastava la serra, si ritrovò muso a muso con un altro gatto, ben più pericoloso questa volta. Era nero nero, il che spiega come mai Peter non l’ avesse visto prima. Si trattava del gattone della porta accanto, un tipo gagliardo, quasi due volte lui, con un gran collo e lunghe zampe robuste. Senza nemmeno pensarci, Peter inarcò la schiena e scompigliò il pelo per sembrare più grosso.
– Ehi, micio-micio, – sibilò, – stai camminando sul mio muretto.
II gatto nero era molto sorpreso. Sorrise. – Vorrai dire che era il tuo muro, Nonnetto. Sentiamo un po’, che intenderesti fare?
– Ti conviene girare alla larga, prima che ti faccia finire da basso -. Peter non poteva credere alla forza che si sentiva dentro.
II gatto nero sorrise di nuovo, con freddezza. – Senti Nonnetto. Non è più il tuo muro da un pezzo. E io ci passo finché mi pare. Ora levati da mezzo se no ti apro in due.
Peter non si mosse. – Fa’ un altro passo, lurida pulce ammaestrata, e ti lego i baffi intorno al collo.
II gatto nero diede in un lungo lamento sprezzante. Ma non si mosse dal punto in cui era. Tutto intorno, dal buio, arrivavano i gatti del vicinato a vedere che succedeva. Peter li sentiva parlare.
– Una zuffa?
– Una zuffa!
– II vecchio deve essere impazzito!
– Ha diciassette anni corne minimo.
Peter si sforzò di mantenere un tone di voce pacato, ma le sue parole uscirono in un susseguirsi di sibili minacciosi: – Sssenti bello, non sssi passsssa di qui sssenza il mio permesssso, chiaro?
II gatto nero socchiuse gli occhi. I muscoli del collo grasso gli si contrassero in una risata che era anche un grido di guerra.
Sul muretto di fronte, un miagolio sommesso e carico di tensione si diffuse tra un pubblico sempre più numeroso.
– II vecchio Bill è uscito di senno.
– Si è scelto il gatto sbagliato per fare a botte.
– Ascoltami bene, vecchia pecora sdentata, – stava dicendo il gatto nero in un sibilo assai più convincente di quello di Peter. – Io sono il numero uno da queste parti. Siamo d’accordo?
E il gatto nero fece l’ atto di rivolgersi alla folla che replicò con un mormorio di assenso. Peter considerò che il pubblico non sembrava poi troppo entusiasta. – Se vuoi un consiglio, – prosegui il gatto nero, – fatti da parte. Sempre che tu non voglia andarti a raccogliere le budella per tutto il prato.
Peter sapeva ormai che si era spinto troppo in là per fare marcia indietro. Estrasse gli artigli per assicurarsi una buona presa sul muro.
-Ehi, brutto sorcio pieno di boria! Questo è il mio muro, ci senti?
E tu non sei altro che la merda molle di un cane con il cimurro».
(Ian McEwan, L’inventore di sogni)

Ian McEwan

1846705Scorrere le pagine di un libro di Ian McEwan è come assaporare una tisana, di cui ti sfugge la varietà delle erbe che il monaco del Mondo ha pazientemente ricercato, raccolto e catalogato.
Il sapore che si avverte è quello della vita, colta nel suo palpito e trasfusa nelle pagine.
Lo stile dello scrittore inglese è come l’aria: penetra ovunque e dà ossigeno all’immaginario.
Ho terminato, da qualche giorno, L’inventore di sogni, pubblicato nel 1994.
Quando mi ero recato in libreria, sapevo da quale scaffale le mani avrebbero tratto i libri da acquistare; mi ha tradito, però, l’indugio della commessa nella ricerca, dentro il catalogo informatico, di un romanzo che mi attrae per il titolo e che arriverà la prossima settimana.
Lei indugia, l’occhio mi cade su L’inventore di sogni e decido di acquistarlo.
È la storia di Peter, un bambino di dieci anni che sogna ad occhi aperti.
Ama il silenzio ed è considerato “strano”.
Strano è, infatti, chi agisce con i sogni.
Questo il suo modo di parlare.
Prodigiose le sue avventure; tutte mi hanno entusiasmato, in modo particolare quelle in cui Peter veste i panni del gatto William e armeggia con le bambole viventi della sorellina.
Tra le note leggo che L’inventore di sogni è un libro per ragazzi.
Secondo me è per tutti.
 
