Dopo un'innaffiatura

003"…toccare, divenire queste morenti cose, salvarle nel mio gesto di pietà"(David Maria Turoldo)

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Come il vento+ La perdonanza

Un’opinione si formula sulla base di informazioni, non sempre corrette, ma tendenziose e di parte.
Si può concordare o non concordare con esse.
Non si può essere, invece, d’accordo con il pensiero o non d’accordo.
Il pensiero è come il vento.
Il vento molesta o non molesta.
Nessuno direbbe, infatti, sono d’accordo o non sono d’accordo con il vento.
(Vittorio Sermonti, radiotre, Fahreneit, 27 agosto 2009, durante la presentazione di un suo stuzzicante libro sul vizio di leggere)
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Mi urge segnalare un articolo, lo trovate qui sotto:
LA PERDONANZA MEDIATICA di VITO MANCUSO. Come sempre un grande pensatore e opinionista.

El Carrer de les Camèlies

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Ma la cosa più strana fu che quella notte fiorì il cactus senza terra. Nel giardino sul retro c’era un muro scrostato con 1’intonaco che cadeva a pezzi e, prima di cadere, faceva delle bolle perché sotto ci lavoravano le cocciniglie per far­si i nidi, e alla base di quel muro, coperto di rose bianche le più belle, c’ era un cactus gigante. Un inverno di neve la ter­ra s’ era gelata e il cactus era morto dalla meta in giù e il pez­zo che era rimasto dalla metà in su aveva continuato a vive­re perché come di nascosto aveva messo radici in una crepa di quel muro di rose e cocciniglie, e quella radice si alimen­tava di mattoni e di calce vecchia e dava vita al cactus che cresceva verso l’alto, più alto del muro, a curiosare nel giardino accanto. E là in cima, la notte del giorno che m’aveva­no trovata, sbocciò un fiore con petali color della ruggine di fuori e bianchi come il latte all’interno e al centro come una massa di capelli spettinati.
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Sono giunto al terzo romanzo letto della Rodoreda, Via delle Camelie(1966).
Cecilia Ce, ancora lattante, viene abbandonata davanti al cancello di un giardino e i padroni di quella casa, poiché non hanno figli, la crescono come se fosse propria; da qui prende avvio la narrazione straordinaria in prima persona di Cecilia, sebbene non manchino isole felicissime di narrazione in indiretto libero, soprattutto quando la protagonista dà voce alle parole, ai pensieri, ai giudizi e pregiudizi degli altri personaggi.
La storia, rivissuta sotto il segno della rimembranza del passato, tra voli e cadute, consta di due fasi, l’una la conseguenza dell’altra: la difficoltà di co-costruzione della propria identità di “trovatella” e la sterzata di Cecilia con Eusebi che l’affranca dalla casa adottiva e la conduce tra le baracche e le vie di Barcellona nel magma della rivoluzione franchista.
Dunque abbandono e identità si profilano ancora una volta come temi centrali del mondo rodorediano e il salto dal chi siamo a livello soggettivo a quello oggettivo, nel senso sociale e politico, è brevissimo.
Ancora più de La piazza del diamante e de Il giardino sul mare, qui si staglia prepotente la possanza icastica dello stile della scrittrice, che trae forza proprio dal doppio binario entro cui avviene la ricostruzione di Cecilia: una donna adulta che rievoca, descrive, fantastica, immagina con gli occhi di fanciulla, di ragazza e poi di donna.
La particolarità dello stile di questo romanzo è perciò che la scrittura è perfettamente modellata sull’articolazione del mondo della protagonista; nell’ultima parte, infatti, il luccichìo visionario di oggetti e persone si riverbera sulla narrazione, che si fa ellittica, franta, nervosa, un coagulo di realtà e irrealtà che spiazza il povero lettore.
 
In alcuni lacerti lo stile della Rodoreda è immaginifico, denso di elementi iperrealistici e al contempo onirici, grotteschi oppure si impone con la forza del simbolismo visionario.
Il brano che vi propongo(Cecilia che rievoca un momento importante con Eusebi) si presterebbe a interpretazioni multiple, la più allettante è quella psicoanalitica lacaniana, ma qui sia sufficiente evidenziare la maestria nell’uso delle immagini(molte evocative di morte, disfacimento) e nell’intreccio dei tropi.
Un accavallamento che sortisce l’effetto di un’ubriacatura, di un volo con sotto il vuoto.
Ho qualche dubbio su “tutta la notte schizzata”.
Degli effetti della putrefazione?
Ma in senso denotativo cosa schizza il sole? Fuoco con le sue lingue?
 
Mi ero ver­gognata perché ci eravamo guardati in quel modo, incantati e immobili al chiaro di luna, e per questo gli avevo detto che, a volte, pensavo a quello che facevano il sole e la luna quando erano piccoli. Che il sole era una palla putrefatta che quando se ne andava lasciava tutta la notte schizzata. E che la luna era tarlata, piena di vermi in tutti i suoi buchi, come i morti nei loro loculi. Rosicchiata come un formag­gio e ardente di disperazione, che moriva senza accorgerse­ne, come il nostro cervello. Uccisa da montagne di vermi di tutte le specie che non le lasciavano nemmeno un pezzetto pulito. E quando i vermi fossero diventati i padroni sareb­be caduta a pezzi, e sulla terra si sarebbe formata una crosta di persone e di altre creature morte schiacciate. Spessa.
(tratto da “Via delle Camelie” p. 35, ed. La Tartaruga)
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Annovero "Via delle Camelie" tra i capolavori della letteratura spagnola; mi scuso con i lettori per la prolissità del post e caldeggio, nel rispetto della libertà di ognuno, interventi relativi alle problematiche stilistiche da me sollevate. Bello e interessante attengono alla sfera del gusto personale e non sarà certamente un post a punzecchiare il nostro gusto estetico.

In vena di trash

Onde evitare un cosiddetto in palermitano trunzu di malafiura*, non volendomi fidare del mio personale archivio, ho sfogliato il De Mauro e, in effetti, il verbo “evacuare” presenta sia il genere transitivo, nel senso causativo di sgomberare, sia quello intransitivo, nel senso di “uscire”, sfollare”; tuttavia, quando i giornalisti tutti, nei servizi relativi alle devastazioni dell’Attica e delle isole dal mare fecondo, dicono che i vigili del fuoco hanno fatto evacuare le monache di un monastero ortodosso, dimentico il dramma dei Greci e mi tremano le orecchie.
Personalmente sostituirei “evacuare” con “sgomberare”.
La lingua è costrutto sintattico sì, ma anche suono, associazione di sintagmi, potere evocativo.
 
*Il trunzu, in dialetto palermitano, è la parte terminale degli ortaggi, in modo particolare del cavolfiore-broccolo. Duro da cuocere, perciò si dava, un tempo, ai maiali. Ora va dritto nella spazzatura. Trunzu, in senso metaforico, allude alla peggiore magra figura che si possa fare.
Davanti a tutti, per giunta.

Un’occhiatina al blog di MICHELA MURGIA è sempre motivo di piacere; in una delle colonne mi sono imbattuto nel rimando al sito di don GIORGIO DE CAPITANI.

Il linguaggio, in qualche espressione, è colorito, però io vorrei sentirli predicare così i preti. La proposta è radicale.