Ora sono alle prese con le prime opere pubblicate da McEwan, i racconti.
E che racconti!
Forse, più che una tisana, la sua scrittura è una droga, di cui non potrò fare a meno per le prossime letture.
Estasiato.

scansione0007Sono partiti prima dell’alba i miei maturandi.

Le agenzie di viaggio, sarà per via della crisi, hanno in un certo senso alleggerito il peso del costo del biglietto aereo, proponendo un volo scomodissimo.
Al ritorno avranno tanto da raccontare.
Per una settimana mandano in soffitta i classici, i compiti, le interrogazioni.
Ed è giusto così.
Il viaggio d’istruzione è quello che non si scorda più.
Ho rifiutato di accompagnarli e mi è dispiaciuto opporre un no, ma da qualche tempo ho una irrefrenabile ritrosia a viaggiare.
Inoltre me li curo come pianticelle da cinque anni e, come già ho sperimentato, il viaggio insieme a loro mi metterebbe malinconia, la malinconia del distacco prossimo venturo.
In un contesto ricreativo scaturisce, infatti, l’umanità senza mediazioni scolastiche, i sorrisi si illuminano, gli slanci affettivi si moltiplicano, le difese diminuiscono.
 
Ci proverò un’altra volta.

A noi che non abbiamo altra felicità che di parole

misti

(L’immagine, superbamente splendida, è di MISTI )

La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
 
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
 
(Camillo Sbarbaro, da Versi a Dina, 1932)
 
Fino a che non si sarà curata l’allergia verso la poesia, non andremo da nessuna parte, né come individui, né come cittadini. Quando qualcuno afferma di non capirla o di non esservi portato, rabbrividisco e rafforzo ancora di più la ferma convinzione di combattere per la diffusione della poesia e per lo sviluppo dell’espressione poetica ad ogni livello.
Una battaglia che conduco quotidianamente con i ragazzi a scuola.
I frutti si vedono.
Ricordano a memoria le poesie proposte loro tre anni fa, citano ed esprimono gusti e preferenze.
Perciò come non aderire, oggi, alla celebrazione della Giornata Mondiale della Poesia indetta dall’UNESCO?
Ringrazio l’amica Perla, il cui occhio vigile è una finestra sul mondo; altrimenti, l’iniziativa mi sarebbe sfuggita.
Riporto di seguito il messaggio del Direttore dell’UNESCO, Koichiro Matsuura, per il 21 marzo 2009.
Sarebbe carino se anche gli altri blogger, smettendo per un giorno di danzare intorno al proprio ombelico, postassero una qualsivoglia poesia.
In tal modo si contribuirebbe coralmente all’iniziativa dell’UNESCO.
 
La diversità linguistica è una delle più preziose manifestazioni della diversità culturale. Poiché le lingue carpiscono l’infinita diversità del mondo e si prestano alla traduzione, sono in grado di articolare al tempo stesso singolarità e universalità. Questa connessione non potrebbe essere più intensa che nella poesia.
Ogni lingua ha la sua poesia.
Attraverso questa Giornata possiamo rinnovare il messaggio della Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005), che fa della diversità culturale un processo di espressione e di creazione evolutiva.
La poesia contribuisce a questa diversità creativa, interrogando in modi sempre diversi il nostro uso delle parole e delle cose, nonché i nostri canali di percezione del mondo. Attraverso le sue associazioni, le sue metafore e la sua grammatica il linguaggio poetico è dunque un altro strumento possibile del dialogo tra le culture.
Diversità nel dialogo, libera circolazione delle idee attraverso la parola, creatività e innovazione: lo si può vedere, la Giornata Mondiale della Poesia è anche un invito a riflettere sui poteri del linguaggio e sulle capacità creative di ognuno.
Dal momento che abbiamo da poco terminato le celebrazioni del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, facciamo in modo che anche questa Giornata giunga a testimoniare l’aspirazione universale a un mondo riconciliato attorno ai valori della libertà e della diversità.
(Messaggio di M. Koichiro Matsuura, Direttore Generale dell’UNESCO, 21 marzo 2009)
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Da PERLA si affronta un tema scottante: i malati di cancro e le visite fiscali. Indignato.